Il dato è l’esito di una riduzione lenta, continua e strutturale, in atto da oltre vent’anni, non attribuibile a interventi valutabili nel breve periodo né a maggior ragione, a misure disciplinari introdotte solo lo scorso anno
La dichiarazione con cui Giorgia Meloni attribuisce al suo governo il calo della dispersione scolastica non regge non perché il dato sia inesatto, ma perché viene isolato dal suo contesto temporale. Questo dato infatti è l’esito di una riduzione lenta, continua e strutturale della dispersione scolastica in Italia, in atto da oltre vent’anni, non attribuibile a interventi valutabili nel breve periodo né, a maggior ragione, a misure disciplinari introdotte solo lo scorso anno.
L’indicatore che consente un’analisi longitudinale e con serie storiche rintracciabili è l’abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione (Early Leavers from Education and Training, Elet), adottato da Istat ed Eurostat: misura la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che non possiedono un titolo di scuola secondaria superiore e non sono inseriti in alcun percorso formativo.
È disponibile annualmente, ha una definizione metodologicamente stabile ed è il riferimento ufficiale degli obiettivi europei. Altre nozioni di “dispersione” – come quella implicita basata sugli apprendimenti Invalsi o gli abbandoni amministrativi – sono utili per analisi mirate, ma non permettono una ricostruzione omogenea di lungo periodo.
Un calo costante
Osserviamo la serie Elet italiana dal 2005 a oggi: nel 2005 il tasso medio superava il 22 per cento; nel 2008 era ancora intorno al 19–20 per cento, uno dei valori più alti dell’Europa occidentale. Da allora la curva è scesa progressivamente e con regolarità: prima lentamente, poi con maggiore continuità tra il 2014 e il 2019. Nel 2024 il dato si colloca un po’ sotto il 10 per cento e continua a scendere. In 15-20 anni la dispersione si è dunque più che dimezzata, con un calo medio annuo costante, prossimo allo 0,6–0,7 per cento. Non esistono crolli improvvisi, né rimbalzi strutturali: un fenomeno di trasformazione profonda e costante.
Non c’è in questo lasso di tempo alcun “anno-svolta” riconducibile a una singola riforma o a un cambio di governo. La riduzione avviene per stratificazione lenta di fattori (a cui contribuiscono certamente le riforme ma in tempi molto lunghi): innalzamento dei livelli medi di istruzione nelle coorti più giovani, allungamento della permanenza nel sistema formativo, impegno didattico e pedagogico mirato, soprattutto precoce, riduzione delle opportunità di lavoro non qualificato per i minori, interventi territoriali cumulativi nelle aree a rischio.
È una dinamica che attraversa governi di colore diverso degli ultimi 30 anni, che precede nettamente l’attuale legislatura, che investe anche il lavoro artigianale, quotidiano e potente che si fa in ogni singola scuola e in ogni singola classe, tutti i giorni, tutti i mesi, tutti gli anni e l’impegno incessante delle declinazioni territoriali del ministero.
Divario territoriale
Il problema che persiste è il divario territoriale. Il Nord scende sotto il 9 per cento già prima del 2022; il Centro segue a breve distanza; il Sud e le Isole migliorano, ma restano stabilmente su valori più elevati, intorno al 12 per cento nel 2024.
La stabilità del divario territoriale segnala un dato sociale che rimane permanente: la dispersione è fortemente correlata al contesto socioeconomico familiare (indicatore ESCS – Economic, Social and Cultural Status – misurato nelle rilevazioni Ocse), alla povertà, alla disponibilità di servizi per l’infanzia e di tempo scuola. Non è un caso che le aree con i tassi più alti coincidano con quelle in cui nidi e tempo pieno sono storicamente carenti: il Sud e le isole.
Doppia forzatura
In questo quadro, l’attribuzione di merito all’attuale governo appare doppiamente forzata. Da un lato, perché il calo era già in atto prima del suo insediamento e prosegue senza variazioni di pendenza; dall’altro perché le politiche maggiormente adeguate al contrasto della dispersione scolastica nei luoghi deprivati non si stanno rafforzando: nidi, mense, tempo pieno, risorse stabili per il supporto strutturale agli studenti fragili nel biennio della secondaria di secondo grado.
E infine perché le politiche richiamate, come il rafforzamento del voto in condotta, non sono coerenti con le evidenze disponibili: dispositivi punitivi e selettivi – il voto in condotta è uno di questi – non contrastano l’abbandono, ma tendono semmai ad alimentarlo, colpendo soprattutto gli studenti più fragili. Anche volendo ipotizzare un effetto causale, è comunque troppo presto per misurarlo e l’aspettativa teorica è nel verso opposto a quello rivendicato.
Quanto agli investimenti, la cronologia conta. La fase di riduzione della dispersione più consistente coincide con un ciclo di politiche e risorse che precede l’attuale esecutivo: programmi di contrasto alla dispersione, ampliamento del tempo scuola in contesti deprivati, Pon istruzione, fino al Pnrr.
Si tratta di interventi con effetti differiti, coerenti con la continuità osservata. Al contrario, negli ultimi anni le risorse ordinarie per la scuola non mostrano incrementi reali in questi ambiti; alcune linee del Pnrr sui nidi sono state rimodulate al ribasso e non risultano nuovi finanziamenti strutturali su mense e tempo pieno di scala comparabile. Su questi fronti, peraltro, erano state formulate dalla premier Meloni promesse elettorali (nidi gratis accessibili per tutti i bambini e le bambine) rimaste senza seguito.
I dati definitivi sull’attuazione del piano nidi finanziato con il Pnrr non sono ancora disponibili. È però un fatto che quelle risorse non siano ascrivibili all’attuale presidente del Consiglio, che votò contro il piano europeo da cui esse derivano, e che sotto l’attuale governo il programma sia stato rimodulato al ribasso.
I primi dati disponibili indicano che il divario territoriale italiano nell’offerta di servizi per la prima infanzia non si stia riducendo, nonostante i fondi del Pnrr; in alcuni contesti, tende semmai a consolidarsi. È un altro fatto che il governo attuale non abbia stanziato un solo euro in più sui nidi, anzi ha diminuito i fondi per la gestione ai Comuni. Il riferimento ai nidi non è casuale: si tratta dello strumento più efficace per intervenire sulle fragilità all’ingresso nel sistema educativo e per prevenire la dispersione scolastica, come attestano la letteratura scientifica internazionale e le evidenze empiriche comparate.
I dati sul calo della dispersione, dunque, letti nelle serie storiche, non negano il miglioramento; negano l’auto-attribuzione. La riduzione della dispersione scolastica è il risultato di un processo lungo, diseguale e faticoso, sostenuto soprattutto dal lavoro quotidiano delle scuole e da politiche di inclusione accumulate negli anni. Non è l’effetto di un decreto recente, né di un ritorno a logiche disciplinari che la ricerca considera, da tempo, controproducenti.
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