La sospensione dalla professione per le mediche indagate nell’inchiesta di Ravenna sui certificati di inidoneità al trattenimento nei Cpr è una misura sproporzionata. La Cassazione ha annullato i provvedimenti interdittivi nei confronti delle tre sanitarie colpite dalla misura più gravosa, quella di sospensione dalla professione, e rinviato al tribunale del Riesame di Bologna per lo svolgimento di un nuovo giudizio, che – scrivono gli avvocati della difesa Francesca Cancellaro e Salvatore Tesoriero in un comunicato – ora dovrà tenere conto della «necessità di una rilettura della vicenda improntata ai valori che innervano il nostro ordinamento costituzionale».  

Oltre alle tre sanitarie colpite dalla misura, sono almeno sei i medici indagati nell’inchiesta dei pm ravennate. Tra questi, a cinque è stato invece inibito il potere di firma su questa tipologia specifica di certificati.

La pronuncia della Corte, secondo Cancellaro e Tesoriero, «restituisce alle dottoresse la dignità personale e professionale così duramente aggredita nell’inchiesta». I legali hanno più volte sottolineato come al medico spetti l’«adempimento dei doveri di cura e di tutela della salute di ogni persona sanciti dalla Costituzione e dalle fonti sovranazionali», così come dalla deontologia medica. Prima di tutto, i sanitari, continuano i difensori, devono esser «garanti della salute» e non strumentali alle politiche di sicurezza dell’esecutivo. 

Che la tutela della sicurezza pubblica non possa essere trasferita sui medici o condizionare un giudizio clinico lo aveva ribadito anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri Filippo Anelli.

L’inchiesta di Ravenna

Nell’indagine sono, quindi, almeno nove i medici formalmente indagati: ai primi otto che esercitano la professione nell’ospedale di Santa Maria delle Croci di Ravenna, accusati di falso ideologico in atto pubblico, la procura ha aggiunto l’infettivologo Nicola Cocco, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), accusato di associazione a delinquere. Un’imputazione – per condotte che sarebbero state commesse tra il 2024 e il 2026 – che, secondo i pm, sarebbe sostenuta da diversi indizi, come la pianificazione di interventi sui social che vengono definiti propagandistici, l’organizzazione di riunioni che avrebbero avuto l’obiettivo di pianificare come realizzare i certificati falsi.

“No Cpr”, a cui fanno riferimento gli inquirenti, è una campagna di sensibilizzazione pubblica, a cui hanno aderito diverse associazioni – come Asgi, Simm, Msf, Mediterranea, Rete Mai più lager e altre, oltre a 30mila cittadini e cittadine firmatarie di un appello – con l’intento di richiamare alcuni principi cardine della professione medica e della Costituzione.

L’inchiesta non si è però limitata a questi nove professionisti: ha coinvolto più di venti medici che lo scorso 16 settembre sono stati colpiti da perquisizioni locali, personali e informatiche in nove diverse città. Con modalità che, secondo l’avvocato di cinque sanitari, Fabio Anselmo, ricordavano un trattamento come quello riservato a «criminali mafiosi». 

Poi, un ultimo caso, avvenuto il 26 settembre, quando un medico ferrarese atterrato all’aeroporto di Bologna è stato fermato e portato negli uffici della polizia, dove gli è stato perquisito il suo cellulare, come persona informata dei fatti. 

Presunzione di innocenza

L’inchiesta è fin da subito fuoriuscita dalle aule giudiziarie per essere strumentalizzata dalla politica con l’obiettivo di promuovere il potenziamento del sistema Cpr, giustificare l’apertura di altri centri (sei secondo le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi), e accusare i sanitari di essere ostacolo alle politiche del governo. «Ostruzionismi illegali», li ha definiti Piantedosi in una lettera inviata al quotidiano La Verità, in cui il capo del Viminale ha presto concluso che i sanitari «che non rispettano la propria missione professionale» usano la procedura come «strumento per vanificare le decisioni dello Stato». Gli uffici del ministero, ha annunciato Piantedosi, sono al lavoro per rivedere le regole sulle valutazioni sanitarie per l’ingresso nei Cpr, ad oggi contenute in quella che è conosciuta come direttiva Lamorgese. 

Disposizioni che impongono ai sanitari di accertare se la persona da recludere nei centri di detenzione amministrativa abbia patologie incompatibili con il trattenimento. Che non abbia quindi «malattie infettive contagiose e pericolose, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative», oltre alle condizioni di vulnerabilità.

Le parole del ministro, per gli avvocati Cancellaro e Tesoriero, come hanno scritto in una lettera pubblicata da Domani, violano la presunzione d’innocenza degli indagati, che «opera per l’intero arco del procedimento penale, tutelando gli indagati anche dalle dichiarazioni pubbliche dei funzionari statali».

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