La democrazia è messa duramente alla prova. Ovunque. L’avanzata delle destre nazionaliste, il consolidarsi di dinamiche autoritarie che asfissiano il dissenso e sviliscono i parlamenti, il crescente ricorso alla guerra e alla forza nei rapporti internazionali, generano allarme e alimentano distopie. La risposta è possibile, una quasi-strategia per rigenerare la democrazia è alla portata. Ma solo se riprendiamo il filo della storia e comprendiamo le ragioni che ci hanno portato fin qui. Questo è lo schema che proponiamo, raccogliendo in un copione, secondo il nostro “metodo comunitario”, i pensieri straordinariamente convergenti che nello scorso gennaio si sono confrontati durante il convegno “Democrazia alla prova” al Palazzo Ducale di Genova.

Le forme autoritarie del presente usano i meccanismi di una democrazia parzialmente svuotata nel sentire comune e nelle tutele pubbliche in un nuovo scambio tra diritti e “sicurezza”. Poi immediatamente tradito dall’impoverimento, dall’impennata delle diseguaglianze, dalle guerre. In un’emergenza continua che è l’altra faccia della società individualizzata. Ed è per questo che la democrazia continua a essere decisiva: non come guscio procedurale da conservare, ma come unica forma politica in cui protezione, riconoscimento e conflitto possano diventare diritti, limiti al potere e possibilità di correzione pubblica degli errori. Ma questo è il punto. L’autoritarismo è avanzato e avanza perché la democrazia ha tradito le sue promesse. Non ha prodotto per centinaia di milioni di persone uguaglianza, libertà dal dominio, peso nelle decisioni pubbliche. È stata erosa lentamente dall’egemonia culturale del neoliberismo che ha raggiunto ogni formazione politica e che non ha avuto risposta nella sua sfida primaria: la tensione fra democrazia e capitalismo. È su questa base, e certo non soltanto sull’instabilità propria di ogni autoritarismo, che il campo può riaprirsi. Può farlo anche perché esistono nel nostro paese – dispersi, indeboliti, non ancora capaci di farsi sistema, ma di gran valore – materiali democratici, sociali e istituzionali da cui ripartire.

La prima leva su cui fondare una strategia per rigenerare la democrazia è la visione di un futuro migliore. Non perché, da sola, possa precedere gerarchicamente tutto il resto, ma perché senza una visione capace di rendere nuovamente desiderabile la democrazia non vi è proposta concreta né organizzazione che possa davvero incidere e reggere nel tempo. Rigenerare la democrazia non vuol dire soltanto correggere singole ingiustizie o difendere spazi specifici di libertà: vuol dire riaprire, dentro il presente, un orizzonte di vita comune più giusto, più libero, più pacifico, più degno. Immaginiamo anziani che vivono in palazzi, quartieri o villaggi dotati di servizi, dove la cura è in larga misura reciproca e torna centrale, e reciprocamente vivificante, il rapporto con le nuove generazioni. Oppure donne le cui scelte di lavoro e di procreazione sono rese più libere dalla cura, pubblica e collettiva. O, ancora, giovani che vedono la loro voce pesare nel disegno delle città, delle università, degli spazi collettivi. Sono scenari possibili che possono prendere il posto delle attuali distopie, infiltrandosi nel senso comune prevalente e mettendolo in discussione.

E poi bisogna che la democrazia mostri con concretezza e in modo convincente come realizzare queste visioni, come migliorare la vita materiale delle persone. La seconda leva consiste allora nel mettere sul tavolo proposte comprensibili e verificabili. Chiediamo un sistema di sanità pubblica universale non consegnata al mercato e al censo? E allora ci vogliono misure nazionali puntuali e finanziariamente coperte e un’agenzia pubblica sovranazionale alternativa a Big Pharma per la ricerca e lo sviluppo di farmaci e vaccini salvavita. Parliamo di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo delle nuove generazioni? E allora ci vogliono una politica che renda sistemiche le “comunità educanti”, strumento decisivo per liberare il successo formativo dalla provenienza sociale e per ricostruire socialità, e una dote universale per ogni diciottenne, con una copertura che redistribuisca una parte dei lasciti ereditari. Un'eredità che riconosca responsabilità ai e alle giovani e che sia accompagnata da una preparazione nelle comunità. Sono solo due esempi. Fra i molti che facciamo e che esistono. Concreti. Ci si confronti. Si discuta nelle stanze e nelle piazze. E poi si scelga.

La terza leva serve a far camminare visione e proposte: un ecosistema organizzativo con la forza necessaria a portarle nel confronto e conflitto democratico. Non una forma sola, ma un sistema di organizzazioni diverse, capace di aprire il possibile, radicare il cambiamento e tradurlo nelle istituzioni. Nel trentennio postbellico, a consentire le trasformazioni sociali che hanno riempito di contenuto la democrazia hanno concorso movimenti, sindacati, associazioni di cittadinanza, cooperazione e partiti. Non è stata una singola forma da sola a produrre quei risultati ma la loro combinazione, fatta di attriti e dialogo, conflitti e collaborazione. Anche oggi la consapevolezza del ruolo della politica non manca. Ma va ricostruita la fiducia che valga la pena impegnarsi in essa.

Per rigenerare la democrazia, abbiamo detto, bisogna riprendere il filo della storia. È così che queste tre leve devono radicarsi su altrettanti solidi pilastri. Li abbiamo chiamati “capisaldi” e corrono lungo le principali faglie che hanno scosso ed eroso la democrazia. Il primo è la Costituzione, intesa come base valoriale e simbolica, che ci offre un impianto concettuale capace di indirizzarci nell’affrontare i problemi attuali. Il secondo è lo Stato. Solo un controllo sociale dell’economia, realizzabile in forme molteplici attraverso l’azione pubblica, consente di governare il capitalismo e di rendere possibili quella giustizia sociale e quella libertà sostanziale che la democrazia promette. La destra ha il coraggio di dichiarare che dello Stato vuole impadronirsi. La sinistra deve avere il coraggio di dire che vuole uno Stato più grande, più efficiente e più democratico. Non la nostalgia dello “Stato del trentennio glorioso”, ma uno Stato di questo secolo, radicato nella società, capace di portare nelle pubbliche decisioni, luogo per luogo, il sapere della cittadinanza e del lavoro. Grazie al terzo caposaldo: un confronto democratico acceso e informato che si avvalga della tecnologia della nostra epoca. E a questo confronto, intanto, sottoponiamo le idee che abbiamo raccolto.

*Autori del libro “Democrazia alla prova. Dalle promesse tradite a un riscatto possibile” (Feltrinelli) in uscita il 6 ottobre

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