Distributori di gel sanificante vuoti, starnuti nel gomito estinti e saluti con il pugno ricollocati nella prossemica del cringe. Nonostante la scelta universale di nominare il meno possibile tutto ciò che ha a che fare con la pandemia, qualche flashback dal passato ritorna.

In Italia sotto forma di commissione d’inchiesta parlamentare sulla gestione del Covid, davanti alla quale negli scorsi giorni ha parlato Domenico Arcuri, riproponendo un reperto di archeologia pandemica, le «famigerate mascherine cinesi». Negli Stati Uniti invece in uno scontro molto duro e dai toni non sempre pacati – strano, di questi tempi non succede mai – che vede protagonista il volto della razionalità nella lotta al Coronavirus, il dottor Anthony Fauci, e una commissione del Senato guidata dal suo arcinemico, Rand Paul.

«On the advice of counsel, I respectfully decline to answer based upon my rights under the Fifth Amendment to the Constitution», ha ripetuto l’immunologo, noto soprattutto per la sua ricerca sull’Aids, che da decenni ricopre il ruolo di consulente per il governo Usa. Lo ha detto più di cento volte, persino alla domanda sul colore della sua cravatta, rischiando l’oltraggio al Congresso.

Non è certo una questione semplice, quella che coinvolge il medico e le accuse a lui rivolte, considerate le implicazioni scientifiche, etiche e politiche di quel periodo che comprensibilmente tendiamo a voler rimuovere.

Ma quando nel mezzo di un processo che riguarda più di un milione di morti dall’altra parte c’è un presidente che sul suo social creato a misura di ripicche paragona la credibilità di uno scienziato di fama mondiale al suo non saper tirare una palla da baseball, come ha fatto Trump su Truth, il silenzio di Fauci più che un appello al Quinto Emendamento sembra una filosofia di vita. E forse anche un modello a cui ogni tanto può giovare ispirarsi.

Le puntate precedenti di “Nel paese delle meraviglie”

 

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