Verranno costruiti sei nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), o almeno è stato avviato l’iter. L’annuncio è arrivato ancora una volta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, mercoledì al question time, in un discorso che il governo va ripetendo dall’indomani della strage di Cutro.

La promessa di costruire un Cpr in ogni regione non è una strategia nuova, ma ricalca quella del 2017 dell’ex ministro dell’Interno del Pd Marco Minniti. Un sistema detentivo che è diventato centrale nelle politiche migratorie del governo, soprattutto nella sua propaganda. Ma investire sui Cpr non significa produrre più rimpatri. È quanto emerge dai dati della piattaforma Trattenuti e dall’ultimo report di ActionAid Italia, insieme al Dipartimento di Scienze politiche dell’università di Bari, Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025.

Più della metà dei rimpatri forzati, infatti, è stata realizzata senza il transito dal Cpr. E solo una parte minoritaria dei provvedimenti di allontanamento si traduce in un rimpatrio effettivo: su 302mila provvedimenti, tra il 2015 e il 2025, sono stati realizzati circa 66mila rimpatri, quasi il 22 per cento. Nel 2025 il tasso è aumentato ma a fronte di una «forte diminuzione dei provvedimenti adottati».

Ad ogni modo, «l’ampliamento della capacità detentiva», si legge, «non rende la politica di rimpatrio più efficace: più centri, più posti, più trattenimenti dovrebbero tradursi in più allontanamenti eseguiti». Ma non è così: «L’investimento nella capacità di trattenere non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di allontanare». 

Lo dimostrano i dati. Nei dieci Cpr funzionanti nel 2022, sono state detenute 6.457 persone, di cui 3.154 sono state rimpatriate. Tre anni dopo, nel 2025, le strutture sono diventate undici, con i centri in Albania, la capienza da 803 è passata a 883 posti e gli ingressi hanno raggiunto 6.835. I rimpatri dai Cpr però sono crollati a 1.732: il 25,3 per cento, 45,1 per cento in meno. 

Allo stesso tempo sono aumentati i rimpatri forzati complessivi, da 3.916 a 4.784, il 22,2 per cento in più, perché quadruplicati quelli realizzati fuori dal Cpr. Questo significa che, se mancano alcuni elementi, come la cooperazione consolare, la detenzione nel Cpr non rimuove l’ostacolo. E la possibilità di rimpatrio varia fortemente in base al paese di provenienza. 

Quindi, «qual è il vero obiettivo dei Cpr?», chiede Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid. «Si rinchiudono le persone in luoghi di terrore, segnati da continue violazioni dei diritti umani, autolesionismo e morte, con un costo umano intollerabile e un costo economico ingiustificabile».

(Il)legittimità del sistema

Non si tratta di un mero problema di rendimento amministrativo e di efficacia di un sistema, ma anche della sua legittimità. Il diritto europeo e quello italiano concepiscono questi luoghi come strumenti di extrema ratio, da adottare solo nel caso in cui non sia possibile ricorrere a misure meno coercitive e per il più breve tempo possibile. Il governo Meloni nel settembre 2023 ha aumentato il termine di trattenimento, portandolo da 3 a 18 mesi.

I dati, ottenuti tramite richieste di accesso a ministeri e prefetture, dimostrano che un maggior numero complessivo di giornate di trattenimento non corrisponde a un aumento dei rimpatri. Oltre duemila persone, tra il 2018 e il 2024, sono state recluse «in assenza di concrete prospettive di allontanamento, vista l’assenza di efficaci canali di riammissione con i paesi di origine», denuncia il report.

Anche la Corte di giustizia dell’Ue ha chiarito che, se non esiste una prospettiva reale di rimpatrio, la persona non può essere detenuta. Tunisia e Albania sono le nazionalità di maggior rimpatrio: tra il 2018 e il 2024, concentrano insieme il 59 per cento di quelli eseguiti. Nel triennio 2022-2024, la metà dei rimpatri forzati eseguiti è di cittadini tunisini. Una tendenza che è però cambiata nel 2025, quando i rimpatri via charter verso il paese sono crollati da 1.705 a 360.

Escludendo i cittadini tunisini, il 64 per cento degli ingressi nei Cpr proviene da nazionalità con un tasso di esecuzione inferiore al 15 per cento, e il 10,2 da nazionalità con un tasso inferiore al 5. Per chi proviene da Siria, Afghanistan, Iran e Iraq infatti il tasso di rimpatrio è prossimo allo zero. 

Così, denuncia il rapporto, «il trattenimento rischia di trasformarsi da strumento finalizzato al rimpatrio in una forma di contenimento temporaneo dell’irregolarità». Una forma di contenimento in cui, ricorda la piattaforma Trattenuti, tra il 2024 e il 2026 ha prodotto almeno cinque morti. 

Costi

Il costo della detenzione amministrativa per realizzare un singolo rimpatrio da Cpr in tre anni è aumentato del 156,5 per cento: da 6.455 euro nel 2023 a 16.560 nel 2025. In otto anni (2018-2025) «la spesa per il sistema detentivo», compresi i centri di trattenimento in frontiera per i richiedenti asilo, «ammonta ad almeno 217,1 milioni di euro». Un sostanziale aumento dei costi è avvenuto con l’esecutivo di Giorgia Meloni, dal 2023. In tre anni, fino al 2025, si è concentrata il 66,2 per cento della spesa complessiva per gli otto anni considerati. 

Non è solo responsabilità dei centri costruiti dal governo in Albania. Anche per i Cpr italiani sono aumentate la spesa complessiva, del 40,5 per cento, e quella per la gestione ordinaria, cresciuta del 45,7 per cento. 

Non è semplice fare una ricostruzione dei costi del sistema, soprattutto per le strutture costruite in Albania e le spese di vitto e alloggio per le forze dell’ordine nei Cpr remoti. Anche in questo caso, una maggiore spesa non porta a un aumento dei rimpatri: «Tra il 2023 e il 2025, considerando l’intero sistema detentivo, la spesa aumenta del 48,8 per cento, mentre i rimpatri realizzati a partire dai centri» sono diminuiti del 42 per cento.

Opacità

L’assenza di dati pubblici e aggiornati è parte integrante della politica italiana di rimpatrio. La piattaforma Trattenuti offre una base dati con l’integrazione e il controllo incrociato di più fonti ufficiali. Ma la disponibilità delle informazioni dipende interamente dalle istituzioni, che possono rifiutarsi di fornirle: il Viminale ad esempio ha l’esigenza di evitare che il dato potesse «subire interpretazioni». La prefettura ha richiamato il rischio che la diffusione di informazioni alimentasse proteste e tensioni.

Si tratta di motivazioni, sottolineano gli autori, «che pongono un serio problema di controllabilità democratica» di una politica «che ricorre ampiamente alla detenzione e all’uso della forza». 

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