«Non ci sono state comunicazioni ufficiali, non abbiamo mai potuto parlare con i nostri avvocati, che hanno provato a raggiungerci ma non ci hanno trovati perché eravamo detenuti in un posto segreto. Sembrava come se non ci fossero delle regole. Solo decisioni diverse momento per momento. Non c’erano diritti a cui potevamo appellarci. È risaputo ma l’abbiamo provato sulla nostra pelle». Così Leonarda Alberizia, Dina per chi la conosce, 67 anni, d’origine pugliese ma residente in Piemonte, nell’astigiano, educatrice all’asilo in pensione, ha tirato le somme del mese che ha trascorso bloccata nell’est della Libia, insieme agli altri 9 attivisti del Global Sumud Convoy: il convoglio di terra della Flotilla che, partito da Tripoli lo scorso 15 maggio – «il giorno della Nakba», ricorda – aveva l’obiettivo di raggiungere il valico di Rafah per entrare a Gaza e portare aiuti umanitari alla popolazione.

Sette ambulanze, undici camion di aiuti e circa 200 persone erano fermi nei pressi della città di Sirte, da giorni - «accampati in un’area di servizio, un benzinaio. Con i mezzi che ci facevano da scudo, proteggevano l’area in cui abbiamo piantato le tende e dormivamo. Perché la zona era pericolosa» – quando, il 24 maggio, una delegazione composta da 10 persone ha provato per la terza volta ad avvicinarsi al checkpoint d’ingresso all’est del paese con l’obiettivo di negoziare con la Mezzaluna rossa almeno il passaggio degli aiuti.

«Ma, mentre eravamo a bordo di due ambulanze, prima del posto di blocco che segna il confine con l’est, abbiamo visto una schiera di militari di fronte a noi. Ci hanno fatti scendere e perquisito con veemenza. Sembrava chiaro che avessero già deciso di sequestrarci. Ci hanno fatto salire su due auto, uomini e donne divisi, portato a Sirte, in una caserma militare, senza avere nessuna informazione su quello che stava succedendo. Seguivamo le loro indicazioni».

La situazione nel centro per migranti di Sirte era sotto controllo. Alberizia racconta che il personale era gentile e curioso nonostante la barriera linguistica, in pochi parlavano inglese: «Ogni volta che protestavamo per le nostre condizioni e l’incertezza ci rassicuravano. Pensavamo davvero che presto saremmo tornati a casa». Ne erano convinti anche il giorno in cui li hanno fatti salire, di nuovo, sulle auto e portati all’aeroporto di Sirte, anche perché un funzionario li aveva raggiunti per salutarli e per scusarsi del trattenimento.

In viaggio verso Bengasi

«Siamo saliti su un aereo, credo militare, solo per noi. Un signore ci accompagnava, il ragazzo tunisino della delegazione ha provato a parlargli in arabo per capire dove stavamo andando ma il signore restava vago. Noi, comunque, continuavamo a credere che saremmo tornarti a casa. Appena atterrati a Bengasi ci hanno, ancora una volta, fatto salire su due auto e ci siamo allontanati dall’aeroporto. Pensavamo che ci stessero trasferendo in un altro aeroporto, invece, dopo poco ci siamo trovati dentro il posto di detenzione dei servizi segreti dove siamo rimasti fino al 23 giugno». Alberizia racconta che sono entrati di notte nel carcere, trattati con modi bruschi anche se non maltrattati: «Ci hanno messo in celle di isolamento, soli, due metri per due, è stato l’unico momento in cui ho avuto paura, sarebbe potuto accadere di tutto».

Dalle parole dell’attivista si capisce che lo spavento pian piano si è affievolito. Ma sono rimaste incertezza e confusione: «Non ci trattavano come prigionieri normali, ci hanno dichiarato ospiti. Anche questo è stato difficile da sostenere: sapere che nella stessa struttura ci sono altre persone che vengono trattate molto peggio di noi». Il terzo giorno gli italiani del Global Sumud Convoy sono riusciti a vedere il Console generale d'Italia a Bengasi, Filippo Colombo, che si è preoccupato per loro condizioni, li ha tranquillizzati ma «sembrava come se non sapesse nulla di quello che avevamo passato fino a quel momento, dei giorni di Sirte. Ci ha fatto sapere che eravamo accusati di immigrazione clandestina sebbene noi fossimo stati presi prima del checkpoint».

Dopo 12 giorni di detenzione e più di uno sciopero della fame (alcuni anche della sete), gli attivisti sono riusciti a ottenere la possibilità di chiamare i familiari. Era una delle cose di cui erano più preoccupati perché sapevano che ai loro cari mancavano notizie da tempo.

«La seconda volta che abbiamo visto il console è stato il 10 giugno. Ci ha detto che oltre che di immigrazione clandestina ci accusavano di ingresso in un’area riservata e di contatti con gruppi terroristici. E stavano indagando su questo», riferisce Alberizia che ribadisce, però, anche quanto fosse difficile capire bene cosa stesse succedendo e quanto veniva loro contestato. Era più facile avere notizie dalle famiglie al telefono che lì. Poco prima del giorno previsto per il secondo incontro con il console era arrivata la notizia che la loro detenzione sarebbe stata prolungata di altri 30 giorni: «Almeno abbiamo avuto un termine, una data. Meglio rispetto all’illusione continua di poter tornare a casa che veniva sempre disattesa».

Da quanto racconta l’attivista, infatti, emerge che le autorità del centro erano solite fare promesse che non mantenevano, solo per rendere più calma possibile l’atmosfera. Anche durante le udienze che hanno avuto con il pubblico ministero le informazioni non erano mai certe: «Avevamo capito che la narrativa che volevano far passare era quella che la Flotilla di terra fosse vicina ai gruppi terroristici, nello specifico ai Fratelli musulmani, erano convinti che noi fossimo in buona fede ma loro indagavano rispetto a eventuali influenze di questi gruppi. Durante l’incontro del 10 il console ci ha consigliato di non indispettirli e seguire le indicazioni perché l’Italia stava svolgendo un intenso lavoro diplomatico».

La liberazione

Avrebbero dovuto incontrare il console una terza volta poco prima del 23 giugno. Anche gli altri attivisti della delegazione, provenienti da Tunisia, Argentina, Portogallo, Stati Uniti, Polonia e Spagna, avevano le visite programmate con le rispettive ambasciate. Ma il colloquio continuava a slittare, fino a quando non è arrivata, all’improvviso, la notizia della liberazione: «Io, Domenico (Centrone ndr), Matias (Alvarez Rodriguez, italo-uruguaiano ndr) e il ragazzo tunisino siamo partiti il giorno stesso, martedì, gli altri quello dopo. È stato tutto molto veloce in aeroporto, ci hanno restituito i nostri effetti personali all’ultimo, quando stavamo per salire sull’aereo, i passaporti li abbiamo avuti, invece, solo all’arrivo in Tunisia. Da lì poi Roma», conclude Alberizia.

“Dina” non riesce a non ripensare ai giorni che si è appena lasciata alle spalle: «Un mese è un tempo lungo, da quando sono rientrata sto provando a recuperare tutto quello che è successo quando non c’ero. La cosa che ci ha dato forza durante la detenzione è che non ci siamo mai sentiti soli, ma sempre insieme e parte del movimento. Scoprire, però, quante persone si sono mobilitate per noi anche dall’Italia è stato emozionante. Spero, anzi sono convinta, che quello che abbiamo fatto possa essere utile alla Palestina, anche solo per un piccolo passo in avanti: perché più siamo e più abbiamo possibilità di fare pressione sui governi.

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