Questo fine settimana si vota per il referendum sulla giustizia, ma intanto al Csm esplode il problema della Scuola superiore della magistratura
Care lettrici, cari lettori
il voto referendario è infine arrivato: domenica 22 e lunedì 23 marzo fino alle 15 saremo chiamate e chiamati a esprimerci sulla riforma dell’ordinamento giudiziario promossa dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Chi segue questa newsletter è già molto informato, ma per dettagli e approfondimenti ulteriori rinvio a questo invio speciale di In contraddittorio, arrivato la settimana scorsa, che vuole essere un utile quadro riassuntivo.
In settimana, però, si è consumato anche un altro strappo: quello alla Scuola superiore della magistratura, di cui ho provato a tirare le fila. Non solo: il sottosegretario Andrea Delmastro è finito in una vicenda dai contorni ancora opachi, che stiamo raccontando.
Anche in questa newsletter trovate una serie di ultime analisi sulla riforma. Una è del professor Massimo Siclari, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Roma Tre, che riflette sul fatto che il suo no è anche una questione di “aggettivi”.
L’ex magistrato Rosario Russo, invece, affronta il ruolo del disciplinare e le funzioni (poco utilizzate) del ministro della Giustizia.
Infine, l’avvocato Matteo Bonetti analizza come si stanno evolvendo le truffe online.
Ribaltone alla Scuola superiore della magistratura
L’esito è quel che conta: al termine di una tesissima seduta di circa un’ora e mezza, la Scuola superiore della magistratura, organo che si occupa della formazione dei magistrati, ha eletto nuovo presidente il professor Mauro Paladini, che si è candidato in opposizione all’uscente ex presidente della Consulta, Silvana Sciarra. Dopo l’esito, Sciarra ha dato le dimissioni dal direttivo, lasciando così la Scuola e rendendo palese la profondità dello strappo.
Paladini, professore milanese ma originario di Lecce, è fiero esponente del centro studi Rosario Livatino e vicinissimo al suo fondatore, il sottosegretario Alfredo Mantovano (anche lui leccese) e noto per le sue posizioni estremamente conservatrici, in particolare su temi come l’aborto e il fine vita, tanto da essere conosciuto per aver definito – proprio durante una lezione della Scuola - i bambini nati con maternità surrogata «corpi di reato». In questi mesi, poi, è stato tra i frontman per il Sì, insieme al comitato “Si riforma” che fa capo al centrodestra.
Per capire come sia stato possibile, bisogna però mettere a fuoco il funzionamento della Scuola e il guaio dietro l’assenza di uno dei componenti del direttivo di nomina del Csm. Qui trovate l’approfondimento.
Polemica sull’esame da magistrato: arrivano querele
Tutto nasce dalle dichiarazioni del professor Fabrizio Criscuolo, che è stato componente per pochi giorni della commissione esaminatrice del concorso per magistrato ordinario del 5 novembre 2014. Il professore, poi diventato virale con un video sui social, ha detto che «le tracce dei temi del concorso in magistratura venivano votate per correnti» e le sue parole sono state riprese dalla magistrata per il Sì Annalisa Imparato.
Gli altri componenti della commissione sono intervenuti con una dura nota di risposta, di fatto annunciando azioni sia in sede civile che penale.
Le affermazioni del professore Fabrizio Criscuolo «oltre a essere oggettivamente false sono logicamente e proceduralmente insostenibili in considerazione delle rigide procedure che governano le modalità di selezione delle tracce delle prove scritte del Concorso in argomento. Sotto il profilo tecnico-giuridico, giova ricordare, che la selezione delle tracce avviene secondo un protocollo di assoluta trasparenza e collegialità, rispetto al quale tutti i componenti della Commissione, compreso il prof. Criscuolo, contribuiscono alla elaborazione e selezione delle tracce che vengono infine individuate nel numero di tre per ogni materia il giorno stesso della prova e successivamente sorteggiate alla presenza di una rappresentanza di candidati presenti in aula e che la natura collegiale del lavoro della Commissione, il contraddittorio tra i suoi membri, togati e laici, e il rigido formalismo della procedura di estrazione rendono tecnicamente e materialmente impossibile l'ipotesi di una 'votazione per correnti' o di una manipolazione esterna delle votazioni della Commissione».
Le affermazioni del professor Criscuolo «configurano, pertanto, una ricostruzione dei fatti non solo radicalmente falsa, ma anche insostenibile logicamente che viene fermamente smentita dai sottoscritti componenti della Commissione».
I membri hanno contestato anche le parole di Imparato, che ha fatto proprie le parole di Criscuolo «senza procedere ad alcuna previa verifica in ordine alla loro fondatezza e così contravvenendo a quei doveri di prudenza, equilibrio e rispetto della verità che dovrebbero informare la condotta di ogni magistrato, specie laddove si metta in discussione l'integrità delle istituzioni di cui si fa parte».
