Ci sono le tasche dei contribuenti europei, c’è un presidente americano che usa la Casa Bianca come il suo ufficio di affari personali arricchendosi di mese in mese, c’è la grande multinazionale dell’investimento americana BlackRock e infine c’è il cancelliere tedesco che lavorava proprio lì prima di andare a guidare il governo più determinante d’Europa: cosa potrà mai andare storto, in questo nuovo piano per la ricostruzione in Ucraina? 

Il piano e il ruolo di BlackRock

Anzitutto, ecco di quale piano parliamo: un piano che europei e statunitensi hanno finito di negoziare convulsamente proprio mentre Donald Trump sferrava i suoi ricatti su dazi e Groenlandia; pare che la Commissione europea avesse la bozza con sé durante l’incontro straordinario dei leader europei tenutosi giovedì; il giorno dopo, la portavoce di Ursula von der Leyen annunciava ai cronisti, durante il briefing di mezzogiorno del venerdì, che il piano era ormai cosa fatta. Infatti poche ore dopo, Politico Brussels, il bollettino più letto dall’establishment brussellese, poteva vantare di aver visto il piano.  

Il coinvolgimento di BlackRock era già noto e foriero di accese polemiche pure negli Stati Uniti. Gli elementi di perplessità emersi nel dibattito americano sono molteplici, e pure non bastano a riassumere perché la questione sia controversa. Il primo elemento, sollevato anche dagli stessi funzionari che seguono il dossier, riguarda il fatto che già in precedenza BlackRock abbia fallito nell’attirare investimenti per Kiev. Nel 2023, Volodymyr Zelensky aveva affidato alla multinazionale le prospettive di sviluppo dell’Ucraina ma due anni dopo il piano era finito nel cassetto per incapacità di smuovere fondi. Tant’è che a Davos, in questi giorni, BlackRock stessa ha messo le mani avanti, dicendo che «con un conflitto in corso è difficile convincere gli investitori». Non restano che i fondi pubblici (spoiler: quelli europei).

Il secondo punto – sul quale vale la pena citare testualmente il New York Times, con firma di Constant Méheut, per segnalare che gli stessi media statunitensi sollevano il tema – è: «Il coinvolgimento nei negoziati di una compagnia privata, che al momento lo fa sotto il cappello di pro bono e il ruolo di consulente, ma che ha comunque come primo business quello di massimizzare i propri ritorni finanziari – il che rafforza le preoccupazioni che l’amministrazione Trump veda la ricostruzione in Ucraina come un’opportunità di profitto per il governo Usa e le compagnie americane, invece che una questione anzitutto umanitaria e di sicurezza».

Trump, Merz e le porte girevoli

Anche se gli europei sono indietro rispetto al turbo-modello americano, sia il cancelliere tedesco che il presidente statunitense intendono lo stato a modello di corporation. Per Friedrich Merz, e di riflesso per Ursula von der Leyen, il modello è quello draghiano, dove «servono project manager invece di burocrati» (riferimento a una frase di Mario Draghi) e dove le regole sono presentate come «dazi interni» da abbattere. Donald Trump è addirittura oltre: non vede l’America come una corporation, ma specificamente come la sua corporation. I dati ci dicono che sia lui nello specifico, che i titani tech della sua cerchia, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca hanno visto i propri guadagni lievitare.

Questo tipo di visione entra prepotentemente anche nella gestione dei dossier internazionali. Il caso del «board of peace» concepito come struttura manageriale, con il coinvolgimento di un ex premier prestato agli affari, Tony Blair, è un esempio eclatante dei nuovi dettami della politica trumpiana: porte girevoli (revolving doors tra ruolo pubblico e privato), esternalizzazione e privatizzazione della cosa pubblica.

In tutto questo, la parolina BlackRock suona come un ulteriore campanello d’allarme, dato che la classe politica europea è legata a doppio filo alla gigante società di investimento. Prima di mettersi alla guida del governo tedesco, che è anche quello più capace di condizionare le posizioni della Commissione von der Leyen, Friedrich Merz era stato per lungo tempo un uomo di BlackRock. Dal 2016 aveva presieduto il consiglio di sorveglianza di BlackRock Asset Management Germania; il tema delle porte girevoli era stato sollevato dal suo stesso partito, la Cdu, tanto che nel 2020 Merz dovette promettere di lasciare le attività professionali in caso fosse stato rieletto parlamentare.

