L’uomo al centro del teleschermo avanza lungo un cortile affollato. Lo sguardo sicuro, la mano in tasca, l’andatura decisa. Poi quando arriva nei pressi del cancello di uscita spinge un bottone e si porta l’ombrello sopra la testa. Fa un passo, due passi, tre passi. Fino ad arrivare a sette. È allora che dal cielo comincia a cadere un acquazzone che prende alla sprovvista tutti gli altri. Mentre le sagome iniziano a muoversi a velocità accelerata, lui continua la sua serafica passeggiata. «La mia vita consiste nell’essere sempre un passo avanti – dice - Per questo la mia carta di credito è…».

Sono passati vent’anni da quella pubblicità. E il mondo di José Mourinho sembra essersi ribaltato. L’uomo che precedeva tutti i suoi simili ora si ritrova a inseguire. Nel vero senso della parola. Perché nessuno come l’allenatore che aveva dichiarato di «venire subito dopo Dio» si ritrova adesso a inseguire il suo passato nel tentativo di scrivere il suo futuro.

Nel campionato portoghese il suo Benfica è distante dieci punti dal Porto (proprio la squadra che José portò sul tetto d’Europa nel lontano 2004). In Champions va ancora peggio. Le Aquile sono addirittura al ventinovesimo posto. Su trentasei partecipanti. L’accesso diretto agli ottavi è impossibile. L’arrivo in zona playoff tutto in salita.

Perché stasera, mercoledì 28 gennaio, i portoghesi ospiteranno il Real Madrid. Il club più titolato del mondo, certo. Ma anche la società che fra il 2010 e il 2013 è stata plasmata a immagine e somiglianza di Mourinho. Fino a diventarne quasi sinonimo in campo.

Mou contro Pep

In un periodo in cui il Barcellona di Guardiola aveva ridisegnato l’estetica del calcio, le meringhe erano diventate il loro opposto. Era qualcosa che andava molto oltre lo scontro fra l'indipendentismo catalano e il centralismo castigliano. Il Real che un tempo silurava allenatori che vincevano ma non giocavano un calcio dominante era diventato improvvisamente brutto, sporco e cattivo. E, di conseguenza, aveva finito per rappresentare l’oscurantismo pallonaro che si opponeva all’illuminismo blaugrana.

Mentre Pep distribuiva frasi zuccherose a ogni avversario, costruendo di fatto la narrazione dell’uomo che «sapeva vincere», José si concentrava sul suo ruolo di polemista. Fino a diventare lo sciamano intorno a cui si stringeva una comunità intera. Fino a incarnare l’aforisma che Leo Longanesi aveva coniato per Malaparte: «È così egocentrico che se va a un matrimonio vorrebbe essere la sposa, a un funerale il morto».

Il gioco ha funzionato. Mourinho è diventato uno dei pochi allenatori in grado di sottrarre trofei a quel Barcellona (uno scudetto, una Coppa e una Supercoppa di Spagna). Ma il prezzo da pagare è stato altissimo.

Il dito nell’occhio di Vilanova ha segnato il punto di non ritorno. Perché la scelta di recitare a oltranza il ruolo di bastian contrario ha finito col dissipare tutta la magia che si era creata intorno all’allenatore portoghese. Il tecnico è stato assorbito dal personaggio. Completamente. Tutto quello che è arrivato dopo Madrid, infatti, ha avuto un sapore decadente. Anche i successi.

Il dopo Madrid

Al campionato vinto con il Chelsea è seguita la risoluzione consensuale del dicembre del 2015. All’Europa League alzata con lo United ha fatto seguito l’esonero del dicembre 2018. E da quel momento il licenziamento è diventata una costante. È successo così al Tottenham. È successo così a Roma (nonostante la Conference League alzata al cielo di Tirana e la finale di Europa League raggiunta nella stagione seguente).

È successo così al Fenerbahce. Sempre con la polemica a sovrascrivere quello che era stato fatto insieme. Sempre con l’accusa di non averlo capito, di non averlo supportato, di non aver assecondato le sue capacità taumaturgiche. «Quello che per me è un disastro magari altri non lo hanno mai raggiunto nella vita. È così, è colpa mia», aveva detto prima di sedersi sulla panchina giallorossa. Un pensiero veritiero che però non era riuscito a spezzare il circolo vizioso.

Le periferie del calcio

Più Mourinho si spingeva nelle periferie più remote del calcio europeo, più il suo arrivo diventava l’ostentazione delle rinnovate ambizioni dei club di turno, più il fallimento diventava rumoroso e difficile da accettare. Anche le dichiarazioni dello Special One hanno iniziato ad assomigliarsi un po’ tutte. «Sono a Roma per vincere». «Sono al Fenerbahce per vincere». «Sono al Benfica per vincere».

Salvo poi sottolineare pubblicamente la sproporzione fra l’enormità delle sue ambizioni e il blasone del club che lo aveva allontanato. «Mi mancava giocare per vincere, alla Roma non era così», aveva detto dopo l’addio al club capitolino. «Il Fenerbahce è stato un errore, non era al mio livello», aveva detto dopo essere stato esonerato dal club turco. Il suo continuo autonominarsi primo tifoso della squadra che allena lo ha incatenato all’hic et nunc.

La sua dimensione è l’eterno presente, come un Ebenezer Scrooge che non riceve mai le visite del fantasma del Natale passato e futuro. Stasera ciò che è di Mourinho si riannoda a ciò che è stato. Almeno per 90 minuti. Perché per non trasformare questa nuova avventura al Benfica in un’altra delusione, José da Setubal deve compiere il miracolo battendo il Real Madrid. Non un grande problema per l’uomo che aveva detto di venire subito dopo Dio.

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