Il mood dell’Italia, a fine 2025, non era dei più brillanti. Allora il 38 per cento degli italiani (specie uomini e ceto medio) riponeva qualche speranza in un nuovo anno in miglioramento. Tre mesi dopo, a fine marzo, gli ottimisti si sono ridotti al 22 per cento, di contro i pessimisti sono passati dal 62 di dicembre al 77 per cento di oggi
I bombardamenti condotti da Donald Trump e Benjamin Netanyahu seminano morte e devastazione in Iran e Libano, destabilizzando l’economia italiana e quella mondiale. La maggioranza assoluta degli italiani condanna tutti gli interventi militari. Se l’86 per cento si dice contrario all’invasione russa dell’Ucraina, una pari percentuale dice un no secco all’intervento israeliano in Libano. Percentuali altissime del paese (81 per cento) sono schierate contro l’intervento dell’esercito israeliano a Gaza, mentre il no all’attacco di Usa e Israele all’Iran coinvolge il 79 per cento. Condanna senza appello, infine, anche per l’azione americana in Venezuela con il 76 per cento di contrari. È quanto emerge dall’indagine di fine marzo 2026 dell’osservatorio Fragilitalia del centro studi Legacoop e IpsosDoxa.
Il contraccolpo economico
Le aggressioni militari israelo-americane non solo indignano la maggioranza della popolazione italiana, ma hanno effetti immediati e durevoli sull’umore dell’opinione pubblica. Il mood del paese, a fine 2025, non era dei più brillanti. Allora il 38 per cento degli italiani (specie uomini e ceto medio) riponeva qualche speranza in un nuovo anno in miglioramento.
Tre mesi dopo, a fine marzo, gli ottimisti si sono ridotti al 22 per cento (-16 punti in tre mesi), di contro i pessimisti sono passati dal 62 di dicembre al 77 per cento di oggi (+15 in un botto). A guidare il pessimismo sono le aspettative per la nostra economia. Anche in questo caso a fine 2025 il quadro era già faticoso. Solo il 29 per cento presumeva una possibile crescita. Il 31 per cento parlava di stagnazione, mentre il 40 prevedeva una dinamica recessiva.
Oggi l’affresco è diventato più fosco. Gli speranzosi si sono ridotti al lumicino (13), mentre il vento della recessione soffia per il 59 per cento (+19 punti). A generare ansia sono le preoccupazioni legate all’inflazione, prevista in aumento dall’85 per cento (+13 punti rispetto a dicembre). A prendere una china negativa non sono solo gli aspetti direttamente economici, ma anche le principali aspettative sul futuro.
È così per le prospettive lavorative (previsioni negative per il 79 per cento); per la qualità della democrazia (78 per cento ne presume il calo); sui cambiamenti climatici (85 per cento di pessimisti); per le disuguaglianze sociali (in aumento per l’87 per cento); per il rischio terrorismo (in aumento per il 90 per cento). Scetticismo assoluto, infine, sulla possibilità che diminuiscano i conflitti: il 94 per cento prevede ulteriori recrudescenze.
Il giudizio sui singoli conflitti
L’opinione pubblica, in questo periodo, si è costruita un’idea abbastanza chiara dei conflitti e delle responsabilità. L’attacco israelo-americano all’Iran è ritenuto, dal 27 per cento del paese, un atto di aggressione unilaterale ingiustificato e dal 44 per cento una scelta frutto di meri interessi economici. Solo il 6 per cento lo giudica necessario per la sicurezza globale, mentre per il 70 per cento lo scontro armato era evitabile. La maggioranza degli italiani (60) pensa che l’aggressione finirà in un nulla di fatto (lasciando intatte tutte le tensioni) o, peggio, portando al potere un regime più duro e anti-occidentale del precedente.
Chiarissimo il giudizio sull’intervento Usa in Venezuela: per il 74 per cento è stata un’aggressione imperialista o un intervento eccessivo in violazione della sovranità del paese. Nessuno sconto anche per la Russia ritenuta un aggressore con mire imperiali sull’Ucraina (61 per cento). Dilagante è la condanna dell’intervento israeliano a Gaza. Solo l’8 per cento lo ritiene espressione del diritto di difesa di Israele dopo il 7 ottobre. Per il 50 per cento è un massacro della popolazione civile palestinese e per un altro 33 per cento è una campagna militare sproporzionata che ha causato e causa troppe vittime civili. L’intervento a Gaza, inoltre, ha marcatamente danneggiato l’immagine dello Stato di Israele nell’opinione pubblica, con il 64 per cento che afferma di aver peggiorato il proprio giudizio. Al fondo di tutte le valutazioni, nel cuore del paese, c’è un’angoscia recondita: che questi conflitti siano il preludio allo scoppio di una terza guerra mondiale (45 per cento).
Un Paese smarrito
L’indagine restituisce il quadro di un Paese che ha smarrito ogni residua illusione sulla giustificabilità dell’uso della forza. La condanna trasversale dei bombardamenti di Trump e Netanyahu, come di quelli di Vladimir Putin, è sia un rigetto morale, sia una diagnosi politica: l’aggressione militare è percepita come barbarie prepotente e inefficace, che uccide senza risolvere. Il crollo vertiginoso delle aspettative economiche e sociali – dal lavoro alla democrazia, dall’ambiente alla pace – rivela, inoltre, la coscienza che i conflitti armati non sono più un’eccezione, ma stanno tornando a essere la scelta sistemica di un capitalismo sempre più aggressivo, militarizzato, illiberale; il sintomo di un ordine mondiale malato e decadente, in cui l’interesse di pochi si maschera da sicurezza globale. L’angoscia profonda per il domani che emerge dai dati non è più orientata alla ricerca del nemico, ma è supportata dalla certezza che nessuna delle parti in campo rappresenti più il bene comune. Il giudizio severo su Israele, Russia e Stati Uniti è il prodromo di un rifiuto etico di ogni imperialismo, mentre emerge un patriottismo pacifista e costituzionale che chiede alla politica (tutta) più coraggio. Molto più coraggio, lungimiranza e determinazione.
Nota metodologica Indagine Cawi su panel digital IpsosDoxa, realizzata per il centro studi Legacoop, su un campione di 800 italiani maggiorenni, ultimi 10 giorni di marzo 2026
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