Per il ministro dell’Istruzione Valditara la scuola pubblica dovrebbe andare verso un coinvolgimento dei privati nel finanziamento e nella gestione dei servizi. La proposta ha scatenato le proteste di chi contrasta ormai da molti anni il processo di aziendalizzazione della scuola. Abbiamo chiesto ai nostri lettori cosa ne pensano
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«Dobbiamo andare sempre più verso un coinvolgimento dei privati che finanzino la scuola pubblica», ha affermato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara lo scorso 12 febbraio durante un convegno dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance). «Penso a un privato che gestisce tutti i servizi della scuola per un periodo lungo, tipo 20 anni, con un contributo del pubblico che sia minoritario», ha aggiunto il ministro. «È una strada che fa collaborare pubblico e privato per l'interesse dei nostri giovani, per l'interesse dell'intero paese».
Una proposta che si colloca in un processo già avviato da diversi anni - quello della privatizzazione della scuola pubblica - contestato da sindacati della conoscenza e, spesso, dagli stessi studenti e studentesse nelle piazze. Questo ingresso a gamba tesa dei privati, però, potrebbe segnare un punto di non ritorno. «Quello che afferma il ministro è gravissimo. Gli andrebbe ricordato che scuola e sanità non sono servizi come altri», ha sottolineato la segretaria della Flc Cgil, Gianna Fracassi. «Non stiamo parlando di autostrade, parcheggi o impianti sportivi. Sono diritti costituzionali e la loro funzione non è produrre profitto, ma garantire l’uguaglianza». Questo progetto sarà affidato a un gruppo di lavoro al ministero che Valditara, ha precisato, intende aprire al più presto.
Nella nostra newsletter sulla scuola, Tempo Pieno, abbiamo chiesto ai nostri lettori e alle nostre lettrici se pensano che coinvolgere ancora di più i privati a scuola possa essere la strada da seguire, come sostiene il ministro dell’Istruzione. Ecco cosa ci hanno risposto.
L’istruzione non può che essere pubblica
La maggioranza assoluta di lettori e lettrici che hanno risposto al sondaggio sono convinti che la scuola debba necessariamente rimanere pubblica, evitando il più possibile le ingerenze di privati che cambiano la natura del servizio pubblico. Anche se, come sottolinea un lettore, «i privati sono già al suo interno in altre forme. E gli effetti si vedono...».
La proposta nasconde un’incapacità di gestione di fondo, afferma un altro utente: «Privatizzare in nome di una presunta maggior efficienza è il mantra dei politici incapaci e incompetenti che ci governano», afferma un lettore. «Non essendo capaci di progettare e organizzare meglio la pubblica amministrazione e i servizi pubblici vogliono delegare ai privati, che però hanno come obiettivo principale il guadagno».
Ma anche una scusa per appaltare anche le responsabilità dello stato in cui versa la scuola, delegandone la gestione ad altri: «Certo che se poi non funziona è più facile scaricare le colpe», aggiunge un altro utente.
Il rischio di aumentare le diseguaglianze
Un’altra parte dei lettori e delle lettrici solleva la questione del rischio di allargare la forbice delle diseguaglianze, con il rischio di aumento della marginalizzazione. «Basta guardare il funzionamento delle università (pubbliche), che hanno livelli di finanziamento a decrescere mano a mano che si scende verso sud. Figuriamoci cosa potrebbe accadere per le scuole che mediamente sono in condizioni non paritarie tra nord e sud», ha affermato un utente.
Un altro lettore aggiunge: «La scuola privata non tiene conto delle disuguaglianze e non le utilizza come stimolo di conoscenza. La società diventerebbe sempre più ingiusta e con gravi disuguaglianze e con costi sociali alti».
Privati sì, ma a condizioni rigide
Una parte molto ridotta delle persone che hanno risposto al sondaggio contempla l’idea che i privati possano entrare ancora di più a scuola, ma a patto che le condizioni siano molto rigide, ovvero solo per infrastrutture e servizi non didattici, con gare trasparenti, clausole sociali e possibilità di rescindere i contratti se la collaborazione non funziona.
Condizioni necessarie perché «introdurre i privati nella scuola significherebbe dare un controllo sul suo funzionamento», ha osservato un lettore.
Gli altri sondaggi
Nell’ultimo sondaggio abbiamo chiesto ai nostri lettori e alle nostre lettrici se il caso dell’autoesclusione del comico Andrea Pucci dal Festival di Sanremo possa essere inquadrato come censura oppure si tratti di critica legittima. Secondo la maggior parte di loro il dissenso espresso sui social nei confronti della sua comicità non si può considerare come censura, che per definizione parte dall’alto.
Nel sondaggio precedente abbiamo chiesto ai nostri lettori e alle nostre lettrici se andrebbe garantita una maggiore libertà di azione a polizia e carabinieri. Buona parte di loro crede che rischio sarebbe quello di un aumento degli abusi e di limitare il diritto al dissenso.
Prima ancora abbiamo chiesto ai nostri lettori e alle nostre lettrici se fosse giusto riorganizzare il calendario scolastico a favore del turismo. La maggior parte sostiene che il calendario debba rispondere alle necessità della didattica e ai bisogni educativi degli studenti, senza piegarsi al servizio del mercato.
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