Michele Mari ha vinto il Premio Strega Giovani con I convitati di pietra (Einaudi). A votarlo, una giuria tra sedicenni e diciottenni provenienti da 114 scuole italiane – ragazzi che, quando non sono impegnati a deludere i sociologi o a essere spiegati dai talk show, sanno ancora riconoscere un grande libro.

Il romanzo è una macchina felicissima e nerissima: divertente, caustica, filosofica, con quella speciale eleganza di Mari per cui anche la morte sembra essersi iscritta a un liceo classico molto severo. La trama è un gioco crudele: alcuni compagni di scuola degli anni Settanta si ritrovano ogni anno e versano una somma che, investita e lasciata lievitare, verrà riscossa dagli ultimi tre superstiti. Una riunione di classe trasformata in trattato sul tempo, sull’invidia e sull’estinzione. Il liceo non finisce mai: cambia soltanto il registro, da quello di classe a quello dei defunti.

Mari, a caldo, ha dichiarato: «Non me lo aspettavo, quindi ringrazio questa gioventù, una generazione che ho cercato di recuperare attraverso il potere magico della letteratura». Frase bellissima, perché contiene insieme gratitudine, stupore e una modesta dichiarazione di stregoneria. Esattamente il registro giusto per un autore che si presenta al Premio Strega come un mago che finge di non sapere di esserlo.

Ora si apre il toto-cinquina. I finalisti verranno annunciati il 3 giugno al Teatro Romano di Benevento; la finale è l’8 luglio in Campidoglio. Mari, settant’anni, curriculum da grande scrittore italiano, sembra il favorito naturale di uno Strega che quest’anno celebra in pompa magna al Campidoglio il suo ottantesimo compleanno. Un premio alla carriera? Sì, ma anche no: perché I convitati di pietra non è una medaglia commemorativa: è un libro vivo, feroce, pieno di energia.

Gli altri sfidanti si fanno avanti con la dignitosa determinazione di chi sa di correre contro il vento: Alcide Pierantozzi ce la farà a entrare in cinquina con Lo sbilico? (Einaudi pure lui per sparigliare le carte).

Certamente sì Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani), Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli) — editore che nel frattempo ha annunciato l’acquisizione del 30 per cento del Saggiatore: anche gli editori, ogni tanto, praticano il platonismo, ma con allegato atto notarile. La cinquina (o sestina) sarà, come sempre, un esercizio di letteratura, diplomazia, previsioni meteo e antropologia editoriale.

Nella calura un giallo tira l’altro

Intanto, nella micidiale calura di questa estate anticipata — alla faccia di chi continua a negare il climate change mentre si scioglie sul marciapiede — un giallo tira l’altro. Al primo posto ora troviamo Vanina Guarrasi, vicequestore della Mobile di Catania, protagonista di Le terme dell’Indirizzo di Cristina Cassar Scalia (Einaudi Stile Libero). La sua estate, definita «quasi felice», viene interrotta dall’omicidio di un clochard: nel giallo italiano contemporaneo, «quasi felice» significa esattamente che qualcuno sta per essere ritrovato morto.

Tra le rovine di un complesso termale di età imperiale nel centro di Catania, ecco il cadavere semicarbonizzato. Con lei, l’immancabile ex commissario Patanè: perché ogni investigatore contemporaneo ha bisogno del suo Virgilio, meglio se pensionato, ironico e meridionale. E intanto Sellerio manda in libreria I tramezzini di Rocco Schiavone di Antonio Manzini (ne perliamo la prox).

Al secondo posto resiste Luciana Littizzetto, al terzo Emmanuel Carrère. New entry al sesto posto per Il contratto di Elle Kennedy (Newton Compton): siamo nel campus universitario americano, dove l’hockey sostituisce la cavalleria medievale e il cattivo ragazzo con gli addominali svolge la funzione che un tempo avevano i duchi tenebrosi. Carburante perfetto anche per l’immaginario seriale di Prime.

Ma quando scrive Ferrero?

Entra in top ten anche Il discepolo di Giovanni Ferrero (Salani). Ferrero quello? Sì, quello della Nutella. Dove abbia trovato il tempo di scrivere il suo ottavo romanzo resta una domanda legittima. Gliela fa Aldo Cazzullo. Lui risponde: «Il tempo non lo trovo, lo rubo. Mi alzo prestissimo, a un’ora in cui il mondo non chiede ancora niente a nessuno. La scrittura abita dunque quell’ora tra il buio e l’alba, come un’architettura parallela alla giornata». Insomma: c’è gente in Italia che, pur avendo un sacco di soldi, lavora giorno e notte. Consolante o avvilente, fate voi.

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