Lunedì sera, a Cleveland, Anthony Edwards resta in dubbio fino all'ultimo per il ginocchio destro che gli fa male dalla scorsa primavera. Gioca lo stesso, e con 47 punti trascina Minnesota fino al supplementare, dove i Timberwolves perdono. Il giorno dopo una risonanza evidenzia un danno che gli esami dell'estate non avevano mostrato. Giovedì, alla Mayo Clinic di Rochester, i medici gli ripuliscono il ginocchio in artroscopia, e ora potrebbe restare fuori fino a due mesi, dopo aver segnato 133 punti nelle prime quattro partite, record della franchigia.

È il nome più pesante di un'infermeria che il 27 ottobre, a una settimana dal via dal torneo, contava 53 giocatori fuori infortunio, quasi uno ogni dieci posti a roster.

Due giorni prima Oklahoma City aveva battuto i Clippers perdendo Jalen Williams, con il perone fratturato e la caviglia lussata, e Cason Wallace, con una lesione alla spalla sinistra: entrambi da operare. Si sono fermati anche Paolo Banchero e Jaren Jackson Jr. E, mentre la lista degli infortuni continua ad allungarsi, in Nba si corre come non si correva da anni: nella prima settimana le squadre hanno viaggiato a 102,5 possessi ogni 48 minuti. Un ritmo indiavolato.

Da più di un anno la lega sceglie di comunicare i dati che le danno ragione e cerca le cause degli infortuni fuori dal proprio perimetro. I rimedi che dipendono da lei, a partire da una stagione più corta, toccherebbero i ricavi di un contratto televisivo da 76 miliardi di dollari in 11 anni. Quindi avanti così, costi quel che costi.

La battaglia dei numeri

Lo scorso dicembre, a Las Vegas, il commissioner Adam Silver ha parlato del numero di infortuni più basso degli ultimi tre anni. Nelle stesse settimane Jeff Stotts, noto preparatore atletico che tiene un archivio delle assenze dal 2005-06, registrava 2.062 partite perse nelle prime otto settimane, contro le 1.962 e le 1.579 delle due annate precedenti. Silver contava gli infortuni, Stotts le partite saltate: a chi paga i diritti televisivi interessa soprattutto la seconda cifra. Secondo un'analisi del medico Brian Sutterer, in vent'anni la quota di partite perse per problemi muscoloscheletrici è raddoppiata, dal 10,8 al 21,2 per cento.

Ad agosto uno studio pubblicato sull'Orthopaedic journal of sports medicine ha esaminato 19 rotture del tendine d'Achille di giocatori Nba tra il 2014 e il 2025. Nelle 10 partite precedenti l'infortunio i minuti giocati salivano in media da 27,4 a 29, un risultato che gli stessi autori definiscono esplorativo. John DiFiori, responsabile della medicina sportiva della lega, ha risposto che lo studio ha limiti di metodo e che la revisione interna, fatta con epidemiologi indipendenti, non trova alcuna relazione tra minuti e rotture. La Nba alza un muro: per lei i minuti non c'entrano.

A settembre uno studio firmato tra gli altri da Amiethab Aiyer, ortopedico della Johns Hopkins, ha analizzato 60 rotture del tendine d'Achille in Nba dal 1958 al 2024. Quasi un giocatore su quattro aveva avuto prima uno stiramento al polpaccio, sei volte su sette nella stessa gamba. All'inizio della stagione scorsa le partite perse per problemi al polpaccio erano già 108, il triplo dello stesso periodo dell'anno prima. Di tendini d'Achille, invece, in tutta la stagione se n'è rotto uno solo, quello di Donte DiVincenzo ai playoff, e la lega ha potuto archiviare come un'anomalia le 7 rotture del 2024-25, un record. Il 18 ottobre, due giorni prima del via, Ben Simmons si è rotto il suo in un allenamento dei Sacramento Kings.

Al netto di questi dati, quando parla di cause, Silver guarda soprattutto fuori dalla Nba. A gennaio dell'anno scorso ha spiegato che molti infortuni nascono dal sovraccarico accumulato nel basket giovanile, dove i ragazzi ripetono gli stessi gesti atletici tutto l'anno. Pochi mesi dopo, a giugno, ha sollevato il dubbio che d'estate i giocatori lavorino più che durante il campionato.

Infortuni milionari

Intanto la lega si è occupata delle assenze. Dal 2023-24 un regolamento obbliga le squadre a schierare le stelle nelle partite trasmesse a livello nazionale, salvo infortunio. Il contratto collettivo ha legato i premi individuali, e con loro gli aumenti dei contratti più ricchi, alla soglia delle 65 partite giocate. La soglia però, a parte casi limite, non distingue tra chi riposa e chi si è fatto male, e se Edwards resterà fuori due mesi quest'anno sarà escluso dall'All-Nba e dalla corsa all'Mvp. A marzo il sindacato dei giocatori ha chiesto di abolire la regola o di prevedere un'eccezione per gli infortuni gravi. Pochi giorni dopo Silver ha risposto che secondo lui la regola funziona, e infatti è ancora in vigore.

Ne sa qualcosa Jalen Williams. A novembre 2025 un'operazione al polso gli aveva già fatto saltare troppe partite per entrare nell'All-Nba, e con l'All-Nba se n'era andato un aumento fino a 47 milioni di dollari in cinque anni. Operato il 28 ottobre, sarà rivalutato prima della fine della stagione regolare: per il secondo anno di fila non arriverà alle 65 partite.

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