Di conseguenza, «i componenti della Commissione non possono tollerare che il proprio impegno professionale, la propria integrità morale e la correttezza del proprio operato vengano infangati da ricostruzioni fantasiose e denigratorie. Il danno arrecato non colpisce solo i singoli commissari, ma investe la fiducia dei cittadini nella trasparenza del reclutamento dei magistrati e, di riflesso, l'immagine stessa della Magistratura italiana. Pertanto, i sottoscritti si riservano di agire in sede civile e penale a tutela del proprio onore e della propria professionalità nei confronti del prof. Fabrizio Criscuolo e della dr.ssa Annalisa Imparato».
Meloni va da Fedez
La maratona referendaria di Giorgia Meloni è quasi finita – ultime tappe, prima su La7 da Enrico Mentana e poi su Rai1 da Bruno Vespa – e solo il 23 marzo a scrutinio finito si potranno tirare le somme. Certo è che la sua incursione più spregiudicata nella galassia dell’informazione che si mischia con l’intrattenimento, a Pulp Podcast di Fedez e Marra, è stata una occasione persa. Buona la pensata, mediocre lo svolgimento.
Se il barometro politico è la capacità del dettare l’agenda del dibattito, quello digitale è il riscontro che arriva dai commenti. Sulla base di questo parametro la premier ha perso clamorosamente la scommessa dei social, non tanto per inefficacia delle tesi portate ma per la noia a cui hanno costretto un pubblico non abituato ai comizi politici. I 55 minuti di video-intervista (mai tanti ne sono stati concessi a un solo giornalista) infatti sono stati percepiti dagli spettatori come un interminabile monologo, che è cominciato con le delicate questioni internazionali ed è finito con mezz’ora di perorazione del Sì sulla riforma della giustizia. Tanto che il commento più frequente è stato: «Dove sono le domande?».
Tuttavia, una notizia per gli addetti ai lavori è contenuta: se vincerà il Sì, Meloni ha detto che nelle leggi attuative sarà previsto una sorta di periodo di quiescenza per i politici prima di essere inseriti nella lista per l’estrazione parlamentare. Quanto proprio alla lista, la premier ha detto che dovrà essere votata con maggioranza qualificata in parlamento, così da tutelare la minoranza.
Sull’analisi della sua partecipazione, trovate qui un approfondimento.
I dubbi di Nordio
La Costituzione dovrebbe essere quell’atto talmente chiaro che tutti i cittadini, anche i non tecnici, possono capirlo. Il testo della riforma, invece, pone già un interrogativo di interpretazione che nemmeno il ministro Carlo Nordio sembra saper sciogliere.
Il tema del dubbio è la ricorribilità alle Sezioni unite di Cassazione delle sentenze dell’Alta corte disciplinare. «La riforma costituzionale sul punto non dice nulla", ha detto il ministro, ma "siccome l'articolo 111 della Costituzione prevede, però, il ricorso per Cassazione, con la legge ordinaria di attuazione potremo dare attuazione a quanto previsto».
Nel corso di una iniziativa di FdI, Nordio ha specificato che «non saremmo obbligati a farlo, perché essendo la riforma una legge di rango costituzionale quest'ultima prevale perché è temporalmente posteriore e di pari rango nella gerarchia delle fonti. Detto questo, non vorrei che fosse interpretato come una preclusione, abbiamo già affermato il principio che sarà più che probabile, vorrei dire quasi certo».
Il dubbio è sorto perché nel testo della riforma si legge testualmente che le sentenze dell’Alta corte disciplinare possono essere impugnate «soltanto» davanti alla stessa Alta corte in diversa composizione.
Condanna all’ordine degli avvocati di Firenze
Il tribunale di Firenze ha condannato, dopo un lungo contenzioso, l'Ordine degli Avvocati di Firenze a pagare l'ammontare delle bollette di acqua, riscaldamento e luce per la sede che è nel Palazzo di Giustizia, in viale Guidoni. L'Ordine dovrà versare oltre 93.000 euro al Comune di Firenze, per le utenze dal 2013 all'agosto 2015, anno in cui Palazzo Vecchio cessò - per legge - di essere proprietario dell'immobile, mentre per i periodi successivi, dovrà pagare 275.418 euro al nuovo proprietario, ossia il ministero della Giustizia. Il Comune nel 2018 aveva ingiunto il pagamento delle utenze non solo per gli spazi destinati, per legge, agli uffici dell'Ordine all'interno del Palazzo di Giustizia ma anche di quelli condominiali. Il tribunale ha respinto l'ingiunzione ma ha condannato gli avvocati a pagare gli importi delle "utenze esclusive" ma non le bollette di luce, acqua e gas relative agli spazi condominiali.
© Riproduzione riservata


