«La polizia non dovrebbe lavorare per il paese?» e «perché i razzisti sono razzisti?»: il racconto di come la comunità di bambini, insegnanti e famiglie dell’istituto ha reagito alla provocazione di Genova. E della solidarietà che ha preso forma attorno alla scuola, che ha trasformato un gesto in un presidio diffuso per l’Italia
Venerdì mattina, alle otto e venti circa, mentre le bambine e i bambini entravano a scuola due loschi figuri in abiti civili si sono arrampicati sul cancello della scuola e hanno strappato lo striscione che le bambine, i bambini e i loro e le loro insegnanti avevano confezionato e appeso lì.
T., di quarta elementare, c'è rimasta male perché i loschi figuri l'hanno strappato proprio lungo la scritta in arabo che aveva fatto il suo compagno A. A., oltre che in un buon Italiano, parla e scrive correttamente anche in arabo e sono tutte e tutti molto orgogliosi di lui. Quando è stato spiegato a T. che i loschi figuri erano poliziotti, T. non ci ha creduto. Erano armati, sì, li ha visti, ma la polizia non fa queste cose. Z. invece ci ha creduto ma non ha capito bene il perché: «La polizia non dovrebbe lavorare per il paese?» mi ha chiesto. «Sì, ma la polizia dipende anche dal governo e il governo sta facendo campagna elettorale e sta cercando i voti dei razzisti, per questo la polizia fa queste cose».
«Ma è sbagliato essere razzisti». «Sì lo è». «E allora perché i razzisti sono razzisti?». «Non lo so bene, forse perché hanno paura, hanno tanta paura di diventare poveri che quando vedono qualcuno che gli sembra diverso da loro, o perché è più povero o perché viene da un paese o una cultura che non conoscono, temono di essere derubati o che gli voglia fare del male». «Davvero qualcuno pensa che i genitori di S. vogliano fargli del male?», in effetti sembra incredibile.
Allora con Z., abbiamo discusso un po' sulla natura del male, mi ha chiesto: «Perché l'uomo è cattivo?», «secondo te, che frequenti altri bambini, che non sono ancora cattivi ma che il male un po' cominciano a sperimentarlo, da dove viene il male? Da dove può venire?», «Mah... per esempio da “siamo meglio noi”». «Sì, ottima idea».
Quella che frequentiamo è una scuola di comunità, una scuola pubblica, è in centro storico a Genova, il centro storico è un primo approdo per molti migranti, non so se le bambine e i bambini figli di migranti di prima generazione siano più o meno del trenta per cento degli studenti, non li ho contati, so che sono abbastanza da rendere il progetto di inclusione sociale un fatto identitario della scuola Daneo. Lì sono tutti molto polarizzati tra Genoani e Doriani, ma nessun bambino lì dentro si sognerebbe mai di pensare che l'origine geografica o sociale di un individuo possa renderlo di per sé migliore o peggiore di un altro.
Per questo è stato un fatto naturale per la nostra scuola coinvolgere bambine, bambini e insegnanti nel realizzare uno striscione da appendere fuori dal cancello della scuola con su scritto «Qui nessun* è stranier*». Perché il decreto legge demagogico (ma non per questo irrilevante, anzi) che è appena stato approvato ha un intrinseco contenuto manifestamente razzista ed è un attacco esplicito ai valori che animano la nostra scuola. Quindi la scuola ha risposto. Inevitabilmente. E come la Daneo tante altre scuole hanno fatto sentire la propria voce, affiggendo striscioni analoghi, per entrare in un dibattito politico che ci chiama in causa direttamente sì, ma anche e soprattutto per tutelare gli studenti stranieri e le loro famiglie, per rassicurarli che la scuola è un posto sicuro, che lì sono a casa.
Dire che il gesto della Digos è inspiegabile sarebbe molto naif, minimizzarne la gravità sarebbe idiota. L'affissione dello striscione non costituisce reato, il contenuto non è offensivo se non per chi si senta orgogliosamente e dichiaratamente razzista. L'azione della Digos è stata illegale, violenta e decisamente inopportuna, tanto è vero che la questura ha cambiato idea riguardo all'accaduto più volte nell'arco della giornata: prima promettendo scuse, poi dichiarando la sua totale estraneità, poi dando una sua versione dell'accaduto ridicolmente mendace.
Fare una cosa del genere a quell'ora e in quella scuola è una provocazione perché vuole essere una provocazione. È un'azione squadrista indegna di funzionari dello stato, infatti giustamente T. fatica ad attribuirgliela e anche la questura ha pudore ad ammetterla. Gli agenti hanno restituito lo striscione ai genitori intervenuti, poi si sono dileguati rifiutando di fornire le generalità in tempo per non incappare nei giornalisti che stavano arrivando. Lo striscione è stato rimesso al suo posto.
L'assemblea che la comunità Daneo ha tenuto nel pomeriggio dopo le lezioni è stata particolarmente ordinata, i nervi scossi di chi aveva subito un'aggressione non hanno portato un dibattito scomposto perché eravamo tutti d'accordo su cosa fare. Proteggere i bambini, reagire. Abbiamo convocato un presidio per il lunedì mattina. C'era la nostra scuola, c'era l'associazionismo genovese, altre scuole, sindacati. È stato letto un comunicato molto preciso dove non ci si soffermava per niente sulla provocazione della Digos ma si parlava del lavoro che la scuola fa per l'inclusività, di pratiche virtuose, di demagogie dannose. C'è solidarietà intorno alla scuola, accanto al nostro striscione ne sono spuntati altri e altri ancora ne spuntano in altre scuole. La polizia non sta sempre a guardare, alcuni ne rimuove, oggi uno a Pinerolo che portava la scritta: «La scuola è aperta a tutti. Articolo 34 della costituzione». Un messaggio molto chiaro. Ci siamo convocati per venerdì pomeriggio davanti alla prefettura. Un presidio. C'è un po' da presidiare.
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