Un padre scende in piazza con la figlia quindicenne. E scopre una generazione che, prima ancora di chiedere risposte alle istituzioni, vuole ritrovarsi, unirsi e farsi ascoltare
«Babbo, mamma non riesco a dormire, sono troppo nervosa per domani». Domani mia figlia, quindicenne al secondo anno del Liceo classico di Pistoia, ha deciso di partecipare alla protesta degli studenti.
Pistoia è un piccolo capoluogo toscano a 40 km da Firenze, famoso per la tassa dei rifiuti più alta della Regione e per una proverbiale indulgenza alla noia - sia come tendenza all’accidia sia come persistente fastidio. Se a Firenze la mobilitazione ha trovato culmine nella manifestazione pacifica del 24 ottobre in occasione della presenza di Valditara (no, ministro, nessuno ha bruciato un pupazzo con le sue fattezze, in compenso qualcuno a un certo punto ha messo in cassa Liars tale dei Kneecap), a Pistoia gli studenti sono all’alba della loro presa di parola dopo diversi anni di silenzio.
Si erano fatti sentire con decisione nel 2021, quando a ridosso del Covid - epoca romantica di scuola diffusa e banchi rotanti - le condizioni di degrado del Liceo Artistico Petrocchi avevano costretto gli studenti a fare lezione nei corridoi. La situazione estrema del liceo artistico aveva stimolato anche le altre scuole a denunciare le pessime strutture in cui la preadolescenza si scopriva prossima cittadinanza nel mortificato spazio pubblico. Se l’anno scorso ci sono state le mobilitazioni per Gaza, quest’anno il filo del pacifismo militante sembra annodarsi al passato della denuncia: «Meno armi, più libri», dice uno dei cartelli che vedo sfilare.
Insieme in piazza
Sì, perché ci sono anch’io per strada il 27 ottobre. Non per un eccesso di ansia paterna, ma perché sono un sindacalista della Flc Cgil e ci sembra giusto essere al fianco degli studenti che si espongono per i loro diritti, anche solo per dare una mano in caso di necessità o esprimere solidarietà con la presenza concreta.
La manifestazione riempie la bella e grande piazza Duomo. I ragazzi e le ragazze sono giovanissimi: come mia figlia, la maggior parte sembra ai primi anni delle superiori. Via via che arrivano i mini cortei da ogni istituto cittadino la festa si rinvigorisce. La musica riempie l’aria, gli slogan sono spontanei e credibili; l’obiettivo in apparenza sfocato ha la potenza delle idee semplici. I ragazzi e le ragazze vogliono scuotersi di dosso i luoghi comuni, non sono violenti o superficiali, pretendono di essere ascoltati quando rivendicano quella che dovrebbe essere un’ovvietà: alla scuola ci tengono, perché a scuola ci vivono e vogliono starci bene. Si oppongono alle spese militari del governo Meloni con la gioiosa sfrontatezza di chi ha capito che certi complicati discorsi sono fatti per confondere, per truffare. Nessuno è in piazza per l’incompresa ambizione di essere un saldatore, sogno di un Valditara di mezza estate. Non vogliono la guerra. Vogliono scuole belle. Vogliono essere considerati importanti perché portatori sani di futuro. Ho notato che evitano di discutere su quale idea del mondo hanno; pare che sia per non spaccarsi su categorie riesumate ad hoc dall’occhio vecchio che li guarda: come in un gioco delle tre carte in cui l’unico a vincere è sempre il banco, l’unica soluzione è non giocare. Essere uniti non è una condizione imbastita a parole, è il primo necessario, difficile obiettivo da porsi: far esplodere le bolle, respirare insieme, abitare la piazza analogica, dotarsi di anticorpi contro quella polarizzazione digitale che isola ciascuno in una spaventosa galleria degli specchi.
Di ritorno dalla manifestazione mia figlia mi dice: facciamo sciopero fino al 30, perché non ci danno le autogestioni e ci sembra più sensato di occupare le scuole in questo momento con le forze che abbiamo. Ok, ragionevole, ma sono pur sempre un babbo preoccupato che salti le lezioni. Dopo un lunghissimo confronto è chiaro che la sua determinazione non ammette compromessi. Le chiedo se hanno pensato a dare il preavviso alla Questura per le prossime manifestazioni: la risposta è no e capisco che quella notte sarò io a non dormire, perché le leggi sempre più repressive di questo Governo sono avvelenate come le bacchettate sulle mani: possono condizionare con la paura forse, ma di certo instillano odio in chi ne subisce gli effetti. Si tratta di un odio strutturale perché chi esercita quella violenza ha una responsabilità di cura, che sia lo Stato, un giudice o un poliziotto. Si tratta di un odio che dà forma alla sostanza di qualsiasi relazione col mondo adulto e le sue incoerenti, spietate, “legittime” violenze.
Baby Gang, Sfera Ebbasta, Bella Ciao
28 ottobre, mercoledì: il mercato si prende piazza Duomo, non si può restare. Cerco mia figlia con lo sguardo e non la trovo: i ragazzi e le ragazze si sono dispersi in più direzioni. La chiamo, sono all’artistico, ma altri sono diretti in piazza Mazzini, vanno raggiunti. Un improvvisato corteo sfila agilmente tra i banchi del mercato e non mancano gli applausi dei presenti. Sono sempre più preoccupato, la Questura non avrebbe mai permesso il transito per queste vie, ma non vedo la polizia in giro. Chiamo alcuni compagni del sindacato per darci appuntamento, mentre sono al telefono una volante mi raggiunge alle spalle: è di quelle classiche in grigio azzurro, mi torna in mente che avevo una macchinina della Polizia da bambino, chissà che fine ha fatto.
