Per descrivere il corpo di questo tempo, Maria Luisa Frisa, teorica della moda e curatrice, richiama il titolo di un film: Sotto il vestito niente. «Una frase da ricordare rispetto ai corpi in un’epoca in cui si dà più importanza all’abito che al corpo», dice Frisa, al nostro evento a Milano, nel dialogo “La Moda. Lo stato dell’arte” con Nick Cerioni, stylist musicale, moderato da Lisa Di Giuseppe.

Un incontro sul corpo, sui corpi, sull’artificio e sulla moda come industria. «Il corpo di oggi sono molti corpi», continua la teorica della moda, «oggi più che mai c’è la libertà di indossare il proprio corpo, anche se i messaggi che riceviamo tendono a farci desiderare un corpo artificiale». L’artificio non da condannare, se lo sappiamo fare nostro e ci fa sentire meglio. C’è anche chi propone oggi corpi alternativi, diversi e non conformi.

I corpi raccontano anche il mondo in cui viviamo. Nick Cerioni definisce «quasi dicotomico dover pensare a un look da passerella quando a poche ore di aereo ci sono guerre terribili che sconvolgono il mondo. È vero anche che il mondo è sempre stato così», racconta, «da una parte grandi guerre e carestie» e al contempo «grandi balli». Non è un caso per Cerioni che al Met Gala c’erano molti corpetti e corazze.

«Se sappiamo leggere dei codici, mettere quei corpi in un mondo iperconnesso, ci sono similitudini che la mente ha assimilato. Al Met Gala era tutto molto costruito, pesante, pensato, corazzato», dice lo stylist, «Credo che racconti un po’ quello che stiamo vivendo».

L’industria

La moda è anche sistema economico e industriale, che non si limita alle sfilate e agli edifici in cui lavorano i designer, ma ha un’economia che ruota tutto intorno. «La moda ha cambiato la geografia delle nostre città», spiega Frisa, quello che si può definire l’effetto archistar. Con la sua capacità di cambiare velocemente, è però un sistema che è diventato globale ed è finito «nelle mani dei grandi gruppi del lusso capitanati da persone che guardano i bilanci», continua la curatrice, cambiando così le strategie della moda.

«I nomi che rappresentano la moda sono permanenti», prosegue. Con la morte di Christian Dior il marchio non si è chiuso, ma hanno dovuto misurarsi con l’eredità. «Un grande peso per i direttori creativi», che hanno il compito di mantenere l’eredità e di traghettare il marchio verso il futuro

Cerioni ricorda l’approccio di Armani, all’uomo e alle donna, «reduce da anni opulenti» a cui rispondeva con «minimalismo spintissimo, toni neutri, elegantissimi, ultra snob, ma allo stesso tempo per strada». La moda italiana, rispetto a quella francese, è stata capace di guardare i corpi e interpretare le loro necessità.

Valentino, continua Cerioni, «è forse stato l’ultimo grande couturier, la ricerca a tutti i costi del bello, anche nei momenti bui». È però in corso una crisi, non solo economica ma anche di direzione: «Deve continuare a produrre e crescere o ripensare i fondamentali?». Ma per Frisa è una crisi che non si limita alla moda, ma si estende a tutti i sistemi creativi. Si dice curiosa di qualcosa che «ci potrà portare fuori», un colpo di scena. 

Come Alessandro Michele, che «è riuscito a proporci quello che noi non sapevamo di desiderare». 

Poi c’è il fast fashion, che Cerioni non vuole demonizzare quando «c’è una visione». Bisogna invece farlo «quando inquina il mondo» o sfrutta le persone. Il problema è la super produzione e va arginata, aggiunge Frisa.

Arte?

«Io non dico che l’arte è moda e la moda è arte», dice la critica, che preferisce definirla come «orizzonte visivo della contemporaneità». E porta un esempio: se andiamo al cinema a vedere un film, in quell’opera c’è tutto il prodotto della cultura contemporanea. «Al Met questo c’era, il rapporto dell’arte con la moda».

E a proposito di cinema, quello che è interessante per Frisa nel sequel del Diavolo veste Prada è aver raccontato la crisi dell’editoria. E poi: «Fanno tutti grande fatica perché tutto rimanga come prima. Proprio nella moda che avrebbe come statuto il cambiamento». 

Secondo Cerioni manca però provocazione e ironia e poi si vede «molto la mancanza di Patricia Field, colei che ha creato lo stile Sex and the City».

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