Sui testi la per la scuola secondaria di primo grado (tutte edizioni 2026) compare incredibilmente lo stesso falso storico al capitolo sulla rivoluzione francese. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino escludeva le donne. Perché insegnare il contrario?
Scuola, sala insegnanti. Sul tavolo un numero elevato di manuali. In quanto docente, devo decidere quali testi eventualmente adottare per il prossimo anno scolastico. Per scegliere, compio un carotaggio: prendo un argomento che conosco e osservo come viene trattato.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) è citata sempre in tutti i libri di storia perché ha costituito il modello della Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata nel 1948 dall’Assemblea delle Nazioni Unite e il cui primo articolo recita: All human beings are born free and equal in dignity and rights. All human beings, cioè tutti gli esseri umani.
Ma nella Dichiarazione del 1789, ispirata al noto motto Liberté, Égalité, Fraternité della Rivoluzione francese, non era affatto così: le parole “uomo” e “cittadino” avevano significato proprio, riferendosi in modo specifico agli individui di sesso maschile; ne rimanevano escluse le donne (e gli uomini schiavizzati delle colonie). Fu per questo che due anni dopo Olympe de Gouges avrebbe scritto la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, non solo denunciando la diseguaglianza strutturale che anche la nuova società rivoluzionaria continuava a perpetrare ma mostrando pure come la discriminazione passasse dal linguaggio giuridico; le donne, che pur salivano sul patibolo come gli uomini e avevano lottato nella Rivoluzione (la marcia delle donne su Versailles costrinse il re a firmare la Costituzione), non erano nominate: non erano soggetti politici degni di diritti.
Nell’analizzare nove manuali di Storia per la scuola secondaria di primo grado (tutte edizioni 2026, aggiornate alle Nuove indicazioni nazionali), ritrovo sistematicamente un errore. La Dichiarazione del 1789 viene presentata nei testi con valore universale.
Giocando sull’ambiguità del maschile, usato in modo proprio nella Dichiarazione del 1789 e inteso in modo sovraesteso nei manuali, si leggono frasi come tutti i cittadini francesi dovevano essere considerati uguali davanti alla legge; oppure, forzando l’estensione semantica del maschile del documento: pone alla base (…) diritti per tutti i cittadini francesi (e più in generale per tutti gli esseri umani); ha carattere universale perché fa riferimento ai diritti che non solo ogni cittadino francese ma ogni uomo (o donna) possiede per natura; ha carattere universale, perché fa riferimento a diritti che ogni uomo, donna, bambino, bambina possiede per natura; tutte le persone «nascono e rimangono libere e uguali nei diritti».
In un caso, è attraverso un esercizio che si manipola l’interpretazione, indicando come corretta la seconda opzione: Con l’espressione “i diritti dell’uomo” i legislatori intendono: i diritti dei maschi maggiorenni / i diritti di qualsiasi essere umano, uomo o donna, di qualsiasi età.
In un volume, il documento è accostato alla nostra Costituzione (art. 2 e 3), senza però dare specifiche linguistiche; come si sa, le Madri costituenti introdussero nell’articolo 3 quel «senza distinzione di sesso» proprio a evitare la pericolosa ambiguità del maschile. In un solo testo, si afferma che la Dichiarazione del 1789 non valesse proprio per ogni persona; tuttavia ciò non è detto subito ma in un paragrafo successivo, comportando così un lavoro di correzione rispetto a quanto già imparato. In nessun manuale viene problematizzato il ricorso al maschile, creando di fatto una dissonanza cognitiva rispetto all’opera di Olympe De Gouges.
Non si tratta qui “solo” di invisibilizzare o depotenziare una figura femminile importante per la storia della tanto acclamata società occidentale; questa “svista” storica porta con sé un errore prospettico che impatta sulla contemporaneità, ancora attraversata da conflittualità sociali per ottenere l’accesso pieno a tutti i diritti da parte di tutte le varie soggettività che compongono la popolazione: conflittualità che si esercitano anche a livello linguistico.
Oltre a riportare in modo scorretto le dinamiche politiche e sociali del XVIII secolo, questo falso storico nasconde quanto il linguaggio (anche quello della legge!) sancisca una discriminazione; e rinforza implicitamente la convinzione che il genere maschile sia universale, quando invece è un dispositivo discorsivo che ha la funzione di escludere, invisibilizzare, inferiorizzare altre soggettività.
Sovrascrivere il passato con significati non propri o mettere alcuni processi in un “a parte” (spesso con titoli ridicolizzanti come La rivoluzione al femminile) nasconde il dissenso, cela i metodi e gli strumenti di sovvertimento, depotenzia il portato delle lotte, rompe le genealogie di chi ha tentato di modificare lo status quo per una maggiore giustizia sociale.
Ammettere, come storicamente è stato, che uomini non sta per tutta l’umanità equivale a urlare: Il re è nudo! Porterebbe a interrogarsi radicalmente sul modo in cui ancora oggi usiamo la lingua. E mostrerebbe alle nuove generazioni, sin dalla scuola, che la lingua è (sempre e ancora) potere.
© Riproduzione riservata

