La stagione parte tra qualche settimane con le gare in Australia. Ma l’astro intorno a cui ruota l’annata resta il campione di Komenda. Che guarda alla Primavera ciclistica, saltando per il secondo anno consecutivo il Giro d’Italia
Da tempo, ormai, non è più il piccolo principe. Tadej Pogačar è il re incontrastato del ciclismo, un tiranno assoluto. Molto amato, certo, ma anche molto odiato. Il suo dominio non è gradito a tutti, emblema dello spettacolo noioso di questa fase storica di questo sport. Nessuno può azzardarsi a negare l’elevato coefficiente di spettacolarità nelle sue azioni, con fughe solitarie di decine di chilometri. Ma la spettacolarità, in questa forma, rischia di annoiare. C’è un uomo solo al comando. E basta.
Eppure dopo la vittoria all’ultimo Tour de France, venata da una certa tristezza, dovuta alla fatica di dover sopportare il lungo stress che comporta un grande giro, Pogačar ha mostrato il lato umano, del ragazzo che vuole vivere la propria gioventù. Basta sfogliare i suoi profili social per capire il suo approccio, a tratti burlone. E che lo rende diverso dalle macchine sportive del nostro tempo. Allora perché non pensare di dedicare tempo a se stessi?
«Potrei ritirarmi in qualsiasi momento ed essere comunque felice», ha detto in un’intervista. È un’affermazione semplice, ma non banale. Perché la parola ritiro aleggia da qualche tempo intorno a un atleta, che ha compiuto da qualche mese i 27 anni. Si tratta quantomeno di un fatto atipico dal punto di vista anagrafico.
Insomma, il ritiro ci sarà in un giorno non lontano. Ma, con buona pace dei rivali (l’irlandese Ben Healy ha recentemente detto che correre contro Pogačar è «demoralizzante»), non è imminente.
La stagione 2026, che inizierà già a gennaio con le gare australiane presenti in calendario (prima di entrare nel vivo tra febbraio e la primavera), ruota ancora intorno al fenomeno di Komenda, alla sua capacità di confermarsi sui livelli inumani dell’ultimo anno e soprattutto alla sua voglia di continuare a pedalare per accumulare successi.
Resterà l’astro, intorno a cui ruotano le ambizioni, e molto spesso le frustrazioni, di tutti gli altri. Intanto chi accarezza il sogno di vincere il Giro d’Italia può sfruttare l’assenza di Pogačar. Lo ha dominato nel 2024, salterà anche quest’anno la partecipazione alla corsa rosa. Il danese Jonas Vingegaard ci sta facendo più di un pensierino per poter prendersi la tripla corona (la vittoria di almeno un’edizione dei grandi giri) anche prima del suo rivale storico.
L’anno della Classicissima
Gli obiettivi di Pogačar sono cerchiati, il Tour de France in cima, per forza di cose: è l’Olimpo del ciclismo, l’evento immancabile per ragioni di immagine e, perché no, di sponsor. Ma Pogačar ha già spostato il focus altrove, vincere le poche gare che mancano al suo interminabile palmares.
Su tutte la Milano-Sanremo che è la sfida più avvincente, perché la Classicissima è la meno adatta alle caratteristiche dello sloveno. Ci ha già provato, e ci riproverà quest’anno, provando ad arrivare già al massimo della forma a marzo.
Per fare il vuoto sulla Cipressa o sul Poggio bisognerà avere il massimo dell’esplosività, un Pogi in purezza, in versione monarca assoluto. Altrimenti si troverà a dover ingoiare un altro piazzamento, perché piaccia o meno la Milano-Sanremo è un flipper imprevedibile.
Pogačar e le Pietre
E poi, a seguire, c’è la stagione del Nord, le classiche infernali tra pavé e muri, con la Parigi-Roubaix, altro faro della stagione pogačariana, forse più della campagna delle Ardenne, già domate e dominate in passato. Lo scorso anno si è esaltato sulle pietre, fallendo di poco l’assalto alla vittoria, ma paradossalmente mostrandosi ancora più fenomenale: non è scontato poter competere alla Roubaix, gara impossibile per alcuni, complicata per altri.
Ci sono giganti come Filippo Ganna che ancora faticano a trovare feeling su quelle strade, nonostante il campione italiano abbia un fisico adeguato. Feeling decisamente trovato, da anni, dal signore delle Pietre, Mathieu Van der Poel, l’unico in grado di infliggere qualche sconfitta a Pogačar, almeno nelle grandi classiche.
E così bisogna mettersi comodi in vista della primavera ciclistica per vivere le sfide di Pogačar, scrutando la sua volontà di restare tiranno del pedale. Con la vista sulla sua tripla corona, perché dopo il Tour potrebbe puntare a mettere in bacheca la Vuelta d’España, la corsa che lo ha lanciato nel grande ciclismo. Ma che non ha ancora conquistato. Questione di tempo. Prima che la parola ritiro possa diventare realtà.
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