Il capitano, secondo miglior marcatore nella storia della sua nazionale con 43 gol, ha attraversato l’Iran in guerra dopo essere stato fatto scendere da un aereo mentre i missili si Israele e Usa solcavano il cielo. È il simbolo di una nazionale senza stadio, dispersa nel mondo e costretta a giocare lontano da casa, che però è riuscita a tornare ai Mondiali dopo 52 anni
Manca una manciata di minuti al fischio d’inizio di Haiti-Nicaragua, fase finale di qualificazione della Confederazione calcistica di Centro America e Caraibi: di fatto è uno spareggio, chi vince stacca il pass per gli Stati Uniti. Duckens Nazon, centravanti, capitano e leader riconosciuto della nazionale caraibica, prende la parola: «Ci sono persone che non hanno niente in tasca, che contano su di noi. Possiamo farle sorridere, farle piangere di gioia. Diamo loro almeno questo. Non hanno niente, ragazzi». Poche parole in grado di scuotere l’anima calcistica di una formazione che, forse più di ogni altra delle 48 partecipanti a questo Mondiale extralarge, esprime il significato più profondo di nazione.
Anche se solo uno dei 26 giocatori convocati, il 23enne centrocampista Carl Sainté, che gioca negli Stati Uniti, a Phoenix, è nato ad Haiti. Anche se Sebastien Migné ad Haiti non ci ha mai messo piede da quando, nel 2023, è diventato il commissario tecnico, dopo aver guidato da assistente allenatore il Camerun a Qatar 2022. Anche se Les Grenadiers dal 2021 non hanno nemmeno un posto dove giocare, in una nazione dilaniata dalla povertà, dopo il disastroso terremoto del 2010, dall’instabilità politica e dalla guerra civile, successiva all’omicidio del presidente della Repubblica Jovenel Moïse, che ancora insanguina le strade di Port-Au-Prince.
Il record di Sanon nel mirino
Haiti è una terra dove le bande criminali hanno preso in ostaggio il futuro degli 11 milioni di abitanti. Solo nell'ultimo anno, il 15% dei bambini, 680mila secondo Unicef, è stato costretto ad abbandonare casa per imbracciare il fucile. La campagna di avvicinamento al Mondiale, perciò, si è svolta nel segno della diaspora, tra convocazioni via mail e WhatsApp, e giocatori sparsi per il mondo che impiegavano giorni interi a raggiungere Curaçao, 800 km da Haiti, per le partite “in casa”.
Nonostante tutto, il sogno è diventato realtà: Haiti giocherà di nuovo un Mondiale 52 anni dopo la prima volta. Nel 1974, in Germania, inserita nel più classico dei “gironi di ferro”, con l’Italia vicecampione del mondo, la Polonia e l’Argentina, tornò a casa con 3 sconfitte, 2 gol segnati e 14 subiti. Eppure la prima di quelle reti - che portarono entrambe la firma di Emmanuel Sanon, il miglior marcatore del calcio haitiano - è entrata nella storia, mettendo fine all’imbattibilità di Dino Zoff che durava da 19 partite e da 1.142 minuti.
E proprio nel mito di Sanon si muove adesso Nazon, che di gol in maglia blu e rossa ne ha segnati 43, quattro in meno del leggendario centravanti, e soprattutto gli ultimi 6 tutti nelle qualificazioni, compresa una grande tripletta alla Costa Rica, entrando in campo a meno di mezz’ora dalla fine e con i suoi sotto 2-0.
La morte in faccia
La sua parabola calcistica assomiglia a quella di tutti i suoi connazionali - nato a Chatenay-Malabry, periferia di Parigi, da genitori haitiani, esperienze in Francia, India, Inghilterra, Belgio, Scozia, Bulgaria e Turchia - con un distinguo fondamentale: Duckens ha rischiato la vita per il calcio, e non è un’esagerazione. Centravanti dell’Esteghlal, Serie A iraniana, era su un aereo che lo avrebbe portato in Francia per ultimare la procedura del visto. Era il 28 febbraio, la sera in cui Israele e Usa lanciarono la loro offensiva nei confronti del regime iraniano: «Dobbiamo abbandonare l’aereo, l’Iran è in guerra, i cieli sono chiusi».
L’annuncio del comandante fu una doccia gelata sulle speranze di Nazon che, però, reagì d’istinto, come quando si avventa sui palloni vaganti in area: «Sapere che la mia famiglia era al sicuro - la moglie marocchina e i quattro figli erano già a Parigi - mi ha aiutato a ragionare in fretta e con freddezza», ha raccontato a FIFA.com.
Così si è messo in macchina, e insieme al compagno di club, il marocchino Munir El Haddadi, a sua volta sbarcato a forza da un altro aereo, ha attraversato il paese fino a raggiungere l’ambasciata francese in Azerbaijan, contattata una volta giunto al confine grazie a una eSim acquistata online dalla moglie, e da dove due giorni dopo è riuscito a partire per la Francia. Venti ore in macchina, senza fermarsi mai, vedendo i missili attraversare i cieli iraniani. «Uno di questi è esploso meno di centro metri davanti a noi. Ripensandoci, è stato sconvolgente».
Haiti è inserita nel Gruppo C del Mondiale con Scozia, Brasile e Marocco. Speranze di qualificazione nulle, ma all’esordio del 14 giugno contro la Scozia Duckens Nazon stringerà la mano all’altro capitano, il “napoletano” Scott McTominay, ma non penserà ad altro che all’orgoglio di rappresentare il suo paese. Per uno che ha visto, letteralmente, la morte in faccia, sarà solo l’inizio di una splendida avventura.
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