«Senza consenso è stupro» e «solo sì vuol dire sì», sono chiare le ragioni che il 15 febbraio hanno portato in piazza migliaia di persone in tutto il Paese. Da Ancona a Viterbo, passando per Bari, Bologna, Milano, Napoli e Roma – solo per citare alcune città delle 44 città che si sono mobilitate – le manifestazioni, indette dal laboratorio permanente “Consenso, scelta, libertà”, nato dall’unione di più realtà della società civile – da D.i.Re a Amnesty International, a Cgil e Uil – ha attraversato l’Italia per bloccare il ddl Bongiorno.

Proprio nel giorno in cui ricorrono i 30 anni della legge 15 febbraio 1996, n. 66, considerata uno spartiacque nel contrasto alla violenza sessuale perché, introducendo nel codice penale gli articoli 609-bis e seguenti, ha spostato l’inquadramento giuridico del reato da delitto contro la moralità pubblica e il buon costume ai delitto contro la persona, mettendo al centro l’autodeterminazione di chi subisce violenza.

Il testo unico proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno – che a fine gennaio ha preso il posto delle precedenti modiche «all’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale», al centro delle polemiche da settimane perché ha spostato il focus dall’assenza «di consenso libero e attuale» a quello di «volontà contraria» per definire il reato di violenza – «ci porta indietro di decenni, perfino più indietro rispetto alla legislazione vigente. Oggi è un anniversario importante, non possiamo consentire che si torni indietro», dice a Domani la senatrice Pd Cecilia D’Elia mentre piazza Santi Apostoli, nel cuore di Roma, si riempie di centinaia persone di ogni età, striscioni e bandiere colorano la strada.

«Pensavamo di essere a un passo da un’altra conquista fondamentale che vedeva unite le donne di tutti gli schieramenti. Ma siamo state smentite non appena la legge è arrivata al Senato», aggiunge la deputata Pd, ex presidente della Camera, Laura Boldrini, prima firmataria del provvedimento che era stato approvato all’unanimità di maggioranza e opposizione lo scorso novembre alla Camera, che avrebbe dovuto mettere in pratica il patto Meloni-Schlein: un salto di qualità per la dignità delle donne e la lotta contro la violenza sessuale, in teoria.

«Tutto potevo immaginare tranne una debacle come questa. Due donne, Bongiorno e Meloni, si sono sottomesse alle pressioni della parte più maschilista e retrograda del Paese, impersonificata da Salvini, e stanno mettendo in discussione anche l’alleanza dei movimenti femministi che trent’anni fa ha portato alle legge 66 del 1996. É un tradimento verso le donne vittime di violenza. Hanno fatto una scelta imperdonabile di cui devono assumersi le responsabilità, tutte le piazze d'Italia chiedono di ripensarci», spiega ancora Boldrini a Domani mentre i manifestanti radunati a Santi Apostoli provano a muoversi in corteo nonostante le forze dell’ordine abbiano transennato l’area da entrambi i lati in cui non sono i palazzi a chiuderla.

«Oggi torniamo indietro perché con ddl Bongiorno si mette il focus sulla vittima e non sul carnefice: “Perché hai detto no?” “Quanto tempo ci hai messo a dirlo?” “Come ti sei difesa?”. Ma non dovremmo essere noi a difenderci, è la legge che dovrebbe parlare di consenso come dice anche la Convezione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza, che l’Italia ha ratificato nel 2013», sottolinea Valentina Melis, testimonial di Differenza Donna, l’associazione che da più di trent’anni si occupa di violenza maschile contro le donne, attraverso i centri anti violenza e le case rifugio, sulla base dell’esperienza che le operatrici e gli operatori hanno maturato col tempo.

«Una legge che ci riporta indietro. E che così come l’ha proposta Bongiorno sarebbe meglio non avere. Perché almeno ora, anche se la norma che abbiamo è datata, grazie alla Convezione di Istanbul e alle interpretazioni della giurisprudenza, la sua applicazione si basa sul concetto di consenso», spiega Carla Quinto, avvocata e responsabile dell’ufficio legale della cooperativa sociale Be Free.

«Questo ddl, invece, costruisce un immaginario colpevolizzante, nutre la cultura dello stupro perché lancia il messaggio che i nostri corpi sono sempre accessibili a meno che non lottino. Quella che conduciamo, quindi, non è solo una battaglia sulle norme. Ma è una lotta politica e simbolica. Per questo abbiamo dato il via a una mobilitazione permanente che andrà avanti fino a che non si tornerà a parlare di consenso. La prossima tappa è il 28 febbraio, per la manifestazione nazionale, qui a Roma», conclude l’avvocata mentre la folla di persone riesce a uscire dalla Piazza, e in corteo, festante nonostante l’amarezza, sfila per le strade più conosciute del centro di Roma, fino a piazza del Popolo.

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