Dopo il furto di 80 fiale dall’Ospedale israelitico, video e denunce dei residenti hanno alimentato l’allarme sulla presenza dell’oppioide sintetico a Tor Sapienza. Ma i controlli non ne hanno trovato traccia. «L’epidemia che c’è è quella del crack, ma non se ne parla», dicono gli operatori della riduzione del danno, che chiedono più strumenti di prevenzione, dal drug checking ai servizi sul territorio
Gli zombi hanno invaso Roma. Si aggirano in una zona periferica della capitale, a Tor Sapienza. Barcollano per le strade del quartiere, diffondono il virus spacciando il siero che li ha resi tali. Sembra di star descrivendo una versione nostrana del recente film horror Resident Evil. È invece la narrazione diffusasi, da un paio di settimane, intorno alla presunta circolazione a Roma del fentanyl, un potente oppioide sintetico. Sono bastati alcuni video di persone in stato catalitico diffusi sui social a scatenare il panico, portando anche diverse testate giornalistiche a lanciare l’allarme.
Dopo una manifestazione contro il degrado a Tor Sapienza, dove veniva denunciata la circolazione della sostanza nel quartiere, il prefetto ha però smentito la notizia, affermando che negli interventi della polizia degli ultimi mesi non ci sono stati riscontri sulla sostanza. Per le cooperative che si occupano di riduzione del danno, infatti, l’attenzione di certe frange politiche e dell’opinione pubblica sulla sostanza stanno distogliendo lo sguardo dalla capillare diffusione del crack in tutta Italia.
Il furto nell’Ospedale Israelitico
Le origini di questo allarme nascono a giugno di quest’anno, quando 80 fiale di fentanyl sono state sottratte dall’Ospedale israelitico di Roma. A essere indagati sono due custodi della struttura. L’ipotesi dei carabinieri del Nas è che la sostanza, più che girare per le strade, finirà negli ambulatori abusivi. Il governo italiano, in risposta al furto, ha avanzato una proposta di decreto per stringere le misure di sicurezza, la custodia e la tracciabilità dei medicinali contenenti sostanze stupefacenti, una stretta che si aggiunge a quella del 2024 contenuta nel “Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di Fentanyl e di altri oppioidi sintetici”.
Ciò non è bastato per placare gli animi nella capitale. Due settimane fa, sui social, hanno cominciato a girare video che ritraevano persone in evidente stato di alterazione aggirarsi per il quartiere di Tor Sapienza. Alcuni residenti le hanno descritte come “zombi” e ha cominciato a diffondersi il dubbio che quelle fiale rubate stiano circolando proprio a Roma. Il 25 settembre un comitato di cittadini, “Tor Sapienza Sicura”, ha organizzato una manifestazione per le strade del quartiere, denunciando che nello stabile abbandonato di via Tallone vi sia il centro nevralgico dello spaccio del fentanyl.
In pochi giorni è arrivata la risposta dalla prefettura: il fentanyl, a Roma, non esiste. «Noi giornalmente, soprattutto nell'attività che facciamo su strada “al minuto” con i falchi della polizia, con equipaggi dell'Arma, con la guardia di finanza, sequestriamo centinaia di dosi di varie sostanze stupefacenti da Tor Sapienza al Quarticciolo, dappertutto. Mai abbiamo intercettato il fentanyl», ha detto il prefetto Lamberto Giannini. Sono stati anche diffusi i ritrovamenti negli interventi della polizia da aprile ad agosto: cocaina, crack, Mdma sono le sostanze più comuni, insieme a hashish ed eroina. Nessuna traccia del fentanyl.
Il fentanyl negli Stati Uniti e in Europa
A confermare le parole del prefetto sono Emanuele Perrone, psicologo socio della cooperativa sociale Parsec e membro del direttivo Itaard, la rete italiana sulla riduzione del danno, e Alessio Guidotti, della rete dei consumatori di sostanze psicoattive Itanpud: «Noi è dal Covid che usiamo delle strisce reattive per il fentanyl per capire se la sostanza si sta diffondendo in Italia. In centinaia di somministrazioni non abbiamo mai trovato un caso positivo», afferma Perrone.
La situazione italiana, infatti, è ben diversa da quella di altri paesi dove vi è stata una massiccia diffusione della sostanza. «La crisi del fentanyl negli Stati Uniti – spiega ancora Perrone - è strettamente legata alla scelta di aziende che, dagli anni Novanta, hanno contribuito alla diffusione di farmaci oppioidi alterando e falsificando dati scientifici. In Italia questo non c’è stato».
