È l’una di notte del 18 gennaio 2020. Il 37enne georgiano Vakhtang Enukidze si trova all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca d’Isonzo quando comincia ad avvertire difficoltà respiratorie. I compagni di stanza chiedono ripetutamente l’assistenza di un operatore attraverso il citofono della struttura, ma non ottengono risposta. Enukidze viene soccorso solo 9 ore dopo, alle 10. Trasferito all’ospedale di Gorizia, muore alle 15.37. Per il fatto la procura di Gorizia ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di Simone Borile, direttore del Cpr, e dell’operatore di turno al centralino della struttura, Roberto Maria La Rosa, con l’accusa di omicidio colposo. Ieri il processo è entrato nella fase dibattimentale, ma la difesa degli imputati ha chiesto preliminarmente di revocare la costituzione di parte civile della famiglia e del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma. Il giudice ha rinviato la decisione all’udienza di marzo.

La causa ufficiale della morte è edema polmonare e cerebrale per un cocktail di farmaci e stupefacenti, come accertato dall’autopsia eseguita su richiesta della procura. Gli esami tossicologici hanno evidenziato la presenza di colorfenamina, un antistaminico, fenacetina, un antipiretico analgesico, e lidocaina, un anestetico e antiaritmico, ma nessuno di questi risulta somministrato dagli operatori sanitari, che secondo il perito hanno agito correttamente. Il 22 dicembre 2019, durante una visita medica Enukidze avrebbe riferito di essere allergico ad alcuni farmaci, senza sapere quali, di essere fumatore di tabacco, bevitore di alcol, tossicodipendente di hashish, cocaina, eroina, metadone e di soffrire di insonnia.

Non è chiaro il quando e il come Enukidze sia riuscito a procurarsi questi farmaci. Nella loro ultima chiamata, la sorella Asmat aveva trovato la sua voce diversa: «Sembrava che avesse bevuto. Aveva dei dolori e gli avevano dato qualcosa per calmarlo, un antidolorifico. Stava talmente male che non riusciva nemmeno ad andare all’udienza. Mi diceva di contattare l’ambasciata georgiana, di cercare di farlo uscire dal Cpr». La sua morte ha poi spinto l’ambasciatore georgiano in Italia, Konstantine Surguladze, a interessarsi all’accaduto.

La tesi del pestaggio

Ma questa non è l’unica versione della storia. Alcune associazioni sostengono che il georgiano sia stato picchiato dalla polizia, come sembrerebbe confermare Bibudi Anthony Nzuzi, testimone indiretto all’epoca trattenuto nel Cpr: «Lui è caduto ed è stato pestato, poi gli altri ragazzi si sono buttati addosso ai poliziotti, l’hanno tirato via e li hanno rinchiusi dentro la stanza. La sera lui lamentava dolori e non si sentiva bene. È andato a dormire e non si è più risvegliato». Per Yasmine Accardo, referente della campagna LasciateCIEntrare, è difficile da provare, ma «non siamo mai stati convinti di quello che è stato scritto al riguardo. Troppe volte, quando qualcuno è stato picchiato, la colpa non è mai stata data, in particolare quando era stato picchiato dalle forze dell’ordine».

La tesi del pestaggio non ha mai trovato spazio nelle indagini. Sulla questione, Borile, raggiunto al telefono, risponde: «Non ero presente a nessun pestaggio e non ho francamente idea che possa essere avvenuto senza che qualcuno avesse ripreso. Tutti i nostri ospiti sono forniti di cellulare e con quello possono fare quello che vogliono».

Una cosa però è certa: Enukidze avrebbe potuto salvarsi se fosse stato soccorso in tempo. «Per me Vakhtang non è deceduto per overdose da stupefacenti o da cocktail di farmaci e stupefacenti, ma è morto perché non è stato prontamente soccorso da parte degli operanti di turno all’interno della struttura», dice Pietro Romeo, avvocato della famiglia Enukidze. La perizia sul citofono non ha infatti evidenziato alcun malfunzionamento. Sull’assistenza avrebbe influito l’altra mansione dell’addetto, quella di pulizia degli ambienti della struttura.

Prima di essere intercettato con documenti non in regola e finire nel Cpr, Enukidze ha svolto diversi lavori, tra cui quello di imbianchino. «Vakhtang era una persona sincera sempre in cerca della verità e penso che sia stato anche vittima del suo carattere. Aveva tanti progetti, per questo è partito», dice la sorella Asmat, che aggiunge: «La mia speranza era mio fratello, purtroppo non c’è più. L’unica cosa che desidero è che la verità venga a galla e che questo caso sia da esempio perché queste cose non avvengano più».

Le criticità del Cpr

La morte di Enukidze non ha portato grandi cambiamenti nella struttura. «Avevano dimostrato di darci fiducia, ci hanno ridato gli accendini e potevamo comprarci le sigarette», racconta Bibudi Anthony Nzuzi che vive in Italia da quasi trent’anni. «Ma in verità non è cambiato niente, perché alla fine di merda stavamo prima e di merda siamo stati dopo», dice, descrivendo «la gabbia» in cui erano rinchiusi, «senza motivo», senza aver commesso un reato: nove metri quadrati, con le reti sopra e sotto, in sei persone.

