Per tentare di limitare il caos nelle regioni di partenza dei migranti occorrerebbe un’Europa-potenza dotata di una strategia, e disponibile a mettere in campo non solo la diplomazia ma anche strumenti militari
Del migliaio di migranti affogati davanti alle nostre coste nelle ultime settimane non sarebbe impossibile conoscere nomi, storie, affetti, aspirazioni – le informazioni minime che riteniamo dovute all’opinione pubblica circa gli italiani che muoiono in circostanze tragiche.
Ma finché quegli stranieri poveri e non bianchi resteranno ectoplasmi anonimi, appartenenti alla generica categoria dei “disperati” inventata dal paternalismo dei giornali-radio, non correremo il rischio di scoprire che cercavano scampo da una trappola che abbiamo contribuito a costruire.
Funziona così: finanziamo il malmesso regime tunisino perché impedisca le partenze di migranti; il regime malmesso si affida ad una polizia fin troppo solerte; e la solerte polizia rastrella migranti (in genere neri, dunque facilmente rintracciabili) che poi scarica nei deserti oltrefrontiera, vende a milizie libiche, o, se proprio va bene, rimpatria a forza in varie parti dell’Africa, spesso implacabili con i nullatenenti. Così anche mari rabbiosi e piogge sferzanti possono apparire il rischio minore.
Due opzioni
Tutto questo ci mette davanti a un’alternativa: o si accetta la soluzione infame di fatto praticata – lasciar crepare in vario modo migliaia di migranti, affinché i sopravvissuti rinuncino – oppure si comincia a ragionare intorno ad alternative inusitate. A giudicare da pubblicazioni cattoliche come Avvenire, outsider come Fanpage o Domani, e programmi radio come Tutta la città ne parla, non tutti accettano il mediocre fatalismo col quale molta politica e molto giornalismo hanno archiviato in poche ore quei mille morti. Ma i dissenzienti scontano l’esilità delle loro proposte. Certo, si potrebbero attivare “canali umanitari”: ma seppure si riuscisse a convincere la Ue, le masse che cercano scampo dalle guerre di un’Africa in subbuglio sono già ora imponenti.
Occorre altro. Una proposta concreta – coinvolgere la Corte penale internazionale (Icc) – la abbozza Luca Casarini della ong Mediterranea nella conversazione con Matilde Moro su Domani. Idea tanto più affilata se si considerano le intenzioni attribuite da vari media al governo italiano: coinvolgere nel cosiddetto Piano Mattei, volto a chiudere le rotte dei migranti, anche il più notorio assassino libico, il generale Haftar, col quale Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi hanno già intessuto proficui e amichevoli colloqui. Ma anche se la Corte riuscisse a mettere limiti all’outsourcing della ferocia, non potrebbe certo risolvere la crisi di un’Africa che implode in un moltiplicarsi di milizie, di stati falliti, di secessionismi sponsorizzati da medie potenze non europee.
Piccoli imperialismi, piccoli neocolonialismi ora rimpiazzano un’Europa che ripiega alla spicciolata, cercando di salvare affari e petrolio. Tutto questo produce, e sempre più produrrà, enormi flussi migratori, instabilità esplosive e reazioni favorevoli all’Islam guerriero. Per placare queste febbri diventa fondamentale costruire isole di pace e consolidare nel continente democrazie sperimentali.
Un test cruciale è la Libia, scatolone di sabbia e di guai che però custodisce i più grandi depositi di idrocarburi dell’Africa. Se sfruttati onestamente, sufficienti a finanziare la ricostruzione del paese e ad assorbire come manodopera grandi masse di lavoratori stranieri. L’Unione europea avrebbe tutto l’interesse a impegnarsi in un progetto del genere: chiuso il rubinetto del gas russo, ora importa dagli Usa il 45 per cento del suo fabbisogno di gnl. Lo paga più del gas russo (perché incide il trasporto) ed è esposta a possibili ricatti del Grande Estorsore, Donald Trump.
L’Europa e la strategia
Per rimettere in piedi la Libia dopo la guerra lanciata dalla Nato nel 2011 l’Onu ha tentato invano di organizzare libere elezioni, un’illusione che tuttora permane malgrado nel frattempo il paese sia stato spezzato. A ovest il governo di Tripoli, protetto e ricattato dalle milizie che paga.
A est la dittatura del generale Haftar; e con Haftar Mosca, che lancia i suoi Africa Corps dalle cinque basi che ha installato in Libia; e gli Emirati arabi, che riforniscono via Bengasi la più crudele milizia africana, Rapid Support Forces, impegnata a sterminare popolazioni indocili nel Darfur per strapparlo al Sudan, a sua volta governato da un regime versato nella ferocia. Altri protagonisti della mischia libica: Turchia, Egitto, Arabia Saudita. Infine Francia e Italia, nanerottoli rivali, entrambi inclini a compromettersi con i peggiori.
Per tentare di limitare questo caos maleodorante occorrerebbe un’Europa-potenza dotata di una strategia, e disponibile a mettere in campo non solo la diplomazia ma anche strumenti militari, magari in appoggio ad una forza multinazionale panafricana che liberi almeno parte dei libici dal giogo delle milizie. Questo ipotetico scenario pare però lontanissimo dalle prospettive del governo italiano. Che semmai pare affidarsi al consuocero di Trump apparso di recente in Libia, Massad Boulos, cui sembrano premere soprattutto gli affari (anche con Haftar, prontamente visitato).
Boulos non sarà di alcun aiuto alla politica estera italiana, se si può chiamar così quel barcamenarsi. Ma ove mai qualcuno a Washington fosse interessato, potrà confermare che anche in Libia resteremo allineati al confuso agitarsi dell’amministrazione americana.
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