Il caso statunitense, quello più diffuso nell’immaginario collettivo, ha infatti delle premesse diverse. La crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, dopo una stretta da parte del governo nella regolamentazione dei suddetti farmaci, ha generato una seconda ondata negli anni Dieci del Duemila, periodo in cui i prezzi dell’eroina hanno cominciato a calare portando a una sua maggior circolazione. Negli ultimi dieci anni, l’eroina è stata velocemente surclassata dal fentanyl, ritenuto cinquanta volte più potente, di più facile elaborazione illecita e più economico. Negli Stati Uniti, come riportato dal Centers for disease control and prevention, le overdosi per fentanyl hanno raggiunto il picco nel 2022, portando alla morte di più di 72mila persone.
In Europa i riscontri sulla diffusione della sostanza sono ben diversi. Secondo l’European union drugs agency, nel 2024 ci sono stati 208 casi di decessi legati al fentanyl o suoi correlati, concentrati principalmente in Germania. Tracce di fentanyl sono state ritrovate in siringhe usate in diverse città d’Europa, da Madrid a Oslo. L’Euda avverte poi di una crescente criticità in Bulgaria, dove tra il 2024 e il 2025 si sono registrati oltre 100 decessi legati alla sostanza. In Italia, la Relazione annuale al parlamento sul fenomeno della tossicodipendenza nel territorio nazionale del 2025 ha raccolto otto casi di individuazione di fentanyl e oppioidi sintetici, e due casi di intossicazione acuta legati alla sostanza.
«Le pubblicazioni scientifiche sul tema hanno osservato che quando una sostanza come il fentanyl comincia a girare in un determinato quartiere c’è sempre un picco di overdose. Lo si osserva nel giro di una quindicina di giorni. Questo a Roma non è successo», afferma Perrone.
Ignoranza e spettacolarizzazione
Il fentanyl, secondo Guidotti, torna spesso nelle cronache per una questione di ignoranza sul tema, oltre che di spettacolarizzazione: «Si è creata una narrazione attorno al fentanyl. È una sostanza che fa più effetto nell’immaginario collettivo: abbiamo in mente le immagini degli Stati Uniti, le persone “zombificate” e i morti. Quando vediamo le azioni del governo sul fentanyl, vediamo solo una riconferma di una narrazione lontana dalla realtà».
Guidotti non sottovaluta il problema di una possibile diffusione della sostanza, ma pone la questione sotto un’altra prospettiva. «Come Itanpud abbiamo osservato che la produzione di oppio in Afghanistan dopo la presa del potere dei talebani è drasticamente calata. Con cosa verrà sostituito? È da qui che deve partire l’allarme, perché il rischio che comincino a circolare gli oppioidi sintetici c’è».
Ciò di cui non si parla però, secondo i due professionisti che abbiamo sentito, è di tutte le altre sostanze: «C’è una chiara volontà politica di non occuparsi della diffusione di sostanze come il crack, dove la mafia sta evidentemente investendo di più. Ogni volta che usciamo per le strade vediamo tantissime persone che fumano crack. Qualsiasi unità di strada può confermarlo», afferma Perrone.
Secondo l’Uepa, solo nel 2024 in tutta Europa sono stati stimati circa 11.400 utenti presi in carico nei servizi specialistici per consumo di crack, in aumento rispetto ai 9.900 dell’anno precedente. In Italia, nel 2025 nel privato sociale il 43% degli utenti risulta in trattamento per consumo primario di cocaina o crack, e il 52% delle denunce penali per traffico e spaccio di stupefacenti riguarda la cocaina o il crack. Su un totale di 231 decessi accertati per overdose, il 35% di questi è attribuito alla cocaina o al crack. «L’epidemia che c’è è quella del crack e non se ne parla tanto. Credo perché ci costringerebbe a fare i conti con aspetti della nostra società che alcuni preferiscono negare», accusa Perrone.
Per Itanpud il problema sta nella focalizzazione, da parte delle istituzioni, su politiche proibizionistiche o securitarie più che di prevenzione. «È il tipo di approccio a essere sbagliato. Oggi in Italia tante persone sono costrette a rivolgersi al mercato illegale per acquistare un determinato tipo di sostanza che in altri paesi, come in Germania o in Svizzera, possono essere somministrate accedendo a programmi di sanità pubblica in un ambulatorio controllato».
Nel contesto italiano, la soluzione per Guidotti è una sola: investire sulle politiche di prevenzione dal basso. «Bisogna mettere in condizione noi e chi consuma di potersi tutelare da eventuali rischi. E per farlo bisogna testare le sostanze». La pratica a cui fa riferimento Guidotti è quella del drug checking, ovvero il servizio di analisi chimica delle sostanze psicoattive. «Le azioni devono partire dal basso, è logico che chi è a contatto con le sostanze voglia tutelare sé stesso e, se ne ha possibilità, può farlo anche con i suoi pari».
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