Lo sport è stato un potente strumento di propaganda e controllo durante il periodo nazista e fascista, ma alcuni atleti ebbero il coraggio di opporsi. Come la stella austriaca del calcio Mathias Sindelar, il tennista tedesco Gottfried von Cramm e il pugile di origini sinti Johann Trollmann. Questi atleti, pur non avendo cambiato il corso della storia, ci hanno insegnato che dire no è un dovere morale
Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Delle vittime della Shoah. E di chi si oppose. E potrebbe essere anche una giornata della Memoria dello Sport. Anche se troppo spesso le sue istituzioni si sono allineate al potere. Basti pensare, oggi, allo speciale premio per la Pace inventato last minute dalla Fifa per Donald Trump.
Se tanti allora tacquero, altri seguirono strade diverse dall’aderire al fascismo o al nazismo. Alcuni furono eroi per scelta come il calciatore Bruno Neri, centrocampista, partigiano, morto combattendo. Altri lo fecero in segreto come Gino Bartali. Altri per un indomabile spirito di libertà, come nell’emblematico caso dell’austriaco Mathias Sindelar, che riassume in sé la sua epoca.
Nato povero, arriva in una Vienna cosmopolita, capitale della cultura e dei Kaffeehaus, dove vivevano e lavoravano figure come Klimt, Schiele, Freud, Jung, Wittgenstein. Verrà definito “il Mozart del pallone”.
La stella austriaca
Soprannominato “Cartavelina” per il suo fisico magro e ossuto, fa del dribbling e della correttezza il suo tratto distintivo. Stella dell’Austria Vienna, diviene il simbolo del Wunderteam, la nazionale austriaca che domina in Europa. Leggendario il suo gol all’Inghilterra, partendo da centrocampo e superando tutti gli avversari fino alla rete. Come poi rifece Maradona.
Nel 1938 l’Anschluss impone al Wunderteam di confluire nella “Grande Germania” hitleriana. Così, nell’ultima partita dell’Austria contro la Germania al Prater, non si inchina, non omaggia il Reich e lascia la sua firma di campione di uomo libero segnando e dribblando ogni costrizione.
Sindelar rifiuterà ogni convocazione della nuova nazionale pangermanica. Non segnerà mai per Hitler. Questa insubordinazione diventa inaccettabile. Il 23 gennaio 1939, Cartavelina e la sua compagna vengono trovati morti in casa, in circostanze mai del tutto chiarite. Oggi Sindelar è seppellito nel cimitero di Zentralfriendhof. Riposa insieme ad altri virtuosi come Schubert, Salieri, Beethoven.
Il tennista barone
Gottfried von Cramm non fu un ribelle, ma fu un tennista la cui vita fu naturalmente incompatibile con il nazismo. Nobile di nascita, il nome completo del Barone era Gottfried Alexander Maximilian Walter Kurt Freiherr von Cramm.
Cresciuto in una famiglia aristocratica, frequentava i campi del club Rot-Weiss di Berlino, gli stessi su cui giocavano i gerarchi del regime, compreso Göring. Proprio per questo Hitler lo considerava l’atleta ideale: talento, eleganza, corpo “arianamente” perfetto.
Non vinse mai Wimbledon, anche perché nel 1939 gli inglesi rifiutarono la sua iscrizione per non indispettire Hitler. Al processo per omosessualità, in sua difesa si schierò anche l’avversario di sempre, l’americano Donald Budge. Si rammaricò molto (forse ne fu addirittura parte) del fallimento dell’attentato a Hitler nel luglio 1944.
Il pugile contro il kapò
Anche la boxe ha avuto i suoi martiri. È il caso del tedesco Johann Trollmann. Tedesco sì, ma di origini sinti. È magro, sul ring si muove vorticosamente, come un ballerino. Come un’ape si sarebbe detto poi del grande Alì.
Il quadrato era un palcoscenico dove, citando il Mein Kampf, si celebrava il grande spirito d’assalto, le fulminee decisioni, i corpi perfetti. Diventato Deutscher Faustkampf, pugilato tedesco, si sarebbe mai potuto accettare che “una scimmia” come Trollmann diventasse campione dei mediomassimi a discapito dell’ariano Adolf Witt? E poteva essere accettabile che dopo il combattimento, mentre il pubblico inneggiava a lui, il pugile piangesse, seppur di gioia? No, non era possibile. E proprio questa effeminatezza sarà alla base della sua squalifica. E sarà obbligato, nei nuovi combattimenti, a non muoversi e a stare fermo al centro del ring, pena la perdita della licenza.
Umiliato, trasformato in bersaglio, Trollmann si presenta sul ring con i capelli ossigenati e il corpo cosparso di farina, trasformando il combattimento in una farsa e il pugile nella parodia di un ariano. Fermo al centro del ring incassa pugni fin quando non va ko cadendo in una nuvola di bianca farina.
Relegato ad esibizioni in fiere di paese e circhi, durante la guerra finirà in vari campi di concentramento con un triangolo marrone e un numero, il 9841. Addetto ai lavori forzati più pesanti, grazie, o forse purtroppo, alla sua fama viene riconosciuto e costretto a combattere contro le pure SS. Malnutrito, debole, vince ancora. Contro un kapò. Ma anche questa volta non è ammessa per un “diverso” la vittoria. Il kapò perdente si vendicherà pochi giorni dopo ammazzando Trollmann a badilate.
Nel 2003 la federazione tedesca, a seguito di un forte movimento d’opinione, consegna a Rita, la figlia di Trollmann, la cintura da campione tedesco.
L’Italia e il dopoguerra
Anche l’Italia ha il suo pugile. È Leone Èfrati, giovane promessa della boxe che nel 1938 arrivò a un passo dal titolo mondiale negli Stati Uniti senza però ricevere riconoscimenti in patria perché cancellato dagli annuari sportivi fascisti per la “sua razza”. Anche per lui l’ultimo combattimento fu in un campo di concentramento.
Certo non andava meglio agli atleti del mondo libero. Jesse Owens, americano ed eroe delle Olimpiadi di Berlino nel ’36, vinse davanti ad Adolf Hitler. Ma in patria, dopo la grande parata sulla Quinta a New York, il suo destino rimase quello di un “neg*o” dell’epoca: entrare negli hotel dalla porta sul retro.
Dopo il 1945, lo sport fu uno dei luoghi di maggiore continuità con il fascismo. Complice una visione riduttivamente tecnica e il disinteresse politico della sinistra, non vi fu autocritica: le espulsioni razziali del 1938 non vennero riparate, i titoli spesso non restituiti, le carriere interrotte rimasero senza riconoscimento né risarcimento, spesso nemmeno simbolico.
Questi atleti non hanno cambiato il corso storia. Eppure ci hanno indicato che esiste la possibilità di non accettare e che si può dire no. Anzi, a volte, è un dovere morale.
© Riproduzione riservata


