Da maggio 2025 il ministro Giuseppe Valditara ha lanciato il progetto di un marchio istituzionale destinato a promuovere e commercializzare i prodotti realizzati negli istituti agrari e alberghieri italiani. Il dicastero vende beni prodotti da minorenni, senza alcun compenso. La loro prestazione lavorativa è interamente assorbita dall’istituzione scolastica, che a sua volta la trasferisce, con il nuovo marchio ministeriale, a una rete commerciale di primaria grandezza
Una bottiglia di Barolo sullo scaffale di uno shop all’aeroporto di Fiumicino: costa una cifra ragionevole, ha un’etichetta sobria e dignitosa, e sopra ci sono tre lettere di un marchio poco noto, Mim. Perché non comprarla? Non è il nome di un produttore, non è una cantina privata, non è nemmeno una cooperativa. È il brand del ministero dell’Istruzione e del Merito. Quel vino l’hanno fatto degli studenti.
Da maggio 2025 il ministro Giuseppe Valditara ha lanciato il progetto Made in Mim, un marchio istituzionale destinato a promuovere e commercializzare i prodotti realizzati negli istituti agrari e alberghieri italiani. Vino, olio extravergine, miele, confetture, formaggi, pasta, birra artigianale, prodotti cosmetici naturali. «Sostenere il Made in Italy significa anche sviluppare professionalità tecniche e competenze strategiche per affrontare le sfide dei nuovi mercati», ha detto il ministro in un video in occasione della giornata nazionale del Made in Italy.
Un primo catalogo ufficiale conta già 77 articoli selezionati da 22 scuole. I canali di distribuzione sono di tutto rispetto, di non facile accesso per qualunque fornitore: Aeroporti di Roma e Lagardère Travel Retail per gli scali, i mercati di Campagna Amica e Coldiretti per la grande distribuzione, Federdistribuzione e Sogemi per i mercati agroalimentari di Milano.
Il valore reale
La settimana scorsa il ministero ha partecipato al Vinitaly con un’area dedicata, tra degustazioni e laboratori. Una presenza da player del settore più che da istituzione scolastica. L’iniziativa, come spesso capita nella comunicazione del ministero Valditara, è stata presentata come una rivoluzione. «Vogliamo che questi prodotti siano conosciuti dal grande pubblico e anche all’estero», ha dichiarato Valditara. «Il nostro obiettivo è far affluire risorse significative nelle scuole, trasformando i frutti della didattica in valore reale». Parole che certo suonano bene. Ma vale la pena chiedersi: valore reale per chi?
La risposta è nella normativa che regola le aziende agrarie annesse agli istituti scolastici. Il decreto ministeriale 129 del 2018 stabilisce che le entrate derivanti dalla gestione dell’azienda agraria sono riversate sul conto dell’istituzione scolastica. I ricavi coprono i costi di produzione. Gli eventuali utili vengono accantonati in un fondo destinato «prioritariamente alla copertura di eventuali perdite di gestione e in subordine al miglioramento e incremento delle attrezzature didattiche». Non c’è, in nessun passaggio, alcuna previsione di compenso per gli studenti che hanno lavorato.
Bisogna fermarsi su questo punto. Negli istituti agrari, la produzione non è un’attività accessoria o marginale. È il cuore della formazione. Gli studenti coltivano i campi, gestiscono le vigne, raccolgono le olive, vinificano, caseificano, trasformano. Non in modo simbolico: si tratta di lavoro vero, fisicamente impegnativo, tecnicamente qualificato, che produce beni reali destinati al mercato. Un Barolo della Scuola Enologica di Alba o un Chianti Colli Senesi dell’Istituto Ricasoli di Siena non sono prodotti su cui lavorare didatticamente per poi buttarli: ora sono bottiglie che finiscono in vendita in aeroporto, con prezzi di mercato.
Eppure questi ragazzi non vedono un euro da quello che producono. La loro prestazione lavorativa è interamente assorbita dall’istituzione scolastica, che a sua volta la trasferisce, con il nuovo marchio ministeriale, a una rete commerciale di primaria grandezza. Il ministero si fa imprenditore, con la manodopera fornita gratuitamente dagli studenti in nome della formazione. O non è così?
Lavoro non pagato
Il Made in Mim, nelle dichiarazioni ufficiali, si presenta come un atto di valorizzazione: valorizzazione del lavoro degli studenti, valorizzazione del patrimonio scolastico, valorizzazione del Made in Italy. Ma la valorizzazione, nel lessico ministeriale, non include mai il compenso. Valorizzare significa mettere in mostra, dare visibilità, inserire in un circuito commerciale prestigioso. Non significa riconoscere economicamente il contributo di chi ha prodotto.
Questa valorizzazione dovrebbe avere un nome preciso: lavoro non pagato presentato come opportunità formativa. Il meccanismo sembra lo stesso di alcuni progetti dell’alternanza scuola-lavoro, dove i ragazzi prestano il proprio tempo alle aziende in cambio di “esperienza”, leggi: zero soldi. Qui però c’è qualcosa di più: i prodotti del lavoro degli studenti non restano nella scuola, non vengono donati, non sono consumati internamente. Il ministero non vende beni propri: vende beni prodotti da minorenni (nella grande maggioranza dei casi) in orario scolastico, senza corrispondere loro alcun compenso.
Ci sono molte domande che potrebbero essere rivolte al ministero: gli studenti che producono quelle bottiglie hanno scelto in qualche modo questo genere di filiera? Perché il ministero non destina una quota dei ricavi direttamente agli studenti che hanno prodotto quei beni? Perché non creare borse di studio, un fondo per le spese scolastiche, un rimborso almeno simbolico? Non sarebbe didatticamente significativo, forse persino più formativo di un attestato al merito, far capire a un diciassettenne che il suo lavoro ha un valore economico reale, che viene riconosciuto, e quindi viene retribuito?
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