Nel decidere se fare o non fare un figlio, l’esistenza di un asilo fa la differenza. Uno studio pubblicato a settembre sull’European journal of population lo conferma: l’offerta di servizi ha un effetto sulla natalità.

Mentre in Italia si continua a discutere di calo demografico – spesso cadendo nella retorica della responsabilità individuale – il numero di posti negli asili nido resta al di sotto degli obiettivi europei. Secondo l’Istat, nel 2023-24 avevamo 31,6 posti su 100 bambini. Con enormi disparità geografiche: nel Sud si arriva a 19.

La ricerca – condotta da studiosi di Milano, Roma e Trento – rivela invece che è proprio lì che si deve investire per rendere possibile una scelta. «La bassa fecondità – si legge nelle conclusioni del paper – non dipende soltanto dai desideri individuali, ma anche dall’esistenza di barriere strutturali».

Disparità e copertura di base

Partendo dai dati comunali, i ricercatori hanno rilevato che un aumento significativo della disponibilità di servizi Ecec (Early childhood education and care) – nidi e servizi integrativi, pubblici e privati – ha un effetto positivo e significativo sul numero di nascite. Perché questo avvenga, sono necessari due elementi: l’incremento dev’essere consistente e devono essere già presenti livelli iniziali di copertura.

Nel 2023, in Italia, quasi la metà dei comuni era ancora sotto il 10 per cento, la soglia minima individuata dallo studio. Alcuni, addirittura senza alcun servizio. Il Fondo 0-6, nel nuovo schema 2026-2030 ancora in discussione, dà priorità ai finanziamenti destinati ai servizi già utilizzati dalle famiglie.

La legge di bilancio ha previsto risorse specifiche per aumentare i posti nei territori con un’offerta insufficiente: 300 milioni di euro nel 2025 e 450 milioni nel 2026, confluiti dal 2025 nel Fondo speciale per l’equità del livello dei servizi. E poi a salire.

L'obiettivo è arrivare entro il 2027 a 33 posti ogni 100 bambini tra 3 e 36 mesi in ciascun comune o bacino territoriale, considerando anche l’offerta privata. Nel Documento di finanza pubblica, a livello regionale viene indicata una soglia minima del 15 per cento.

Questo può nascondere differenze molto ampie: un territorio che ha già un’offerta del 45 per cento, ad esempio, può compensare statisticamente uno che resta sotto il 10. Così, la media può migliorare senza che i territori più scoperti raggiungano il livello minimo previsto dalla legge.

La distanza tra offerta e accesso, inoltre, è rilevante quanto il numero complessivo dei posti: il paper stesso richiama, tra gli altri fattori, liste d’attesa, distanze, costi e criteri di accesso. Per aiutare nell’orientarsi tra tutto questo, nei giorni scorsi l’Inps ha avviato una banca dati nazionale delle strutture convenzionate per il Bonus nido, e annunciato una mappa geolocalizzata dei servizi, che dovrebbe permettere ai genitori di individuare le strutture disponibili.

Fino a sei nascite in più

Lo studio utilizza i dati Istat di tutti i comuni italiani – circa 7.900 – nel periodo 2013-2022. L’approccio adottato dai ricercatori italiani permette di stimare l’impatto dell’offerta di servizi per l’infanzia isolandolo dai fattori demografici e socioeconomici che potrebbero influenzare a loro volta le nascite. Per farlo confronta l’andamento delle nascite nei comuni in cui la copertura Ecec è aumentata con quello di comuni analoghi, appartenenti alla stessa regione, nei quali la copertura è rimasta invariata.

Il risultato più rilevante si è ottenuto dove un’iniziale copertura del 10-20 per cento arrivava a superare successivamente il 30: al quarto anno si sono registrate in media 6,25 nascite in più, un incremento di circa il 12 per cento rispetto al dato medio precedente di 51. Lo studio, inoltre, non rileva effetti di saturazione: anche nei territori con livelli di copertura più elevati, ulteriori aumenti sembrano produrre comunque effetti.

Investire sui servizi può sicuramente rallentare il declino. Ma soprattutto, può offrire una possibilità di scelta. Secondo gli studi l’aumento dei servizi Ecec favorisce l’occupazione femminile. Un’analisi pubblicata a settembre su LaVoce mostra inoltre che il Bonus nido – che ha ormai 10 anni – aumenta la probabilità che le donne restino occupate dopo la nascita di un figlio: l’effetto arriva a circa sei punti percentuali tra le madri che utilizzano la misura.

Lo stesso studio, però, mostra anche i limiti di un trasferimento monetario quando l’offerta di servizi è insufficiente: dove i nidi mancano, i bonus non bastano.

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