Quell’altra, la cerimonia di apertura dell’Olimpiade, l’avevano chiamata bellezza in movimento, questa è vita in movimento: non necessariamente bella, insomma. Para, cioè a fianco. Para, non proprio Olimpiade. Come se fosse necessario sempre classificare, incasellare. Abbiamo dovuto aspettare che le emozioni di quell’altra Milano-Cortina si spegnessero, si allentassero, per accendere la fiamma della Paralimpiade. Una para-fiamma. Come dire che ci sono i corpi perfetti, i migliori possibili, quelli che vanno più in alto, più veloce, più forte. E poi ci sono gli altri, questi, corpi che vanno, in un modo o nell’altro. E finché li terremo separati lo sport non avrà assolto la sua vera funzione. Se vogliamo pensare il mondo come è davvero, essere inclusivi sul serio, allora Olimpiadi e Paralimpiadi devono diventare una sola: condividere stadi, piste, strade, pubblico e date.

Lo sport, che è vita accelerata, dovrebbe indicare la strada, non piegarsi ai compromessi della politica. Ma questa Paralimpiade nasce sotto un segno disgraziato, quello della guerra. La prima vittima della Storia è l'iraniano Aboulfazl Khatibi Mianei, 23 anni, nato sul mar Caspio, che doveva essere in gara martedì nella sprint standing di sci di fondo, a Tesero. Non è riuscito ad arrivare in Italia. Scendono dunque da 56 a 55 i paesi rappresentati alle Paralimpiadi.

Russia e Bielorussia sì, Iran no

Ci sono Russia e Bielorussia, riabilitate a tutti gli effetti dall’Ipc. La bandiera iraniana invece non ha sfilato. «È deludente per lo sport mondiale, e in particolare per Aboulfazl, che non possa viaggiare in sicurezza per partecipare ai suoi terzi Giochi paralimpici invernali a Milano-Cortina 2026», ha detto il presidente dell'Ipc, Andrew Parsons. «Abbiamo lavorato dietro le quinte per trovare percorsi alternativi per il passaggio sicuro della delegazione iraniana. Ma, con il conflitto in corso, il rischio per la vita umana è troppo elevato. Non competere per fattori al di fuori del suo controllo è straziante per l'atleta». Per Khatibi, che ha una disabilità congenita agli arti inferiori, sarebbero state le terze Paralimpiadi, dopo Pyeongchang 2018 e Pechino 2022.

Aboulfazl Khatibi Mianaei
Aboulfazl Khatibi Mianaei
Aboulfazl Khatibi Mianaei

L’attacco all’Iran è stata una palese violazione della tregua olimpica, ma dal Cio non è arrivata neanche una velata critica ai paesi che l'hanno commessa. Un blando appello alla pace, quello non si nega a nessuno. Quando ha evitato di sanzionare Stati Uniti e Israele, il Cio ha detto che il vero scopo della tregua è permettere l’arrivo alle sedi di gara di tutti gli atleti. E dal momento che l’unico iraniano iscritto non è arrivato in Italia, anche questo è un fallimento: nelle intenzioni e nei fatti.

Cinquantacinque paesi, la prima volta per Haiti, Montenegro, Macedonia del nord, Portogallo ed El Salvador, uno dei posti più pericolosi del mondo, che manda a sfilare due atleti in carrozzina per via di una sparatoria. A portare le bandiere a Milano-Cortina non sono i migliori atleti, come sempre è successo, ma i volontari, cioè delle comparse: si sono eliminati gli atleti con le loro storie esemplari, e si sono mantenute le bandiere, che sono simboli potenti, anche di propaganda. Non è la tanto sbandierata neutralità del mondo sportivo, è una scelta precisa di scappare dalla realtà.

Assenze pesanti

Sono 611 gli atleti (battuto il record di 564 che risaliva al 2018), meno della metà all’Arena di Verona. Si sfideranno in 79 gare (39 maschili, 35 femminili e 5 miste) e 6 sport diversi. Agli ucraini era stato vietato di mostrare la divisa cerimoniale, coi colori nazionali, perché sulla giacca c’è una mappa dell’Ucraina che include il Donbass e la Crimea, le regioni occupate con la forza dalla Russia.

E proprio la presenza di Russia e Bielorussia, con inni e bandiere, ha dato una sorta di legittimazione politica alla guerra in corso da quattro anni e ha rotto gli equilibri diplomatici: Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Germania, Francia e ovviamente Ucraina hanno disertato la cerimonia.

EPA
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Una cerimonia dove gli assenti pesano di più dei presenti. Di 55 paesi, soltanto 29 delegazioni si sono viste all’Arena. Il motivo è il sottotesto di questa cerimonia piena di aria, di spazio, di voli ma anche di magone. Il presidente del comitato organizzatore Giovanni Malagò non lo ha nascosto nel suo discorso. «Siamo tutti consapevoli che questi Giochi si svolgono in un mondo profondamente diviso, lacerato da guerre, dolore e sofferenza. In uno dei momenti più drammatici della nostra epoca il messaggio di pace, inclusione e solidarietà assume un significato anche più profondo e imprescindibile. La vera misura dei nostri sforzi sarà ciò che resterà. Saremo giudicati per l'eredità che sapremo lasciare».

Un messaggio rivoluzionario

Neanche il presidente dell'Ipc Andrew Parsons ha evitato il confronto con la storia parlando di un futuro più inclusivo. «Abbiamo bisogno di quel futuro ora più che mai. Quattro anni fa dissi di essere sconvolto di quello che stava accadendo nel mondo. Purtroppo la situazione non è migliorata. In un mondo in cui alcuni paesi sono conosciuti più per il nome dei loro leader che per altro, io preferisco conoscerli per i nomi dei loro atleti».

AFP
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Rimane il diritto degli atleti a fare i loro Giochi. Un diritto sancito dal sorriso di Bebe Vio, la tedofora che porta la fiamma nell’Arena e la fa passare di mano in mano. Fino ai guanti di luce dei due campioni che accendono i bracieri a Milano e Cortina: Gianmaria Dal Maistro, 9 medaglie in 4 edizioni diverse dei Giochi paralimpici, e Francesca Porcellato, 15 medaglie paralimpiche in 13 edizioni dei Giochi in tre diverse discipline (atletica leggera, sci di fondo e ciclismo).

Tutti consapevoli che la diversità non è un’eccezione da gestire e disciplinare, ma piuttosto il cuore di un modello nuovo in cui il valore si misura nella capacità di trasformare i limiti in nuove possibilità. Ambra Sabatini lo ha scritto come meglio non si poteva sulla Stampa: «Lo spirito paralimpico trascende la partecipazione: è una rivoluzione culturale. È la scoperta del limite come punto di partenza. È la possibilità di riscrivere la propria storia attraverso il duro lavoro, la fatica, la preparazione, il talento. La prestazione diventa linguaggio. Restano l’atleta, il cronometro e quella fame di vittoria che non fa differenze».

Il presidente Sergio Mattarella ha dichiarato aperti i Giochi e le note di Volare hanno chiuso la cerimonia più politica di sempre, che però non ha rinunciato a proporre l’ideale di un mondo senza confini, tra chi ha disabilità e chi non ce l’ha. Un messaggio rivoluzionario, quasi come la pace.

ANSA
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