Il continuo tira e molla sulla trattativa tra Trump e gli ayatollah fa di nuovo sprofondare le borse: la maglia nera a Piazza Affari. L’allarme di Lagarde: «Lo scenario può peggiorare ancora»
Dopo i rialzi record di venerdì, scatenati dalla decisione iraniana di riaprire lo stretto di Hormuz, è stato un altro lunedì di ribassi sulle borse europee, mentre i prezzi di petrolio e gas sono tornati a salire pericolosamente. Il Ftse Mib, principale indice di Piazza Affari, è stato tra i peggiori del Vecchio Continente con la chiusura a -1,36 per cento, penalizzato dallo stacco dei dividendi da parte di alcune delle principali società quotate tra cui Unicredit, Mediobanca e Mediolanum. Perdite superiori al punto percentuale sono state registrate anche sull’indice francese Cac40 e sul tedesco Dax, mentre a Londra il Ftse ha limitato il rosso a -0,55 per cento. A segnare i tonfi più pesanti sono stati i titoli del settore viaggi: male soprattutto Lufthansa, EasyJet e Tui, che hanno lasciato sul terreno oltre il 3 per cento a testa.
A tutto gas
Sulla scia del prezzo in rialzo delle materie prime energetiche – il petrolio di qualità Brent è salito del 5 per cento rispetto a venerdì, toccando i 95 dollari al barile; il gas sull’hub europeo olandese Ttf è tornato a sfiorare 40 euro al megawattora, + 2,4 per cento – hanno guadagnato in modo rilevante i titoli del settore petrolifero come Shell, Bp, Totalenergies ed Eni.
A spaventare gli investitori è stato l’aumento della tensione tra Usa e Iran nel fine settimana. Dopo aver annunciato venerdì la riapertura dello Stretto di Hormuz, sabato l’Iran ha fatto marcia indietro bloccando il traffico dopo aver accusato Washington di non aver «rispettato i propri obblighi» con il blocco navale alle navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. L’escalation è proseguita domenica, quando Donald Trump ha avvertito che avrebbe «distrutto ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran». Sempre domenica le forze militari iraniane hanno aperto il fuoco contro navi mercantili che tentavano di attraversare lo Stretto. Per tutta risposta, Trump ha dichiarato che un cacciatorpediniere lanciamissili statunitense, ha aperto il fuoco e messo fuori uso una nave mercantile battente bandiera iraniana nel Golfo dell’Oman, prima che venisse abbordata dai marines.
La successiva confusione sulla eventuale ripresa dei negoziati e l’incertezza hanno fatto aumentare nuovamente la volatilità sui mercati. «I prezzi del petrolio sono soggetti a forti oscillazioni a causa degli sviluppi in Medio Oriente, con quella che sembrava una de-escalation che si sta rapidamente trasformando in una nuova escalation», ha scritto in una nota agli investitori Warren Patterson, responsabile della strategia sulle materie prime per la banca olandese Ing.
Come di consueto Trump alterna minacce violentissime ad aperture al dialogo. Lunedì ha dichiarato al New York Post che alcuni funzionari statunitensi «si stanno dirigendo ora» ad Islamabad per i colloqui con l’Iran, mentre alla Pbs News ha detto che gli Usa «inizieranno a esplodere moltissime bombe» se non si raggiungerà un accordo prima della scadenza prevista. Teheran sembra ormai aver capito la logica della Casa Bianca. E gioca di rimessa, e il gioco senza fine degli annunci e contro-annunci getta gli investitori nello sconforto totale.
Riserve strategiche
Su questo è intervenuta anche la presidente della Bce. Intervenendo all’incontro annuale dell’Associazione delle Banche tedesche, Christine Lagarde ha messo in luce alcuni aspetti della crisi energetica in corso, ma ha fatto intendere che è ancora presto per immaginare un rialzo dei tassi d’interesse. Dichiarazione che in teoria dovrebbe sostenere i mercati. «L’interruzione dell’approvvigionamento», ha detto Lagarde riferendosi a Hormuz, «è enorme: anche tenendo conto della deviazione dei gasdotti e del ricorso alle riserve strategiche, la perdita netta di petrolio è stimata a circa 13 milioni di barili al giorno, all’incirca il 13 per cento del consumo globale. E questo prima ancora del blocco imposto dagli Stati Uniti».
Pur parlando di uno «shock energetico enorme», la presidente della Bce è passata poi alla parte più ottimistica del discorso: «Finora non abbiamo assistito a un aumento dei prezzi dell’energia tale da farci precipitare direttamente nel nostro scenario peggiore. Sebbene sia i prezzi spot che quelli dei futures del petrolio siano superiori a quanto ipotizzato nel nostro scenario di base, i mercati sembrano scommettere che l’interruzione sarà di breve durata». In attesa del consiglio direttivo della Bce del 30 aprile, quando si deciderà la politica monetaria, Lagarde ha dichiarato che «se il conflitto si risolvesse rapidamente, lo shock diretto sui prezzi dell’energia potrebbe rivelarsi nella fascia più bassa delle aspettative e l’impatto economico sarebbe contenuto». Tuttavia, ha ricordato, «le prospettive rimangono fragili e sono ancora possibili scenari peggiori».
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