«Non passa giorno in cui le persone si lamentino del costo delle medicine: ci sono aumenti sproporzionati». Lo raccontano farmaciste e farmacisti e lo confermano i dati che mostrano un’altra faccia della povertà sanitaria: quella legata alla difficoltà nell’acquisto dei farmaci. Mentre la spesa farmaceutica pubblica continua a correre e sfonda i tetti di bilancio previsti, cresce anche la pressione economico-finanziaria diretta sulle famiglie.

Aifa e banco farmaceutico

Secondo i dati dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), la spesa farmaceutica pubblica continua a salire, trainata da farmaci innovativi e costosi, mettendo sotto stress i vincoli di spesa già nei primi nove mesi del 2025. Parallelamente, l’uso dei farmaci rimane elevatissimo: quasi due dosi al giorno per persona.

L’Italia è tra i paesi europei con una quota di spesa sanitaria out-of-pocket superiore alla media Ue, sostenuta in larga parte dall’acquisto diretto di farmaci e prestazioni non integralmente rimborsate dal Servizio sanitario nazionale. Le stime, secondo i dati 2024, indicano che oltre 15 miliardi di euro sono spesi direttamente dalle famiglie per farmaci e presidi medici, pari a quasi il 41 per cento dell’intero settore farmaceutico complessivo.

Questa dinamica ha implicazioni sociali concrete: in un paese dove quasi un quarto della spesa sanitaria complessiva è coperta direttamente dalle tasche dei cittadini, le famiglie più vulnerabili sopportano un carico regressivo. I costi out-of-pocket colpiscono più duramente i redditi più bassi, mentre la spesa per farmaci tende a essere più alta proprio tra chi ha maggiore bisogno di terapie continuative. L’allarme sulla povertà sanitaria arriva anche dal Banco farmaceutico: «L’emergenza oggi colpisce circa mezzo milione di persone, tra cui ben 145mila minori, che non hanno le risorse economiche per curarsi adeguatamente».

Regione che vai, disastro che trovi

A livello nazionale, dal 1° gennaio 2025 è entrato in vigore un nuovo quadro tariffario unico dei ticket sanitari. In Emilia-Romagna, ad esempio, «dal maggio scorso è stato introdotto un ticket aggiuntivo – racconta la dottoressa Carla Capriotti, farmacista e responsabile delle prenotazioni di esami e visite al Cup di Bologna – e i cittadini sono stati chiamati a compartecipare alla spesa farmaceutica per garantire la sostenibilità del sistema sanitario regionale con un aumento di 2,2 euro a confezione di medicinali fino a un massimo di 4 euro»; esclusi coloro che avevano esenzione per patologia e reddito.

Anche nel Lazio è scoppiata una polemica: alcuni farmaci di uso comune sarebbero diventati, di fatto, a pagamento per i pazienti. «Il tema è molto semplice – afferma il consigliere regionale ed ex assessore alla Sanità, Alessio D’Amato (Azione) – a causa delle interpretazioni regionali un paziente affetto, ad esempio, da diverticolite che deve prendere il Normix dal primo febbraio deve pagare 8,32 euro, poiché sono state date indicazioni stringenti ai medici di famiglia. Lo stesso vale per il Lansoprazolo». D’Amato ha accusato la giunta regionale di «scaricare i costi sulle famiglie, soprattutto fragili, e di aumentare le diseguaglianze nell’accesso alle cure».

Ticket e disuguaglianze

Se la riforma dei ticket – nazionale per visite ed esami, e in alcuni casi regionale anche sui farmaci – è nata con l’obiettivo di razionalizzare la spesa, il rischio è che consolidi una compartecipazione che funziona, come denunciato da enti del terzo settore, da “tassa sulla salute”.

L’ultimo rapporto sulla povertà sanitaria mostra che, tra chi non può permettersi farmaci e cure, ci sono sempre più lavoratori a basso reddito. Le esenzioni, legate a soglie molto basse, non intercettano una parte ampia di lavoratrici e lavoratori poveri e di pazienti cronici non integralmente esentati dal ticket.

L’ennesima riprova di una situazione allarmante arriva da Clara (nome di fantasia), pneumologa di un ospedale veneto, che offre uno spaccato durissimo: «Soprattutto i minori colpiti da asma severa, spesso tornano acutizzati. Alle domande legate alle terapie che ho prescritto, i genitori rispondono abbassando lo sguardo e ammettono di aver dimezzato la terapia perché non avevano i soldi per poterla acquistare regolarmente».

Ma non è la famiglia a scegliere di “dimezzare” una terapia. È il modello con cui si definanzia la sanità pubblica a creare condizioni in cui le famiglie si trovano davanti a un’alternativa impossibile. La questione non è individuale, ma politica: quando le cure dipendono dal reddito disponibile, il diritto alla salute non è più pienamente garantito e il ricatto economico entra in modo dirompente nella sfera della cura.

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