Il capo dell’accusa ha comunicato di astenersi dal processo d’appello contro il cardinale. La Cassazione vaticana avrebbe dovuto pronunciarsi sulle richieste di ricusazione avanzate dalle difese. Dietro le istanze, il presunto «conflitto di interessi» emerso nelle chat tra il promotore e la lobbista Chaoqui pubblicate da Domani
Il promotore di giustizia, Alessandro Diddi, ha comunicato alla Corte di Cassazione dello Stato Vaticano di astenersi dal processo d’appello contro il cardinale Angelo Becciu, condannato in primo grado per il presunto uso fraudolento dei fondi della Segreteria di stato nell’affare della compravendita di un immobile di lusso situato in Sloane Avenue, a Londra.
Il processo di secondo grado è in corso dal 22 settembre scorso: le difese di diversi imputati – Fabrizio Tirabassi, Raffaele Mincione, Enrico Crasso e lo stesso cardinale – avevano presentato istanza di ricusazione del capo dell’accusa.
Ma prima della pronuncia della Corte, è arrivata la «dichiarazione di astensione» da parte di Diddi. Dichiarazione che dunque «esime la Corte dall’assumere ogni decisione in ordine alla ricusazione».
Dietro la decisione di Diddi, ci sarebbero evidentemente le famose conversazioni su WhatsApp, pubblicate da Domani e intercorse fra Giovanna Ciferri, Francesca Immacolata Chaouqui e il promotore: le chat, secondo le difese, avrebbero avuto lo scopo di condizionare uno dei testimoni chiave del processo, monsignor Albero Perlasca, ex direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di stato, nelle sue accuse contro il cardinale Becciu.
Cosa che, avevano affermato sempre i legali della difesa nella richieste di ricusazione, confermerebbe un «ineliminabile interesse personale» del promotore che ne minerebbe «totalmente la terzietà», requisito indefettibile affinché Diddi possa svolgere correttamente la sua funzione di «ricercare la verità dei fatti».
Ora, col passo indietro di Diddi, l’eventuale conflitto d’interessi, al centro del lungo contenzioso fra accusa e difesa, verrebbe escluso. Nel corso della prima udienza del processo l’avvocato penalista aveva dichiarato: «Finalmente ho la possibilità di potermi difendere da una serie di illazioni. Ringrazio le difese per questa iniziativa. Voglio sfruttare i termini dei tre giorni per esprimere le mie considerazioni in maniera serena, in modo da dissolvere i dubbi che in questi mesi sono stati aperti sulla conduzione delle indagini». Il nove gennaio la deposizione nella cancelleria vaticana della Corte della dichiarazione.
«La saggia decisione del prof Diddi conferma la legittimità delle questioni poste dalla difesa sulle oscure trame di depistaggio durante le indagini volute per la vicenda di Sloane avenue e portate alla luce dagli articoli su Domani. Ora non resta che trarne le dovute conseguenze. Una pagina buia che confidiamo si chiuda presto e definitivamente», le parole degli avvocati Massimo Bassi e Cataldo Intrieri, che difendono Tirabassi.
La Cassazione, infine, prendendo atto della decisione di Diddi, ha dichiarato inammissibile il ricorso del promotore contro la sentenza di condanna degli imputati.
A intervenire sul punto anche i legali Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione: «Accogliamo con soddisfazione la decisione della Corte, che rende ora definitive le assoluzioni per quelle accuse già ritenute infondate dalla sentenza di primo grado. Confidiamo che il giudizio di appello possa affermare l’innocenza del Cardinale in modo completo, anche per le residue contestazioni».
Per quanto emerso nelle chat la giustizia d’Oltretevere, come già raccontato, ha aperto un fascicolo contro Chaouqui: la lobbista è accusata di traffico di influenze perché avrebbe ricevuto denaro da Ciferri, nella specie 15mila euro, ma anche per subornazione per la presunta induzione di Perlasca a dare false dichiarazioni nel processo del secolo e, ancora, per falsa testimonianza resa in dibattimento.
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