Una campagna di sensibilizzazione contro i Centri di permanenza per i rimpatri – luoghi definiti patogeni da decine di studi e organizzazioni internazionali – secondo la procura della Repubblica di Ravenna costituirebbe un’associazione per delinquere. Nell’ambito dell’inchiesta dei pm romagnoli, oltre agli otto medici del reparto malattie infettive dell’ospedale cittadino a cui è stato contestato il reato di falso ideologico, c’è anche un altro medico indagato con l’imputazione più grave: l’articolo 416 del codice penale, associazione a delinquere, contestato a Nicola Cocco, infettivologo e membro della Società italiana di medicina delle migrazioni.

L’associazione sarebbe sostenuta da diversi indizi: la campagna “No Cpr” non sarebbe – secondo gli inquirenti – espressione di una posizione politica, ma sarebbe strumentale a impedire il trattenimento delle persone di origine straniera nei Cpr. A questo si aggiungerebbero la pianificazione di interventi sui social che vengono definiti propagandistici, l’organizzazione di riunioni che avrebbero avuto l’obiettivo di pianificare come realizzare i certificati falsi e una mappatura del rilascio di certificati di non idoneità in tutta Italia. Le condotte sarebbero state commesse tra il 2024 e il 2026.

Sulla base di questi elementi la procura, mercoledì 16 settembre, ha disposto 23 perquisizioni di dispositivi elettronici e documentazione a carico di altrettanti professionisti, quasi tutti infettivologi e psichiatri, da Roma a Matera, da Bari a Biella e Livorno. «Un atto invasivo» di cui uno dei legali di cinque medici coinvolti e non indagati, Fabio Anselmo, ha criticato le modalità: «I miei cinque assistiti, pur non essendo indagati, sono stati svegliati alle 5 e 48 del mattino, in casa, dalla polizia, per una perquisizione», ha detto, aggiungendo che sono stati «trattati come criminali mafiosi», «indagati di fatto ma senza essere iscritti nel registro degli indagati». Modalità che hanno provocato un malore alla moglie incinta di uno dei medici, ha denunciato l’avvocato. 

Il vicecapogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera Marco Grimaldi ha restituito un altro racconto, di una «giovane dottoressa di Biella, una dei 23 medici (solo uno indagato) perquisiti in tutta Italia sul presunto rilascio di certificati medici falsi per impedire il trattenimento in Cpr di cittadini stranieri». «Le sono piombati in casa ieri (mercoledì, ndr) notte, hanno perquisito tutto l’appartamento sfasciando più cose possibile, le hanno sequestrato computer, cellulare, tablet, l’hanno portata in questura e interrogata per ore».

La campagna

Nei Cpr, luoghi di detenzione amministrativa, il diritto alla salute delle persone detenute è previsto dalla direttiva che porta il nome dell’ex ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, che impone ai sanitari di accertare se la persona in questione abbia patologie incompatibili con il trattenimento. Tra queste: «Malattie infettive contagiose e pericolose, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative», oltre alle condizioni di vulnerabilità.

La visita però, come hanno testimoniato diversi sanitari, spesso viene fatta sommariamente, escludendo solo le malattie infettive, senza prendere in esame altre patologie e vulnerabilità. Oppure avvengono visite alla presenza della polizia, senza privacy, senza mediatore, spesso senza la richiesta del consenso e senza documentazione clinica.

Per questo motivo è nata una campagna pubblica, la stessa attenzionata dalla magistratura inquirente che parla di un coordinamento unico, per sensibilizzare il personale sanitario a una presa di coscienza sulle condizioni e i rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa. 

È ormai risaputo come vivono le persone nei centri, detenute per non essere titolari di permesso di soggiorno: il Comitato europeo contro la tortura nel dicembre 2024 aveva rilevato un uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia nei confronti delle persone trattenute nei Cpr, maltrattamenti fisici e una diffusa somministrazione di psicofarmaci non prescritti per sedare i reclusi. 

L’impatto negativo di questi luoghi di privazione della libertà è stato certificato da diversi organismi internazionali, a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità, che in una nota del gennaio 2025 ha rilevato come «la detenzione amministrativa delle persone migranti è una causa diretta di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi». 

I nuovi nemici

Dopo la magistratura, più volte attaccata dal governo colpevole di non aver convalidato il trattenimento di diverse persone nei centri in Albania, e gli avvocati, sul tema dell’immigrazione da qualche mese nel mirino ci sono i medici. Il personale sanitario, che come ha raccontato Domani ha ricevuto più volte pressioni dalle questure, è chiamato a svolgere funzioni che non sono le sue.

Lo ha ricordato la Federazione dell’ordine dei medici, esprimendo vicinanza ai colleghi coinvolti: «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona», ha dichiarato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. 

Anelli ha poi invitato la politica e il clamore mediatico a non «anticipare giudizi e sanzioni» e ricordato l’urgenza di una modifica normativa, «proprio per evitare situazioni capaci di generare un conflitto tra doveri deontologici del medico e finalità di sicurezza che non gli competono». 

Avs ha depositato un’interrogazione parlamentare ai ministri dell’Interno e della Salute e attorno ai medici e alle mediche coinvolte si è riunito il mondo che si occupa da anni di denunciare le condizioni di vita all’interno dei centri, annunciando un nuovo presidio sabato 19 settembre a Bologna. 

L’Associazione studi giuridici per l’immigrazione ha espresso «grave preoccupazione», soprattutto per la «contestazione di associazione per delinquere», ricordando come l’articolo 32 della Costituzione tuteli la salute come «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Le valutazioni dei medici, continua Asgi, «non sono “arbitrarie” ma si fondano su dati clinici e sull’evidenza scientifica della natura intrinsecamente patogena dei Cpr».

Di certo, si tratta di un’operazione che porta la categoria ad avere timore nell’esercizio della professione, che dovrebbe essere guidata dai principi di indipendenza e responsabilità. Lo ha ricordato Medici senza frontiere, rivolgendosi alla procura di Ravenna per chiedere l’acquisizione del Giuramento di Ippocrate agli atti dell’inchiesta.

«La segnalazione del ministero dell’Interno, in particolare del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, che ha dato il via all’indagine di Ravenna e la contestuale campagna politico mediatica», ha infine sottolineato il Tavolo asilo e immigrazione (che riunisce decine di organizzazioni), «sembrano invece puntare all’intimidazione dei medici professionisti che, semplicemente esercitando le loro funzioni, risultano un ostacolo per le politiche del governo». 

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