«Cos’è violenza? Spaccare una vetrina o dover scegliere tra pagare il biglietto della metro e una pagnotta sul tavolo? Io penso entrambe, ma la seconda non fa rumore». Ci dice così Sara, 21 anni, cresciuta in un quartiere popolare di Milano. «Mio padre era un tossicodipendente, mia madre mi ha cacciato di casa. Una stanza a Milano costa tra i 600 e gli 800 euro. Per questo ho dovuto dormire anche sulle panchine. Io ho studiato, mi sono diplomata con 98, eppure mi ritrovo a prendere uno stipendio da 1.000 euro. Ti dicono che se ti impegni, se vai a lavorare anche con la febbre, fai carriera. Sto ancora aspettando».

Fin da piccola ha dovuto ben presto fare i conti con le etichette cucitele addosso. Non dai suoi coetanei, ma dagli adulti. Additata come «la figlia di» era quella che, categoricamente, non si doveva frequentare. «Così finisci per essere arrabbiato con te stesso e non sai neanche perché. E con tutta questa rabbia addosso è facile finire in brutte compagnie e, non avendo nessuno che ti aiuti, puoi anche arrivare a spaccare le vetrine. Questa è una conseguenza, ci si dovrebbe chiedere perché sei arrivato a fare quel gesto».

Lei, così come tutti i ragazzi e le ragazze con cui abbiamo parlato, ha preso parte al movimento del 17 ottobre. «Una convocazione», racconta Eleonora, 21enne, davanti alla facoltà di Scienze politiche dell’università di Milano, «che non aveva niente a che fare con i centri sociali. Una manifestazione autonoma rilanciata su Instagram e TikTok a cui hanno partecipato persone unite da una stessa causa».

«Cosa è violenza?»

Anche lei, come Sara, pur condannando quanto è accaduto, è convinta che «i media si sono concentrati solo su quante vetrine sono state rotte e nessuno si è chiesto perché tutto questo succede. Più che condanne, mi aspetto risposte dalla politica. Se non le avete mi andrebbe bene anche una domanda, “ragazzi come state?”. È più facile etichettarci tutti come vandali piuttosto che dare risposte alla violenza che viviamo tutti i giorni. È violenza non arrivare a fine mese, è violenza aspettare anni per essere curati anche per malattie gravi come i tumori, perché non c'è posto nella sanità pubblica mentre tutto diventa privato, è violenza non poter fare un figlio perché non ce lo si può permettere».

La sua stessa rabbia si legge negli occhi di Alessandra, 16 anni, nazionalità rumena, cresciuta in Italia anche se sui social e in classe ci tengono a ricordarle quotidianamente «che devo starmene zitta, adattarmi o nel caso andarmene. Io vivo qua, mi adatto alle regole ma noi stiamo male, le nostre famiglie stanno soffrendo: perché non si può cambiare il sistema?». Sua nonna è venuta in Italia a 20 anni, «erano 8 in casa e mangiavano patate e uova tutti i giorni. Era l'unica che andava a lavorare perché mio nonno non lo volevano, mio zio era un tossicodipendente e mia mamma stava studiando. E adesso mia nonna, a 75 anni, è stata sfrattata due mesi fa».

Lei, con il sogno di fare la criminologa, ha dovuto scegliere «un professionale perché serve una mano in più in casa per lavorare. Non potevo scegliere un liceo per poi andare a fare l’università, non ne avevo la possibilità». Ed è qui in piazza anche per sua madre che «nonostante viva qui da quando ha 14 anni ancora la insultano perché è straniera». Di vetrine non ne ha spaccate neanche lei, ma il vero punto «è che questa non è solo una protesta per il carovita, che magari metà di noi non sa chiamare con questo nome, ma per una condizione: ti rompo una vetrina oggi, ma magari tu ti accorgi di una famiglia che sta morendo di fame. Nessuno vuole rubare scarpe e vestiti, io sono arrabbiata non solo perché non ho le stesse possibilità dei miei coetanei, ma anche perché domani non potrò mettere al mondo un figlio per paura di non poterlo crescere».

«In piazza non ci sono italiani e stranieri»

Tematiche che tornano anche su TikTok, social che ha contribuito a rilanciare le mobilitazioni di questi giorni. Basta inserire nella barra di ricerca l’hashtag 17 ottobre per trovare diversi video di giovanissimi che spingono a scendere in piazza. Come quello di Habiba, 22enne che provocatoriamente scrive: «Potremmo anche tornate tutti “a casa nostra”, togliere il velo, ma non arriveresti comunque a fine mese».

«Il senso è proprio questo: in piazza non ci sono italiani e stranieri. Ma semplicemente gente che è stanca di vivere in queste condizioni. Con tutta questa propaganda sull’immigrazione stanno solo cercando di dividerci», aggiunge. Italiana di seconda generazione, fa la babysitter e studia filosofia all’università. «Sto scrivendo la mia tesi proprio su quello che accade nei quartieri ghetto italiani. Qui a Milano, in zone come Corvetto e Barona, non vivono solo gli stranieri, ma anche gli italiani. E le condizioni in cui vivono ci riguardano tutti. Intanto stanno cercando di far credere alle persone che il problema sia il mio velo e non il fatto che non si riesce più a far la spesa».

La pensa nello stesso modo anche Chak, 23enne cresciuto nel quartiere popolare torinese Le Vallette, conosciuto come le Torri. «Io ho lavorato come magazziniere, ho fatto l'autista e in tutto questo studio anche Economia all’università. Mi propongono solo stage o lavori senza contratto da 600 euro al mese. Ma come faccio a vivere a Torino se quello è anche il costo di una stanza?». Chiede, così come la sua generazione, solamente il diritto a vivere e non a tirare a campare, «a non essere costretto a dovermi accontentare per il semplice fatto di essere giovane».

Ed è anche con lui che si ritorna alla domanda iniziale: «La violenza è spaccare le vetrine o è relegarti in periferia dove magari non ti puoi permettere neanche il pane, non riesci a studiare e a pagare l’affitto?». Le domande restano, le risposte latitano.

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