Che senso ha fondare il Partito democratico in un momento in cui sono in crisi i partiti e la democrazia? La domanda arriva da un ottobre di venti anni fa. Il 6 e il 7 ottobre 2006 si riunirono in seminario a Orvieto i dirigenti dei partiti che si preparavano a dare vita al Partito democratico, esponenti della società civile, intellettuali. La relazione fu affidata allo storico Pietro Scoppola, fu uno dei suoi ultimi interventi, un lascito politico e spirituale. Faceva un gran freddo, i convenuti scendevano le scale del Palazzo del Popolo chiusi nei cappotti per proteggersi dal vento.

«La democrazia è in crisi, è spesso schiava degli interessi costituiti, degli interessi forti, più che interprete delle speranze dei deboli. È in crisi anche la democrazia americana: il suo disagio è evidente e sintomatico», prevedeva Scoppola. E concludeva: «Crisi di identità e questione democratica, determinismo e libertà, paura e speranza di futuro, solitudine e amicizia, sono alcune dicotomie su cui un partito nuovo dovrebbe costruire la sua identità e il suo progetto».

Alcune parole sono inevitabilmente legate a venti anni fa, altre sono di attualità, oggi che il Pd si trova di fronte a un altro tornante delicato della sua storia. L’assemblea di oggi a Roma è chiamata a fare qualcosa di più di un rinvio del congresso. Ha il compito di lanciare un progetto per il paese. Elly Schlein ha detto che sono venti anni che il Pd perde perché spostato al centro e ha ragione: l’ultima vittoria risale a Romano Prodi, nel 2006, il Pd non era ancora nato.

Nei vent’anni successivi il Pd si è accontentato di partecipare a governi di ogni colore, spesso da comprimario, lucrando sulla rendita di posizione di partito istituzionale, partito delle istituzioni, ma più ancora partito nelle istituzioni: nello Stato, nel parastato, nel governo e nel sottogoverno. Un partito presente nel Palazzo e assente nella società. Schlein si è posta fin dall’inizio l’obiettivo di invertire questa situazione, la ricucitura con mondi abbandonati, il lavoro, la scuola, le associazioni, i giovani, assumendosi tutti i rischi e le difficoltà che questo comporta. Forse per questo è così avversata nei salotti che erano abituati a mettere il dem di turno ben in vista sul comò.

Intanto in questi venti anni la questione democratica si è aggravata. La tentazione autoritaria avanza alla Casa Bianca e nell’Europa stritolata da Putin che non riuscirà a conquistare l’Ucraina ma alimenta le fratture e avvelena il gioco democratico in tutto il continente («Più che costruire egemonie, organizza coalizioni di veto», ha scritto Francesco Strazzari sul Manifesto, 27 settembre). Le estreme destre minacciano di prendersi i principali paesi, Spagna, Francia, Germania. In Italia il governo Meloni ha diviso la società in buoni e cattivi, ha cercato ovunque capri espiatori, i magistrati e i giornalisti, i professori e gli studenti, gli operai, i poveri cristi rinchiusi in carcere e nei Cpr. Ora si trova davanti a una polveriera sociale che alimenta ma che non sa controllare. E dà una risposta, la legge elettorale, nel senso della verticalizzazione del potere, l’accentramento dei poteri su una sola persona, la premier.

la questione democratica

Per questo bisogna tornare alla questione democratica, come ha chiesto ieri la manifestazione della Via Maestra a Roma, con la Cgil e le associazioni, provocando almeno ieri una immagine di unità tra i partiti del centrosinistra. Da settimane, invece, una campagna asfissiante contro il centrosinistra produce l’immagine del caos (per poi concludere che, figuriamoci, è meglio tenersi il governo che c’è).

La sfiducia dei commentatori alimenta la caduta nei sondaggi che scatena la depressione degli elettori. È il circolo vizioso cui si aggiunge la tentazione di saltare le primarie e affidare la candidatura a premier a un terzo nome fuori dagli attuali dirigenti. Una leadership modello influencer, prodotta da un laboratorio mediatico, oppure una figura di bandiera.

Ma con i competitori che scendono in campo senza capitano della squadra o lasciando negli spogliatoi all’ultimo minuto i leader dei principali partiti mezza campagna elettorale di Meloni sarebbe già fatta. Eppure la strada per uscirne c’è, è quella più semplice e democratica che tiene insieme leadership e popolo. Il nome rappresenta la conclusione di un percorso collettivo che coinvolge tutti, per questo è legittimato a portare al voto una proposta di governo per il paese.

Sullo sfondo si legge la voglia di far saltare la coalizione di centrosinistra, tornare al 2022, con l’illusione che anche la destra fallisca quota 42 per cento e il risultato sia un Parlamento proporzionale, con i partiti che avrebbero mano libera nelle alleanze. Può piacere a quei direttori di giornale che da posizioni opposte lucrano sullo sfascio. Ma l’effetto sarebbe una nuova rottura che consegnerebbe ancora la maggioranza alla destra e la mortificazione dell’elettorato. Così si torna al punto di partenza. Nel momento più alto della crisi democratica, in Europa e in Italia, tocca al partito che di democratico porta il nome ed è l’erede delle culture che hanno scritto la Costituzione riportare la sfida alla sua dimensione reale. L’identità e il progetto, mai così necessari.

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