Il ministro degli Estreri ha cercato di giustificare la partecipazione dell’Italia al comitato d’affari – ancorché nella veste “osservatori” – argomentando che l’Italia non può disertare un organismo ove si «decide» la pace in Palestina. Un’acrobazia retorica spericolata
Antonio Tajani, in nome e per conto del governo di cui è (distratto o disadattato?) vicepremier, si candida a contendere a Vannacci il motto “il mondo al contrario”. Nelle comunicazioni al parlamento relative al Board of peace per Gaza, acrobaticamente, è riuscito letteralmente a rovesciare il senso dell’art. 11 (nonché dell’art. 10) della Costituzione sostenendo che esso, anziché inibire la partecipazione dell’Italia a una organizzazione internazionale palesemente non su base di parità con altri Stati, all’opposto ci autorizzerebbe o addirittura ci prescriverebbe di parteciparvi.
Ricorrendo all’ipocrita escamotage della nostra veste di “osservatori”. Per poi, due volte, contraddittoriamente, aggiungere che l’Italia non può disertare un organismo ove si «decide» la pace in Palestina. Primo: se così fosse più coerente sarebbe aderirvi organicamente, non come meri osservatori, che non co-decidono. Con il solo effetto di legittimare un consesso il cui statuto e la cui composizione sono l’esatto opposto delle organizzazioni multilaterali paritarie e che, nei voti del suo dominus assoluto, rimpiazzerebbe addirittura l’Onu.
Secondo: davvero si può sostenere, come fa Tajani, che, dal suo annuncio, il suddetto Board ha conseguito gli ambiziosi obiettivi annunciati della pace a Gaza e in Palestina? Con i seicento morti seguiti alla tregua e le reiterate violenze nonché l’estensione delle colonie in Cisgiordania autorizzate da governo Netanyahu?
Sembra che solo i nostri governanti non avvertano le contraddizioni che circondano la creatura trumpiana e le ombre affaristico-immobiliari a suo tempo evocate dal noto, osceno video che suscitò indignazione nel mondo intero. Al punto da consentire a Musk di ironizzare sull’assonanza in lingua inglese tra “peace” (pace) e “piece” (come ragione sociale del Board) intesa come “pezzo” di territorio nelle mire proprietarie di Trump: la Palestina come la Groenlandia.
Una punta di imbarazzo Tajani l’ha tradita quando ha scorso l’elenco dei paesi aderenti. Una compagnia affollata di autocrati e di dittatori nella quale si segnalava semmai l’assenza dei principali paesi europei, con l’eccezione di Ungheria, Bulgaria, Cipro. E la dissociazione del Vaticano, che è difficile ascrivere a una insensibilità per la pace in Terra santa.
Del resto, erano di poche ore precedenti la solitaria diserzione di Meloni dal vertice di Monaco, la distanza fisica e politica da lei posta dall’Europa, il suo dichiarato dissenso dal cancelliere tedesco che enunciava la frattura tra Trump e l’Europa e il ripudio della cultura Maga. Meritano due ulteriori notazioni: quante volte Tajani ha proclamato che mai egli e il suo partito potrebbero partecipare a un governo non europeista? Il cancelliere Merz non appartiene alla medesima famiglia politica dei popolari europei?
Tra le fake news cui ha dovuto ricorrere Tajani, quella del, cito, «ruolo di primo piano» giocato dal governo italiano sul dossier di Gaza. L’esatto rovesciamento della realtà. Semmai l’Italia, in sede Ue, si è sempre segnalata per la resistenza a sottoscrivere le deliberazioni volte a rivedere i rapporti commerciali privilegiati con Israele e a risolversi nel riconoscere lo Stato palestinese. Buon ultima e ancora subordinandola a condizioni.
Ha ragione Mario Monti: il Board rappresenta la “quintessenza del trumpismo” e la cultura Maga non è materia di discussione circoscritta ai partiti – è la tesi minimalista di Meloni – ma essa forgia i rapporti internazionali. In quanto incorpora nazionalismo, unilateralismo, protezionismo. La solitaria adesione italiana al suddetto Board segna un passo decisivo che scioglie in via definitiva il dilemma in cui molti, troppi compiacenti osservatori si sono cullati ovvero quello di un governo, il nostro, irrisolto tra trumpismo e ancoraggio europeo. Se, in Europa, di assi dobbiamo parlare, sfumato in ventiquattr’ore l’asse italo-tedesco, sempre più se ne profilano due tra loro opposti: quello Bruxelles-Berlino-Parigi-Londra e quello Roma-Budapest.
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