Proviamo a riesaminare l’intervento americano in Venezuela – nei suoi effetti come nelle sue motivazioni – con un po’ più di distacco e freddezza rispetto alla (giustificata) indignazione dei giorni scorsi.

Primo: è stato un vulnus grave, e forse definitivo, alla legalità internazionale? Grave sì, definitivo no. L’operazione più simile a quella condotta dalle forze speciali di Donald Trump a Caracas è stata probabilmente quella eseguita – sempre con successo – da George Bush (padre) contro il generale Noriega a Panama, nel dicembre del 1989.

Altri tempi, certo, ma all’epoca non provocò grandi critiche – neppure in Europa – e, soprattutto, non creò un precedente poi seguito da altri. Oggi la Cina di Xi Jinping non pensa certo a un’operazione del genere contro Taiwan, e anche se decidesse di ricorrere alla forza lo farebbe sulla base di altri criteri.

Per parte sua, poi, la Russia di Vladimir Putin, ha già cercato più volte di liberarsi di Volodymyr Zelensky (e di altri leader ucraini prima di lui). Ma è vero che sia Pechino sia Mosca si preoccupano sempre di legittimare – per quanto artificialmente – le loro azioni di fronte ai governi e alle opinioni pubbliche internazionali: e, in questo senso, il raid americano a Caracas può essere loro di aiuto.

In ogni caso, la “legalità internazionale” non riguarda soltanto gli interventi militari, e perfino in quell’ambito è sopravvissuta – anche in questo secolo – a ben altre crisi. Ma, certo, l’erosione continua.

Russia e Cina

Russia e Cina si stanno inoltre chiedendo – senza forse trovare risposte univoche, come del resto tutti noi – se l’operazione in Venezuela costituisca un segnale di maggiore disponibilità all’uso della forza militare da parte di Trump, almeno rispetto alle aspettative iniziali, ovvero di ripiegamento “geopolitico” sull’emisfero occidentale (le Americhe) a scapito di altre regioni.

Ma hanno comunque poco da celebrare: Mosca ha perso un alleato importante nella regione – con cui aveva appena firmato un trattato di cooperazione bilaterale – e rischia di vedere anche l’altro (Cuba) indebolito dalla fine delle forniture di petrolio venezuelano. Non solo, ma per la seconda volta in pochi mesi (dopo l’Iran nel giugno scorso) le batterie anti-aree di fabbricazione russa sono state rese inutili dal Pentagono – così come i radar forniti dai cinesi. E Mosca e Pechino possono ormai dire addio alle copiose risorse naturali del Venezuela.

Le motivazioni

Se dagli effetti passiamo alle motivazioni, l’intervento americano in Venezuela non è stato certo ispirato – come lo fu invece, almeno in parte, quello del 2003 in Iraq – dall’ideologia “neo-conservatrice”. Nella conferenza stampa tenuta poco dopo il raid notturno a Caracas Trump non ha mai usato la parola “democrazia”, ha apertamente delegittimato la leader dell’opposizione Maria Corina Machado, e ha parlato sì di «transizione» ma in termini molto vaghi, lasciando capire che ai quattro mesi di preparazione del blitz militare non si è accompagnata una riflessione altrettanto seria sul dopo-Maduro – un approccio paragonabile, in questo, a quello di Dick Cheney e Donald Rumsfeld sul dopo-Saddam Hussein.

L’intervento in Venezuela non è stato neppure ispirato dall’ideologia MAGA, che rifugge anzi dall’attivismo internazionale e dagli impegni militari all’estero: in meno di un anno, fra l’altro, Trump ha già fatto più ricorso alla forza militare – fra missili, bombe e droni – di Joe Biden in quattro. E anche la motivazione legata al narcotraffico appare soprattutto una giustificazione giuridica per il mandato ottenuto dal sistema legale americano. Piuttosto, è stato guidato da vecchie fissazioni – già nel 2019 Trump aveva chiesto alla Cia (senza successo) di preparare un’operazione a Caracas – e dall’evidente determinazione di (ri)stabilire l’egemonia di Washington nella sua storica sfera d’influenza regionale.

“Dottrina Donroe”

Si è parlato per questo di una “dottrina Donroe”, con riferimento al quinto presidente (e ultimo fra i “padri fondatori”) James Monroe, che nel 1823 – sul finire delle guerre di indipendenza delle ex colonie ispaniche in America latina – aveva voluto dissuadere le potenze europee dall’interferire negli affari di oltre Atlantico.

Ma già sul finire del 19esimo secolo, all’originale spirito anti-coloniale della “dottrina Monroe” era succeduto lo slancio espansionistico di William McKinley – il 25esimo presidente (repubblicano) ammirato da Trump anche per la sua passione per i dazi commerciali – che portò all’annessione di Hawaii, Portorico e Filippine e alla cacciata degli spagnoli da Cuba. E se la condotta e la retorica di Trump richiamano in parte l’interventismo di Washington in America latina durante la Guerra fredda (peraltro molto più sotto traccia), esse appaiono ispirate soprattutto da istinti “imperiali” e perfino – con la loro enfasi sul controllo delle risorse (estesa di recente alla Groenlandia) – neo-coloniali.

Non è insomma un’ideologia coerente, e sicuramente non è (e non ha) una vera e propria strategia: ma è senz’altro una visione, che ora si mostra a tutti senza più filtri.

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