Nella prima enciclica di papa Leone XIV ci sono molte citazioni magisteriali (soprattutto di papa Francesco e Giovanni Paolo II). Ma ci sono anche Romano Guardini, l’autore del Signore degli anelli, il neurologo e filosofo Viktor Frankl e Giorgio La Pira. E fanno una comparsata anche Steven Spielberg e Guernica
Papa Francesco e san Giovanni Paolo II, i documenti del Concilio Vaticano II, sant’Agostino, ma anche John Ronald Reuel Tolkien e Hannah Arendt: passando in rassegna le note a piè di pagina di Magnifica Humanitas sono questi i nomi che si incontrano, i testi e le persone citate da papa Leone XIV nella sua prima enciclica.
Il magistero
L’enciclica di papa Prevost si riallaccia intenzionalmente alla Rerum Novarum di Leone XIII, di cui ha preso il nome: «Come il Leone di un tempo guardò alle “res novae” della sua epoca, oggi siamo chiamati a confrontarci con un'altra grande trasformazione».
Dato che il testo contiene un’ampia parte di ricostruzione della storia e dei fondamenti della dottrina sociale della Chiesa, dal 1891 a oggi, non sorprende che il maggior numero di citazioni sia per i testi magisteriali dei suoi predecessori: Jorge Mario Bergoglio è il più citato, 60 volte nelle note a piè di pagina si fa riferimento a documenti che portano la sua firma. Seguono il papa argentino Karol Wojtyla, citato oltre 40 volte, Benedetto XVI, che compare 22 volte e Paolo VI, citato 16 volte. Quindici volte nell’enciclica si fa riferimento ai documenti del Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, Lumen Gentium e Dignitatis Humanae) e al Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.
Santi, filosofi e scrittori
Il papa agostiniano cita quattro volte Sant’Agostino e tre volte San Tommaso d’Aquino. E c’è poi anche un riferimento alla Lettera VII di Platone. Tra i teologi che compaiono c’è il cardinale seicentesco Pierre de Bérulle, che viene citato nella conclusione del testo, per parlare del mistero dell’Incarnazione e del fatto che «secondo l’insegnamento della nostra fede, abbiamo e adoriamo, nei nostri misteri, un Dio che nasce nella mangiatoia, un Dio che vive e viaggia nella Giudea, un Dio che muore sulla croce, un Dio morto che giace nel sepolcro». Viene citato una volta anche Romano Guardini, teologo italo-tedesco della prima metà del Novecento, uno dei pensatori più cari a papa Francesco e a papa Benedetto XVI, di cui Leone ricorda parole che “rimangono attuali” ovvero «l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza».
Compare nell’enciclica anche Tolkien: la citazione da Il signore degli anelli si inserisce nel discorso che papa Prevost fa invitando tutti a partecipare alla costruzione della “civiltà dell’amore” e a non cedere alla tentazione di pensare che «i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla». «Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien», scrive il papa, «per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”».
Viene citata anche la filosofa Hannah Arendt, e in particolare Le origini del totalitarismo, nel passaggio in cui il papa parla della verità come bene comune e del rischio della manipolazione della realtà esacerbato dall’Ia: «Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma “la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più”».
È il padre costituente democristiano Giorgio La Pira l’unico politico che viene citato in Magnifica Humanitas, nel passaggio in cui il papa chiede di passare da una cultura della potenza alla cultura del negoziato: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano!». Il testo, nella sua accorata difesa del multilateralismo contiene anche un citazione del preambolo della Carta delle Nazioni Unite.
Mentre è per parlare degli spiragli di speranza aperti dalla natura umana anche negli abissi del male di cui è capace che il papa sceglie di ricordare le parole del neurologo e psichiatra austriaco Viktor Emil Frankl, ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio, che «diceva giustamente che nei momenti di orrore “siamo giunti a conoscere l’uomo come realmente è. Dopo tutto, l’uomo è quell’essere che ha inventato le camere a gas di Auschwitz; tuttavia è anche quell’essere che è entrato proprio in quelle camere a gas con la preghiera del Signore o lo Shemá Israel sulle labbra”».
Opere d’arte e modelli
Dentro all’enciclica però sono finiti anche Pablo Picasso e Steven Spielberg. Parlando della finitudine dell’essere umano, che la cultura post e transumanista vorrebbero superare, Leone parla del fatto che «nella stessa esperienza del limite, resta capace di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo. La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male». Come opere che hanno «assunto un valore quasi profetico» cita «la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio».
Ma il papa elenca anche una serie di figure come esempi che “aiutano a vedere che la storia può cambiare quando anche solo un uomo o una donna prendono davvero sul serio la dignità di tutti”. Oltre a Martin Luther King Jr e a Nelson Mandela, cita diverse donne: santa Laura di Montoya, religiosa e missionaria colombiana che ha lavorato con le popolazioni indigene dell’America latina, Madre Teresa di Calcutta, l’americana Dorothy Day, fondatrice del Catholic Worker Movement, la scienziata Maria Skłodowska-Curie, che ha vinto Nobel per fisica e chimica per il lavoro sulle radiazioni e la scoperta del radio, la pedagogista Maria Montessori, la missionaria cristiana Elisabeth Elliot, che ha vissuto con il popolo incontattato amazzonico che aveva ucciso il suo primo marito, il missionario Jim Elliot, l’ambientalista keniota Wangarĩ Maathai, prima donna africana a ricevere il premio Nobel per la pace nel 2004 e Benazir Bhutto, che è stata la prima donna premier del Pakistan, assassinata in un attentato terroristico nel 2007.
Oltre a queste figure, il papa elenca anche dei «martiri della solidarietà»: il prete cattolico ucciso ad Auschwitz san Massimiliano Kolbe, l’arcivescovo di San Salvador Óscar Arnulfo Romero, assassinato sull’altare dagli squadroni della morte agli ordini della giunta militare salvadoregna e proclamato santo da Francesco. Cita poi anche il beato Enrique Angelelli vescovo argentino assassinato dalla dittatura militare e il venerabile François-Xavier Nguyễn Văn Thuận, vescovo vietnamita che ha passato 13 anni imprigionato dal regime.
Tanti nomi e volti che forse fanno intravvedere qualcosa di più della mente di Robert Francis Prevost, a poco più di un anno dalla sua elezione.
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