Il dibattito era logoro prima ancora di cominciare. Non perché discutere di classici sia noioso: siamo tutti stati a turno quelli che alzavano la manina a mo’ di secchione per dire «il libro è meglio del film».

È un discorso soporifero perché era chiaro come sarebbe andata prima ancora che cominciasse. Il conto alla rovescia al momento in cui Elon Musk, o qualche altro illustre epigono esperto di questione omerica – Ben Shapiro sarà più analitico o più unitario? –, avrebbe annunciato una versione dell’Odissea interamente prodotta da Grok e ripulita dalle macchie del progressismo era partito da tempo. Ora che abbiamo avuto la conferma di questa operazione Make Elena White Again possiamo tirare un sospiro di sollievo (o fare uno sbadiglio).

Argomentazione stagnante

Ed è un’argomentazione stagnante, quella dell’accuratezza storica negli adattamenti che prevale a tutti i costi sulla effettiva riuscita dell’opera in sé, cosa che vale per Christopher Nolan e per qualunque altra trasposizione, perché basterebbe essersi informati quel tanto che serve a dirsi incuriositi dalla cultura antica per scoprire che il passato si regge in gran parte sugli anacronismi.

Il professore ordinario di letteratura greca Giorgio Ieranò, per esempio, ha dedicato un saggio intero al cortocircuito tra mito e realtà nella tragedia greca, Atene in scena (Einaudi). «L’Iliade, così come l’Odissea, l’intera opera dei tragici e tutto quello che ci è rimasto di vera poesia vivono e respirano solo negli anacronismi» scriveva Goethe, mentre per Aristotele il poeta differisce dallo storico perché non si limita a raccontare ciò che è effettivamente accaduto, ma anche ciò che potrebbe accadere.

Sono sufficienti le parole di due degli autori più centrali del canone occidentale a tranquillizzare i piagnucoloni di X che sentono la loro identità bianca minacciata dal cast di un kolossal, o sono troppo woke pure Goethe e Aristotele?

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