Altro che ingresso nella Terza Repubblica: la nuova legge elettorale che il centrodestra si è approvato con la fiducia, rischia di allargare la crisi di rappresentanza in atto in Italia, una delle priorità che la politica dovrebbe affrontare. Esaminare la principale riforma del governo Meloni attraverso lenti femministe aiuta a comprenderne meglio la portata.

Nel nostro Paese l’affluenza alle urne, indicatore di partecipazione, è in continuo calo. Alle amministrative di maggio-giugno 2026 ha votato in media il 52% degli elettori, otto punti in meno rispetto alla precedente tornata. Alle regionali del novembre 2025, in Veneto, Campania e Puglia, l’affluenza media si è fermata al 43,6%, mentre alle europee del 2024, con il 49,69%, si era scesi per la prima volta sotto la soglia simbolica del 50%. Il campanello d’allarme aveva già suonato alle politiche del 2022, quando si era recato alle urne appena il 63,91% degli aventi diritto: il minimo storico italiano.

Sappiamo che l’astensionismo colpisce soprattutto le donne, in particolare al Sud, sebbene costituiscano il 51,7% del corpo elettorale potenziale. Le indagini Istat hanno chiarito che sul disinteresse femminile per la politica pesano la percezione di distanza, anche nel linguaggio, e la sfiducia, insieme a fattori come la minore partecipazione al mondo del lavoro e i maggiori carichi familiari. La sfera pubblica e la politica, dove è più forte l’asimmetria di potere tra uomini e donne tipica della società patriarcale, vengono percepite per ciò che sono: a prevalenza maschile e costruite su modelli maschili.

Si potrà obiettare che l’astensionismo non riguarda soltanto le donne né soltanto l’Italia e che è una tendenza costante dagli anni Settanta. Vero. Ma approvare una legge elettorale che rischia di escludere le donne dal Parlamento e di allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica va nella direzione opposta rispetto a ciò che servirebbe per riavvicinare l’elettorato, soprattutto quello femminile. Che a volerla sia stata la prima donna premier è un paradosso che misura la distanza tra Meloni e una leadership femminista, ciò di cui l’Italia avrebbe bisogno per colmare il divario di genere e diventare una democrazia realmente paritaria.

Con le quote antidiscriminatorie previste dal Rosatellum è entrato in Parlamento il 33% delle donne. Il “Melonellum” cancella quella norma: prevede capilista bloccati senza l’obbligo che siano donne, con l’alternanza soltanto del secondo nome in lista e nel listino del premio destinato alla coalizione vincente. Eppure sappiamo che quasi tutti i partiti, a eccezione di Pd e FdI, eleggeranno nei collegi soltanto i capilista.

A rendere il quadro ancora più problematico è il combinato disposto di preferenze, premi di maggioranza nazionali per le due Camere, norme che includono il partito miglior perdente della coalizione ed escludono gli altri, e una soglia alta per la raccolta delle firme. Ne risulteranno una scheda elettorale complessa e una competizione in cui la possibilità per gli elettori di controllare gli effetti del proprio voto si riduce drasticamente. È per questo che l’abbiamo chiamata “legge truffa”.

E fanno sorridere gli appelli delle esponenti del centrodestra perché siano i partiti, in autonomia, a candidare le donne. Sappiamo già quanto sarà difficile e che succederà soprattutto nel Pd: una donna in più in lista significa un uomo in meno, perché il potere si appiccica alle mani di chi già lo detiene. Le quote saranno necessarie finché la rappresentanza non diventerà paritaria. Escludere le donne dal Parlamento non è dunque soltanto una questione femminile, ma una questione democratica.

Per tentare di vincere a tutti i costi le prossime elezioni, la prima donna presidente del Consiglio ha cucito addosso alla sua maggioranza un abito sartoriale. Lo ha fatto con spregiudicatezza. Vedremo come si esprimerà la Consulta sui diversi aspetti critici rispetto alle norme costituzionali. Ma lo ha fatto, da donna, sulla pelle delle donne, e questo non è certo un trascurabile danno collaterale.

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