I ragazzi e le ragazze infilano Borgo Stretto, per un attimo penso che forse potrei parlarci, per sentire che aria tira, ma l’auto in quella stradina non entra, prosegue e mi tocca desistere. Per evitare guai penso che si potrebbe provare ad avere una destinazione nei paraggi: sento qualche consigliere comunale della nuova amministrazione di sinistra, forse si potrebbe andare in Sala Maggiore del Comune, magari scrivere un documento. Parlo con il rappresentante di una delle scuole e mi risponde che si può fare, ma che la priorità è ricongiungersi con le altre scuole. In che senso?
Sono disorientato, ok, lasciamoli fare. Da dove si va? Piazza Mazzini, si era detto, una delle più trafficate del centro: il corteo, un po’ meno snello, s’inerpica senza timore e senza preavviso. I ragazzi e le ragazze cercano di stare da un lato, per quanto possibile, ma la carreggiata è presa: casse bluetooth segmentano la transizione, alternando Baby Gang, Sfera Ebbasta, Bella Ciao. Sono le automobili ad accostare; mi chiedo se sia una specie di incantesimo, ma nessuno ha da ridire. Il corteo è determinato, ma non usa la forza: per quanto cresciuto, prova con eleganza ad attraversare la strada sulle strisce pedonali.
Prosegue oltre la piazza e si accresce, raccogliendo lungo il tragitto i dispersi della prima ora. Quando arriviamo su Viale Adua è un corteo maturo, uno di quelli che potrebbe ardire a prendersi la patente. Io lo guardo terrorizzato dalla P del principiante che ha sul cruscotto (Da quando è lì? Per quanto tempo ci resterà?). Si va all’ITI, si dice. Il viale è un viale di quelli dove si sfreccia, se possibile: la carreggiata non basta più e di nuovo le macchine accostano. Ecco l’ITI, ci si ferma qui? Cori di invito a unirsi e qualche «scemi, scemi» old school a chi è entrato a fare lezione, ma poi si riparte quasi subito. Dove si va adesso? Curva a U. Questo non si può fare, lo so persino io che non guido. Arriva la Polizia Locale.
La protesta gentile
Mi avvicino per capire. E così accade: la Polizia chiede di parlare con chi conduce il corteo. Si va allo Scientifico. Nessun problema, solo stringetevi un po’ di lato. Il corteo completa la sua inversione e si va allo scientifico. La Polizia scorta serenamente. Mi dicono: «Vogliamo solo che i ragazzi stiano bene». Arrivati allo Scientifico capisco: la priorità è ricongiungersi con le altre scuole, anche quelle che non sono in strada, anche quelle che non hanno ancora deciso di esserci. Degli studenti scendono all’ingresso accompagnati da alcuni professori. Ci sono abbracci gioiosi, qualche sfottò: ogni scuola, quindi, è un ricongiungimento. Mi emoziono. Indubbiamente avremmo tanto da dire, da spiegare, da trasmettere dall’alto della nostra sapienza, in virtù delle nostre fantomatiche esperienze. Eppure, un’intenzione così dritta e limpida lascia senza parole. Non hanno dato preavviso, bloccano il traffico, fanno intervenire col megafono uno studente che per venti minuti ha lasciato la sua classe per poi tornarci: ciò che stanno facendo si sta imponendo grazie a un disegno gentile dai contorni precisi.
Negli ultimi mesi avevo sviluppato una certa idiosincrasia per il pur comprensibile richiamo alla complessità evocato per opporsi ad alcune solenni sciocchezze: «Solo l’Occidente conosce la Storia!» Certo che le cose sono più complesse di così. Mi logorava, però, il dubbio che, a furia di rappresentare la complessità, stessimo perdendo di vista qualcosa o forse ogni cosa. Questo corteo del 28 ottobre ha in sé una stupefacente chiarezza: in fondo non è una priorità parlare con le istituzioni, senza dubbio è un obiettivo e verrà il momento anche per quello, scaleremo il Comune, la Provincia, la Regione, il Governo, ci dovranno ascoltare. Ma la prima cosa da fare è esserci tutti e tutte.
La lezione
Torno a casa. A pranzo io e mia moglie cerchiamo di capire quando la nostra quindicenne tornerà a fare lezione. Discutiamo, ci prendiamo qualche accusa di essere ipocriti e incoerenti. Non lo so, non è facile essere genitori, come non è facile essere insegnanti, assessori, ministri, poliziotti. Non puoi essere soltanto un amico, un’amica di un adolescente. Non basta ascoltarli: ci devi parlare e, se ci parli, non puoi compiacerli, non puoi schiacciarli. Ognuno deve fare la propria parte e l’adulto deve porre dei limiti, perché i limiti possono non essere aride imposizioni, bensì costituire ostacoli alla vista per poter immaginare cosa c’è dietro, cosa c’è oltre. I limiti sono siepi. A me sembra di aver ricevuto una bella lezione e mi dispiace di essere andato via senza ringraziare le ragazze e i ragazzi del corteo di Pistoia di questo 28 ottobre 2026. Allora lo faccio ora, lo faccio qui.
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