Perché gli Usa prendono la ricostruzione

Si può dire con buona ragione che la «cornice di accordo sulla Groenlandia» di cui Trump ha parlato a Davos dopo l’incontro con Rutte fosse anzitutto una sua via di uscita mediatica per cancellare i dazi agli europei dopo essersi accordato con loro su più versanti, Ucraina inclusa, e aver ottenuto da loro svariate concessioni (abbiamo ricostruito tutto qui e qui). Nella settimana di Davos, è acclarato che Friedrich Merz abbia cercato interlocuzioni col tycoon, anche se il contatto non si è trasformato in incontro pubblico al forum e il ruolo di mediatore davanti all’opinione pubblica è passato al segretario generale Nato.

Ma come mai adesso il piano è dichiaratamente «a guida americana»? Dopotutto furono i leader europei, già nel 2022, ad aprire la strada: dopo quel viaggio in treno di Draghi, Scholz e Macron verso Kiev, si sono aperte molte strade, dall’ufficio di Confindustria nella capitale al sì dei leader europei al processo di allargamento dell’Ue. Eppure il 6 gennaio scorso, a Parigi in occasione del vertice dei volonterosi, Emmanuel Macron – oltre a dire che «Trump vuole sempre di più» – ha infilato tra le righe un annuncio: ha riformulato i piani europei di ricostruzione dell’Ucraina nei termini di «piano americano di prosperità» e ha annunciato che quel piano sarebbe stato «presentato dagli Usa nelle prossime settimane con contributi europei». Si tratta proprio di quel piano filtrato nel weekend a Politico Europe.

Come mai sono cambiati gli equilibri di potere sulla ricostruzione? Qui bisogna risalire ai ricatti trumpian-putiniani.

Nella prima bozza di piano sull’Ucraina formulata dalla Russia con gli Usa, si pretende un percorso di ingresso accelerato di Kiev nell’Ue – cosa che stando a Politico è approdata nel piano per la ricostruzione – e si dice che «i fondi congelati russi saranno usati come segue: 100 miliardi verranno usati per la ricostruzione a guida Usa. Gli Usa riceveranno la metà dei profitti da questa venture». Si aggiunge che: «L'Europa contribuirà con 100 miliardi per aumentare gli investimenti disponibili per la ricostruzione dell'Ucraina». Ancora: «Il saldo dei fondi congelati sarà investito in un veicolo di investimento russo-americano per progetti congiunti Usa-Russia».

Chi paga il piano (noi)

Adesso, il piano viene presentato come a guida americana e col coinvolgimento di ucraini ed europei. Non significa che il carico finanziario non resti sulle spalle degli europei: Politico, dopo aver visionato il piano, specifica che la Commissione «intende spendere altri 100 miliardi per Kiev» (proprio la cifra di quella vecchia bozza) «sia attraverso un supporto di bilancio che attraverso garanzie di investimento, nel quadro del bilancio Ue settennale 2028-2034». Ciò dovrebbe sbloccare «207 miliardi in investimenti per l’Ucraina», ma intanto l’Ue versa una quota dai soldi dei suoi contribuenti. Gli Usa invece «dicono che mobiliteranno capitale con un fondo di investimento dedicato, ma non forniscono dettagli», nota Politico, in cerca invano di più elementi. Il «piano di prosperità» viene pubblicizzato come un piano «da 800 miliardi pubblici e privati», quindi, ma i fondi pubblici assicurati sono quelli europei.

La Commissione ha detto negli ultimi giorni che «gli europei sono il più gran finanziatore dell’Ucraina, con duecento miliardi». Tra i leader europei c’è chi si spinge a dire schiettamente che siamo l’unico finanziatore: col ritorno di Trump stiamo pagando sia l’aiuto diretto a Kiev, sia gli americani perché aiutino Kiev (paghiamo noi le armi Usa con un meccanismo Nato, Purl, creato ad hoc questa estate, e a Davos Rutte ha promesso per noi che lo faremo ancor di più). Al quadro va aggiunta la recente scelta dei leader europei di garantire un supporto finanziario immediato da 90 miliardi per l’Ucraina (di cui una parte andrà ad armi Usa) pur sapendo che di fatto l’Ucraina non potrà restituire il prestito, e scegliendo (i leader Meloni inclusa) di non mobilitare a tale fine gli asset russi. 

© Riproduzione riservata