L’organizzazione, insieme alla street artist Laika, hanno percorso la stessa rotta dei trasferimenti delle persone migranti detenute nei centri di permanenza per i rimpatri: da Brindisi a Shengjin, dove l’Italia ha realizzato due centri di trattenimento sulla base del protocollo siglato con il premier Edi Rama. «La fase due della politica di esternalizzazione delle frontiere»
Ci vogliono circa cento miglia per raggiungere da Brindisi le coste albanesi di Shëngjin dove si trova uno dei due centri fortemente voluto dal governo Meloni. Ed è dietro il frangiflutti roccioso del porto che si intravede un’inferriata con accanto due bandiere che sventolano, quella italiana e quella europea.
«Quel centro, che doveva essere usato per una prima identificazione dei migranti recuperati in mare, è vuoto da due anni», dice, non appena lo avvistiamo, Serena Chiodo di Amnesty International Italia. Partiti da Brindisi a bordo di Sanny, barca a vela che doveva partecipare alla Flotilla dello scorso maggio e che è stata adottata dalla comunità Mujeres in Mare, c’è voluto un giorno di navigazione per percorrere la stessa rotta attraverso cui le autorità italiane trasferiscono i migranti in Albania.
Frutto di un protocollo, con una dotazione potenziale di quasi 400 milioni di euro tra il 2024 e il 2026 (dati ActionAid ndr), i due centri italiani su suolo albanese sono diventati il simbolo di una politica migratoria fatta più di propaganda e che di fatti.
«Dopo che i primi trattenimenti non sono stati convalidati per via delle diverse interpretazioni della nozione di paese sicuro – continua Chiodo – «nell’aprile del 2025 il secondo centro, quello di Gjadër, è stato equiparato ad un Cpr». E qui, durante la visita del 10 giugno del Tavolo asilo e immigrazione (Tai), si trovavano solo 70 persone. Stando alle prime stime del governo, questi centri dovevano avere una rotazione di circa 3mila persone migranti al mese.
Secondo le conclusioni del Tai, invece, dal momento della riconversione le persone trasferite coattivamente in Albania sono state circa 620. I rimpatri effettivi, però, si fermano a 90: il 15 per cento. E, come previsto dalla normativa, avvengono dall’Italia.
Rimpatri
Dal Cpr albanese si torna dunque sul territorio nazionale, prima di prendere un aereo per il paese di origine. «Da un lato i numeri sono molto più bassi, dall’altro a essere elevati sono i costi economici e umani. Stiamo parlando di persone che vengono portate in Albania, propagandisticamente e per poco tempo. Visto che poi devono essere riportate indietro», conclude Chiodo.
Questo andirivieni, a carico dei cittadini italiani, nasconde non poche lacune legali. «Non c’è nessun criterio in base al quale i migranti vengono selezionati per essere trasferiti in questi centri», evidenzia l’avvocato Gennaro Santoro che ha assistito diversi migranti detenuti a Gjadër.
«Vengono selezionati senza una reale motivazione dai Cpr su suolo italiano e, nella maggior parte dei casi, non gli viene neanche comunicato il trasferimento. Portati a Brindisi, si ritrovano poi a essere imbarcati in direzione Albania». A confermarlo è anche la sentenza del 10 febbraio 2026 del tribunale di Roma.
La sentenza
Quest’ultima stabilisce che il trasferimento da un Cpr italiano a Gjadër non può essere trattato come un semplice spostamento logistico: è una “nuova e diversa spendita di potere autoritativo incidente sulla libertà personale”. Per questo serve un provvedimento individuale, scritto e motivato. Nel caso esaminato dal giudice, un uomo era stato prelevato dal Cpr di Gradisca con l’indicazione che sarebbe stato trasferito a Brindisi. Quest’ultimo si è poi ritrovato in Albania. Nessun atto gli aveva spiegato dove sarebbe stato portato, quando e per quale ragione.
«Ed è proprio questo modello che rischia di diventare realtà anche per altri Paesi europei» – dice invece Francesca Corbo, di Amnesty International, mentre srotola sulla barca lo stendardo realizzato dalla street artist Laika in occasione della traversata.
Regolamento rimpatri
Difatti, un comunicato stampa della Commissione Europea dello scorso 3 giugno, indica che è stato trovato un accordo per aggiornare le norme sui rimpatri degli stranieri senza documenti, ferme al 2008. «Ed è proprio qui» – ribadisce Chiodo – «che si parla di return hub, centri di detenzione che potranno essere creati dagli Stati membri sia dentro che fuori dal territorio europeo».
Questi ultimi, si legge, potranno accogliere tutti coloro che sono senza documenti, incluse famiglie con figli minori, in attesa di rimpatrio. La detenzione potrà avere una durata di due anni e mezzo invece dei sei mesi attuali. «Quello che sta avvenendo è un po’ la fase due della politica di esternalizzazione delle frontiere» – precisa invece Caterina Amicucci, la capitana della Sunny che insieme all’attivista Irene Soldati ci ha portato in Albania.
«Qua si entra in una fase dove l’esternalizzazione non è soltanto pagare i paesi della sponda Sud del Mediterraneo per fare il lavoro sporco ma è proprio un dislocare la loro detenzione in questi Stati. E credo che corrisponda ad una visione del Mediterraneo sempre più violenta che abbiamo visto anche con la Flotilla, bloccata dall’esercito israeliano in acque greche. Ovvero una visione militarizzata dove il movimento è consentito soltanto alle merci. Dove le persone vulnerabili e quelle che si oppongono a questo stato di cose vengono rinchiuse, malmenate e represse».
Insomma, come conclude la street artist Laika, «attraversiamo un mare in tempesta in termini di tutela dei diritti umani. La scorsa settimana l’Europa ha scelto di assomigliare all’America di Trump, legittimando cosi anche il terribile protocollo Italia-Albania voluto dal governo Meloni. Navighiamo quindi controvento: sfidiamo chi promuove politiche razziste e di privazione della libertà dell’essere umano. Buon vento a noi che siamo dalla parte giusta della storia».
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