Dopo un’estate record per numero di focolai e superficie andata in fumo, il governo francese fatica a contenere le critiche sulla gestione delle emergenze e i tagli effettuati dagli ultimi governi agli enti pubblici incaricati di proteggere e gestire il territorio. L’ambiente e la lotta contro il cambiamento climatico sono i grandi perdenti dei dieci anni di Macron
Sono 580mila gli ettari andati in fumo in tutta Europa: un’estate dei record dalla Spagna alla Romania, dalla Grecia al Belgio. E in mezzo la Francia, dove l’incendio più devastante degli ultimi 50 anni ha distrutto 42mila ettari della foresta di pini delle Lande di Guascogna, meno di quattro anni dopo l’ultimo mega-incendio che ne aveva già ridotto in cenere buona parte.
L’impreparazione delle autorità è evidente, soprattutto in un 2026 particolarmente secco e scandito da cinque ondate di caldo consecutive. Una zavorra per il governo che, incendio dopo incendio, ha tentato di spegnere le fiamme e le polemiche.
La responsabilità politica
Eppure, riavvolgendo il nastro del secondo mandato di Emmanuel Macron, il dilettantismo dei dirigenti francesi – se non della classe politica nel suo insieme – non ha nulla di sorprendente. I servizi pubblici incaricati della gestione delle foreste e dell’ambiente, come l’Office national des forêts (Onf) e l’Office français de la biodiversité (Ofb) sono stati ridimensionati e i fondi per l’eventuale acquisto di due nuovi Canadair, circa 53 milioni di euro, sono stati congelati nel 2024 dal governo Attal, nonostante un aumento globale del budget della protezione civile.
I francesi – a parte quelli colpiti direttamente – hanno seguito lo sviluppo degli incendi, l’andirivieni dei pompieri e il sorvolo dei Canadair come un feuilleton estivo, accompagnato dal battibecco politico sulle mancanze, i ritardi e i conti da pagare.
«Ci siamo fatti sgridare al posto degli assicuratori», ha dichiarato il premier Sébastien Lecornu, che anziché coprirsi il capo di cenere ha difeso le scelte del governo e smentito le voci sulla mancanza di mezzi, fomentate, secondo lui, da «certe sfere complottiste». Fischiato durante la sua visita del 17 agosto a Porge, epicentro del fuoco in Gironda – dove sono bruciate 183 abitazioni su 240 – il premier ha annunciato un pacchetto da 12 milioni di euro destinato ai comuni della Gironda e delle Lande. Un fondo completato da incentivi fiscali come una moratoria sui contributi e sulle tasse per le imprese colpite e l’accelerazione delle concessioni edilizie per la ricostruzione.
«Sono le premesse di un Piano Marshall», ha ringraziato il sindaco di Porge, Martial Zaninetti. La somma equivalente è stata garantita, un po’ a sorpresa, dal presidente Macron al dipartimento del Var, dove il fuoco ha bruciato 6mila ettari, durante la tradizionale visita di fine estate a Bormes-les-Mimosas. Nel suo discorso, il capo dello Stato ha ignorato la questione climatica, limitandosi a rendere omaggio a quella «Francia che resiste ai fuochi», senza un accenno al caldo estremo, alla siccità che ha privato quasi 100 comuni di acqua potabile o alla fragilità della foresta francese.
Promesse non mantenute
Anziché di un “Piano Marshall” in miniatura, la Francia avrebbe avuto bisogno di una leadership ecologica forte negli ultimi dieci anni per evitare di trovarsi oggi su campi di macerie in cenere.
Le grandi promesse di Emmanuel Macron di limitare le emissioni e adattare il Paese a un aumento potenziale delle temperature entro la fine del secolo a +4°C si sono infrante contro tre grandi scogli: l’enorme debito pubblico francese, di cui un terzo amputabile a lui; la priorità data a sovranità e difesa – il 17 agosto il presidente ha promulgato la nuova legge di programmazione militare che aggiunge 36 miliardi ai 413 miliardi stanziati per il periodo 2024-2030; e la paralisi istituzionale causata dallo scioglimento dell’Assemblée nationale a luglio 2024.
«Il governo ha mentito per tutta l’estate sul tema incendi», ha attaccato il 18 agosto il coordinatore della France insoumise, Manuel Bompard, sostenendo che il governo porti «una responsabilità nell’incapacità del nostro Paese a rispondere agli incendi». Al di là delle prese di posizioni partigiane, le critiche vanno oltre la gestione dei fuochi: è l’incapacità dello Stato nello svolgere le sue funzioni basilari di protezione della popolazione e del territorio in situazioni di crisi e la pianificazione sul lungo termine ad essere presa di mira.
Le ammissioni di Laurent Nuñez, ministro dell’Interno, a porte chiuse durante l’incontro coi sindacati dei pompieri sulla «postura» che il governo deve tenere per difendersi dalle critiche, nonostante la mancanza effettiva di mezzi, danno almeno in parte ragione ai detrattori. Insoddisfatti delle risposte del ministro, i pompieri scenderanno in piazza a Parigi il prossimo 29 settembre.
E il premier fatica a contenere il malcontento anche tra le proprie fila. La ministra della Transizione ecologica, Monique Barbut, che aveva presentato le dimissioni a luglio, respinte da Macron, ha indirettamente criticato il proprio campo sostenendo che il programma della France insoumise «è quello che integra maggiormente la questione climatica nelle proposte economiche e sociali».
Con le elezioni all’orizzonte, lo scoglio del dibattito sulla legge del bilancio 2027 dietro l’angolo, i disaccordi interni e i sindacati pronti a scendere in piazza, il governo teme un autunno (quasi) caldo quanto l’estate.
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