L’economia italiana continua a rimanere vittima di una tenaglia paralizzante: la persistente illusione che la tutela corporativa possa proteggere il lavoro intellettuale dalla modernizzazione. Il comparto dei servizi intellettuali e delle professioni regolamentate in Italia attraversa una fase di profonda stagnazione, schiacciato tra la difesa corporativa degli albi e l’incapacità cronica di attrarre investimenti. L’esame parlamentare del disegno di legge delega di riforma degli ordinamenti professionali si inserisce in questo scenario come un banco di prova decisivo.

Tuttavia, anziché imprimere una svolta modernizzatrice orientata ai mercati europei, il provvedimento rischia di consolidare un modello conservatore, cieco di fronte alle reali esigenze della crescita economica e della concorrenza internazionale. Il sintomo più evidente di questo fallimento strutturale è demografico prima ancora che economico. L’emorragia di energie vitali ha ridotto la presenza degli under 35 all’interno delle professioni regolamentate ad appena il 16%. Un dato impietoso che fotografa un sistema chiuso, percepito dai giovani non come un ascensore sociale, ma come una sequenza ininterrotta di barriere all’ingresso, tirocini elusivi e costi fissi insostenibili. Di fronte a questa desertificazione generazionale, le risposte fornite dal legislatore e sollecitate dalle rappresentanze tradizionali continuano ad attingere al repertorio del dirigismo economico e della garanzia formale. Analizziamo i nodi fondamentali del nuovo Ddl.

Il nodo delle società tra professionisti

Il cortocircuito ideologico emerge con nettezza plastica nella disciplina delle Società tra professionisti (Stp). In un’epoca in cui l’esercizio della professione richiede investimenti imponenti in digitalizzazione, intelligenza artificiale, infrastrutture tecnologiche e reti transnazionali per competere su scala globale, il Ddl introduce rigidi paletti alla partecipazione dei soci finanziatori.

Le perplessità sollevate da Confprofessioni durante le audizioni parlamentari colgono nel segno: limitare l’apporto di capitale esterno significa sterilizzare gli studi professionali, condannandoli a una persistente frammentazione e a un nanismo organizzativo incompatibile con i mercati moderni.

Se da un lato si apprezza la rimozione della duplicazione del contributo integrativo previdenziale a cui sono soggetti i professionisti che lavorano all’interno delle società, una storica distorsione rispetto a chi lavora in autonomia, dall’altro si blindano le strutture societarie con vincoli di proporzionalità tra capitale e governance che spaventano gli investitori.

La tutela dell’autonomia deontologica e intellettuale del professionista non richiede il blocco del capitale di rischio, ma una separazione netta tra diritti amministrativi e patrimoniali. Ancorare le decisioni strategiche alla maggioranza dei professionisti iscritti all’albo è doveroso; considerare il capitale privato come un elemento "inquinante" è invece il sintomo di una visione miope che penalizza la competitività dell'intero comparto.

L’illusione dell’equo compenso

Sul fronte della tutela economica, l’architettura dell’equo compenso delineata dalla legge 49/2023 si sta rivelando un’illusione regolatoria controproducente.

La fissazione ex lege dei parametri tariffari non ha risolto la vulnerabilità dei lavoratori autonomi, finendo per produrre effetti distorsivi a vantaggio delle strutture già consolidate. Per un giovane professionista all'inizio della carriera, l'imposizione di minimi tariffari rigidi azzera la leva competitiva, cristallizzando le posizioni di oligopolio dei grandi studi. Il vero paradosso risiede tuttavia nel doppio standard applicato dai committenti forti, in primis la Pubblica amministrazione.

Mentre lo Stato pretende di imporre tariffe trasparenti ai soggetti privati, continua a eludere le medesime prescrizioni nei bandi pubblici e tollera, o peggio alimenta, la pratica inaccettabile dei tirocini gratuiti. L’utilizzo di giovani laureati a costo zero camuffato da formazione rappresenta una palese violazione della dignità del lavoro intellettuale. La disciplina sanzionatoria attuale, paradossalmente, finisce per gravare sui professionisti costretti ad accettare condizioni capestro pur di lavorare, mentre i grandi committenti pubblici e privati rimangono di fatto impuniti.

Ordini professionali e chiusura corporativa

Il dibattito che coinvolge categorie storiche come gli ingegneri, gli avvocati e i commercialisti conferma una resistenza diffusa al cambiamento. Il baricentro dell'azione ordinistica resta saldamente ancorato alla difesa perimetrale delle competenze e delle riserve di legge, trattando i servizi intellettuali come un’entità avulsa dalle logiche concorrenziali del mercato europeo.

Sanità: il reintegro dei radiati

Nel settore sanitario, al centro dell’esame della commissione XII Affari sociali della Camera, il Ddl delega introduce modifiche dirompenti sul fronte della responsabilità penale e civile. Il testo estende l’esclusione della punibilità per omicidio e lesioni colpose anche alla negligenza e all’imprudenza, limitandola ai casi diversi dalla colpa grave e parificando le buone pratiche clinico-assistenziali alle linee guida. Nella valutazione della colpa, i giudici dovranno tenere conto di fattori critici come la scarsità cronica di risorse umane e materiali, le situazioni d’emergenza e la complessità operativa.

Se da un lato queste norme offrono una boccata d’ossigeno a un personale medico provato da turni massacranti e carenze d’organico, dall’altro il provvedimento si arena su compromessi politici opachi. L’articolo 8 del testo, che disciplina la reiscrizione all’albo dei sanitari radiati per fatti non dolosi commessi durante l’emergenza Covid tra il gennaio 2020 e il marzo 2022, rappresenta il punto politicamente più controverso.

Nonostante le forti pressioni delle opposizioni e di parte della maggioranza volte a stralciare la norma, il reintegro è rimasto nel testo, risolvendosi in un nulla di fatto rispetto alle istanze di rigore scientifico e deontologico. La formulazione ampia, pur non menzionando esplicitamente l’obbligo vaccinale, di fatto riammette nel circuito ufficiale chi ha promosso condotte e terapie contrarie alle evidenze scientifiche durante la pandemia.

Il ruolo degli ingegneri

Dall'altro lato, il dibattito emerso al Congresso nazionale degli ingegneri mostra come le diverse categorie restino prevalentemente arroccate sulla difesa del perimetro istituzionale, focalizzandosi quasi esclusivamente sulla perimetrazione rigida delle competenze e sulle riserve di legge.

La legittima esigenza di chiarire le responsabilità civili e i termini di decorrenza della prescrizione professionale, indispensabili per offrire certezze giuridiche al professionista e tutele al cittadino, non deve trasformarsi nella pretesa di sbarrare il passo alle dinamiche europee. Considerare i servizi intellettuali come un’entità del tutto avulsa dal mercato commerciale significa ignorare la natura stessa delle economie contemporanee, fondate sulla convergenza multidisciplinare e sulla libera circolazione di servizi e competenze.

Per uscire da questo stallo servono riforme trasparenti e orientate alla crescita. Occorre liberalizzare le Stp aprendole ai capitali senza condizionamenti ideologici, superare la logica vincolistica dell’equo compenso in favore della contrattazione collettiva di settore per le sole collaborazioni parasubordinate, vietare tassativamente il lavoro non retribuito e valorizzare il merito e l’interdisciplinarità. Senza queste correzioni, la riforma delle professioni rimarrà l’ennesimo intervento conservatore, destinato ad alimentare la stagnazione dell'economia dei servizi italiana e ad allontanare irrimediabilmente i giovani dal Paese.

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