Nzuzi, come Enukidze, faceva parte del gruppo che dal Cpr di Bari è stato trasferito a Gradisca a causa degli incendi scatenati da una rivolta dei trattenuti. Una settantina di persone sono state caricate sui pullman e trasferite in Friuli «di punto in bianco». La struttura di Gradisca nel dicembre del 2019 aveva appena riaperto, dopo sei anni di chiusura, e le persone provenienti da Bari erano le prime a entrare. «Siamo arrivati di notte», continua Nzuzi, «pioveva, faceva freddo. L’accoglienza non è stata delle più calde, ci siamo ritrovati i militari in tenuta antisommossa». Sono stati trasferiti senza che ci fossero le condizioni: non c’erano i materassi, le coperte, il riscaldamento, «non avevamo niente per poterci vestire e non potevamo nemmeno tenere i nostri telefoni», dice l’ex trattenuto.

Nel Cpr di Gradisca dopo Enukidze sono morte altre tre persone: Orgest Turia, un cittadino albanese, per overdose di metadone, Anani Ezzeddine, cittadino tunisino che si è tolto la vita, così come un ragazzo di origine pakistana. Per molti trattenuti le condizioni vissute nei Cpr sono molto peggio del carcere, anche per la mancanza di una legislazione. I Cpr si basano infatti su un regolamento ministeriale che non offre le garanzie e le tutele assicurate dal sistema penitenziario.

Questo si ripercuote sui diritti dei trattenuti, come la salute, l’assistenza legale e la corrispondenza. L’avvocata Eva Vigato ha lavorato come consulente legale per il gestore della struttura friulana, Ekene, e dopo aver segnalato alla prefettura e al ministero dell’Interno le violazioni riscontrate è stata rimossa dall’incarico. Le avvocate spesso non riuscivano a parlare con tutti i trattenuti, che in alcuni casi passavano dalla struttura senza che venissero informati del diritto di chiedere asilo. «Ci siamo accorte che un gruppo di tunisini era transitato dal Cpr per uno due giorni, e poi non sapevamo dove fossero finiti. Non avevamo fatto in tempo a incontrarli», spiega Vigato.

Anche Andrea Guadagnini, avvocato d’ufficio che spesso assiste i trattenuti, denuncia di non essere messo nelle condizioni di fare il proprio lavoro: «Spesso non ho possibilità di accedere al fascicolo né di parlare con il mio assistito se non due o tre minuti prima dell’udienza», spiega. Guadagnini era l’avvocato di Turia e ha scoperto della sua morte per overdose proprio in sede di convalida al trattenimento. La somministrazione di psicofarmaci è una costante nei Cpr, usati anche per calmare e sedare le proteste. Ma in alcuni casi manca un serio controllo, come rileva anche la procura di Gorizia. Non sempre per le avvocate infatti era possibile accedere alle informazioni sanitarie e «il resoconto delle visite, soprattutto psicologiche, spesso non veniva caricato», dice Vigato.

Chi è il gestore

Dopo la morte di Enukidze, Vigato ha avuto uno scambio con il direttore del Cpr Borile, che le ha detto di «non preoccuparsi». «Ci ha praticamente esautorato dal nostro incarico», riporta l’avvocata. Lei e i suoi colleghi avevano accettato il lavoro al Cpr con l’unica condizione che lo potessero svolgere nella totale libertà.

La cooperativa Ekene, che gestisce anche il Cpr sardo di Macomer, è diretta emanazione di Edeco, nata nell’agosto 2011 con il nome di Ecofficina. All’inizio, gestiva servizi educativi e sociali nel padovano, fino alla svolta nel settore dell’accoglienza nel 2014. Edeco si è aggiudicata in poco tempo strutture importanti in Veneto come quella di Cona, il più grande centro di accoglienza straordinaria della regione, e di Bagnoli di Sopra.

Simone Borile - indicato nei processi a suo carico come “amministratore di fatto” della cooperativa - non compare mai nelle visure camerali. Il suo nome è legato al crack di Padova Tre, azienda che si occupava di raccolta dei rifiuti, in bancarotta con un buco di 30 milioni che non è mai stato sanato. I vertici dell’azienda sono stati indagati e processati con l’accusa di peculato, frode nelle pubbliche forniture e fatture false.

Ma non è l’unico processo in cui è coinvolto Borile: a Padova e Venezia ce ne sono altri due in corso che riguardano proprio Edeco, per la gestione degli hub di Bagnoli e Cona. Tra le accuse: turbativa d’asta, frode nelle forniture pubbliche, truffa, concussione per induzione, rivelazione di segreti d’ufficio e falso ideologico nel primo, truffa ai danni dello stato e frode nel secondo. In entrambi sono imputati anche funzionari della prefettura ed ex prefetti, accusati di aver avvertito la cooperativa prima delle ispezioni e concordato orario e giorno delle visite.

«Quindi l’impressione che è uscita sia dal processo Edeco sia dal Cpr è che ci sia una sorta di soluzione di comodo tra l’ente gestore e l’istituzione», sostiene Vigato. E la mancanza di controllo da parte delle istituzioni finisce per avere conseguenze sulle vite umane, come nel caso di Vakhtang Enukidze: per Accardo «la cosa incredibile è che una persona possa morire in questo modo nelle mani dello stato. Se è nelle mani dello stato, quindi, lo stato ha una responsabilità».


L'articolo fa parte della video-inchiesta “Sulla loro pelle”, vincitrice dell’undicesima edizione del premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo under 30. 

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