Il decreto scuola approvato il 24 settembre dal Consiglio dei ministri prevede, tra le altre misure, percorsi obbligatori gratuiti di alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano per i genitori stranieri nei casi in cui persistenti barriere linguistiche ostacolino l’integrazione scolastica e il percorso educativo dei figli. La scuola dovrebbe segnalare questi casi ai servizi sociali territoriali, che potrebbero definire un progetto personalizzato di sostegno alla genitorialità con frequenza nei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) e l’obiettivo di conseguire almeno una certificazione linguistica di livello A2. In caso di mancata osservanza (e in assenza di determinate eccezioni) sono previste sanzioni da 200 a mille euro.

Oltre alle rilevanti questioni di legittimità costituzionale che una previsione del genere solleva, varrebbe la pena farsi anche una domanda molto concreta: oggi chi vuole imparare l’italiano riesce davvero a trovare un corso? E, soprattutto, su quale offerta linguistica gratuita e concretamente disponibile poggia la misura prevista dal decreto?

Vale la pena ricordarlo: la conoscenza della lingua italiana per persone straniere costituisce già da tempo un obbligo, è infatti il requisito previsto per alcuni procedimenti quali l’ottenimento del permesso di lungo soggiorno (per il quale è richiesta una certificazione di lingua di livello A2) e l’acquisizione della cittadinanza giuridica (livello B1).

Ma vale anche la pena ricordare che quando parliamo di lingue parliamo di nuove possibilità di convivenza sociale, di mediazione e di plurilinguismi, di cittadinanza sostanziale: di poter conoscere ed esercitare pienamente i propri diritti, accedere ai servizi, di arricchire la formazione propria e dei propri figli, di tutelarsi nel lavoro e di partecipare alla vita sociale e culturale.

Liste d’attesa tra scuola pubblica e terzo settore

Eppure, l’offerta linguistica per adulti con background migratorio è frammentata, territorialmente diseguale e priva di una programmazione comune, a partire dal sistema di accoglienza. Il capitolato Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) di Roma Capitale 2026/2028 per l’adempimento delle 15 ore settimanali di lingua prevede il ricorso a corsi territoriali di enti istituzionali o del privato sociale e, solo in mancanza di tale offerta, l’attivazione autonoma di corsi interni. Nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) per adulti la riforma del 2023 ha eliminato l’insegnamento dell’italiano dalle prestazioni obbligatorie, lo schema ministeriale del 4 marzo 2024 cita l’italiano soltanto come esempio tra le possibili attività formative gratuite, senza ore minime, continuità o personale L2 (italiano come seconda lingua) obbligatorio. E quindi?

Nel Lazio e un po’ in tutta Italia una parte decisiva dell’offerta gratuita e accessibile è oggi sostenuta dai Cpia e dal Terzo settore (esistono poi progetti pubblici, universitari, Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami) e altre forme di offerta difficili da ricondurre rigidamente alle due categorie). Nel Lazio le associazioni del terzo settore aderenti alla rete Scuolemigranti — una rete di quasi un centinaio di associazioni sostenuta dal Centro di servizio per il volontariato (Csv) Lazio — hanno un volume di presenze ai corsi di italiano superiori a quelle dei Cpia. Dai dati riportati si legge che nel Lazio, nell’anno scolastico 2024-2025, l’offerta pubblica e del privato sociale ha registrato circa 30mila iscrizioni ai corsi: 13.160 nei percorsi di alfabetizzazione dei Cpia e 17.180 (non si tratta necessariamente di persone distinte, perché sono possibili iscrizioni multiple) nelle scuole della Rete Scuolemigranti. E questi numeri descrivono soltanto la domanda accolta, a questa si aggiungono liste d'attesa di centinaia di persone, molte delle quali restano fuori sia dall'offerta pubblica sia da quella del Terzo settore.

La carenza di fondi pubblici e l’assenza di una programmazione connessa tra pubblico e privato lascia interi territori privi di opportunità, produce liste d’attesa e affida una parte maggioritaria delle iscrizioni registrate ad associazioni di volontariato spesso prive di sedi stabili e con pratiche e parametri molto diversi tra loro.

L’insegnamento dell’italiano non può essere quindi considerato soltanto un adempimento richiesto alla persona straniera, né trasformarsi in uno strumento di selezione o esclusione sociale e famigliare, ma andrebbe riconosciuto come un’infrastruttura pubblica di accesso ai diritti e alla vita collettiva.

Se di obblighi vogliamo parlare, potenziare le scuole pubbliche per adulti e riconoscere finalmente in questa offerta il lavoro che da anni il terzo settore porta avanti tra finanziamenti e progetti sempre più difficili da reperire, dovrebbe essere un obbligo per le istituzioni. Significherebbe poter offrire davvero a tutte e tutti un percorso linguistico e un accesso anche ai livelli successivi di istruzione pubblica. Significherebbe potenziare corsi in orari diversificati per lavoratori e genitori, offrire moduli quali scuola per donne e madri con il servizio di nido, proporre attività e progetti aperti anche a persone italiane e straniere costruendo comunità e cittadinanza attiva, creare accesso facilitato ad altri servizi quali orientamento lavorativo, giuridico, sanitario e professionale.

Invece che introdurre nuovi obblighi, la questione che questi dati pongono alle istituzioni è quella di definire responsabilità chiare e risorse dedicate. L'efficacia delle scelte politiche potrà essere misurata solo sulla possibilità concreta di accedere ai corsi di italiano in ogni territorio, sulla continuità e sulla qualità dell'offerta e sulla capacità di collegare l'apprendimento linguistico alla capacità di mediazione, all'esercizio dei diritti, alla partecipazione sociale e culturale. È solo a partire da queste condizioni che possiamo provare a costruire quella società moderna, plurilingue e pluriculturale della quale, in qualche modo, facciamo già parte.

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