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Nel 2025 il colosso WeightWatchers ha dichiarato bancarotta. Oltre sessant’anni di storia e milioni di iscrizioni dissolti, soprattutto per il semaglutide (Ozempic, Mounjaro, Rybelsus): un farmaco nato per il diabete che spegne la fame. Ww ha provato a resistere con una sua clinic per prescriverli e programmi di supporto per chi li assumeva. Ma il farmaco ha reso superfluo il sistema di punti e la comunità su cui Ww aveva costruito il suo impero.

La rapidità con cui quel modello è crollato ha evidenziato qualcosa di più profondo di una crisi di mercato: un inganno ermeneutico. Che ne è del significato della magrezza, si è chiesto The New Yorker, quando la fame può essere spenta chimicamente? Se un’iniezione sopprime l’appetito, l’appello alla forza di volontà e l’imperativo «Mangiate meno, muovetevi di più» si rivelano per ciò che sono sempre stati: una costruzione ideologica.

Una storia, cioè, che le classi agiate si raccontavano per trasformare un vantaggio strutturale, ossia il fatto di avere il tempo e le risorse per fare sport e mangiar bene, in un merito individuale. «Se la fame può essere regolata da una molecola, allora la magrezza smette di essere una prova di virtù, e la grassezza un fallimento morale», constata il periodico Usa.

Il valore sociale

Non è tutto: caduto il senso etico, che resta del valore sociale della magrezza quando tutti possono ottenerla? E che ruolo possono svolgere in questo contesto gli elitari templi del benessere, i (wellness) resort dove un tempo gli affluenti andavano a perdere peso? Per capirlo bisogna tornare al sociologo Pierre Bourdieu, che nel saggio La Distinction enunciava una tesi: il gusto non è mai neutro.

Ciò che mangiamo, come ci vestiamo, che sport pratichiamo segnalano, spesso inconsapevolmente, la nostra posizione nella gerarchia sociale. Le classi dominanti, in particolare, costruiscono la propria identità non solo tramite il denaro, ma attraverso un capitale culturale: una serie di disposizioni e abitudini che richiedono tempo, conoscenze e denaro. Ma nel momento in cui tali pratiche si democratizzano e diventano accessibili alle masse esse vengono abbandonate e sostituite da nuovi marcatori di superiorità.

Per tradurre il ragionamento nell’ambito del peso: se ora tutti possono essere magri, come si distinguono i ricchi? La risposta delle élite è già in corso. Il nuovo marcatore di status non è più la semplice magrezza: ma la magrezza accompagnata da energia, salute, longevità. E, nell’immediato, da un intervento al viso. Secondo un report di McKinsey, la domanda di filler e chirurgia contro l’Ozempic face (il viso scavato dal dimagrimento) è in forte crescita. Il farmaco risolve un problema e ne crea altri. E ormai il corpo snello, più che un obiettivo, è un processo da gestire, con una filiera di servizi pronti ad accompagnarlo.

L’era post dieta

È in questo scenario che le grandi strutture di benessere italiane si trovano a ridefinire il proprio ruolo. Villa Eden, nel cuore di Merano, rifiuta apertamente la via farmacologica. Per la direttrice Angelika Schmidt, «un corpo che perde peso artificialmente senza un cambiamento dello stile di vita rimane un organismo fragile. Il vero lusso non è semplicemente apparire più magri, ma possedere un’energia che nessun farmaco può garantire da solo».

In quest’ottica si inserisce la proposta di The Tasting Room, il ristorante gourmet della struttura, aperto anche agli esterni e di recente segnalato dalla Guida Michelin. La cosa può apparire paradossale: ma come, nei retreat non si va per rimediare agli eccessi edonistici?

Invece il menù prevede un viaggio multisensoriale in cinque o otto portate in cui si succedono portate come quaglia di San Genesio con anguilla laccata e daikon, bottoni di carote alla brace con estratto crudo di gambero rosso, perfino un dessert come il cioccolato al ginepro 5IFTY 8IGHT di Merano, accompagnato da sorbetto al lampone e gelatina al gin delle Dolomiti.

«Gli ospiti ci scelgono proprio perché sanno che il nostro approccio è lontano da quello restrittivo di tante altre strutture pro longevity» riassume Schmidt. Quelli di The Tasting Room sembrano piatti, e pure gustosi; sono invece insegnamenti. «L’idea di una dipendenza a vita da un farmaco per gestire il proprio corpo è l’antitesi del concetto di libertà e salute olistica che sosteniamo» racconta Schimdt.

«In un’era di soluzioni farmacologiche croniche, il nostro compito è rieducare il palato e la mente a riconoscere la qualità delle materie prime, a comprendere l’importanza dell’equilibrio biochimico degli alimenti e a riscoprire il piacere di nutrirsi per restare attivi, non solo per sedare un appetito» continua.

E dopo il calo di peso?

Anche il gruppo Lefay Resort & Spa, che vanta un ristorante stellato, il Grual, nella struttura di Pinzolo (dove però mancano terapie per il dimagrimento), adotta una prospettiva più sistemica. Il Lefay Spa Method, elaborato con il supporto del dottor Carlo Barbieri, presidente del comitato scientifico della struttura, parte da un’analisi dello stato psicofisico dell’ospite, per presentargli una visione di ciò che può diventare (tenendo conto di eventuali patologie) e un percorso per arrivarci. Insieme ai trattamenti, alla diagnosi energetica e alla fitoterapia, uno dei suoi pilastri è rappresentato dal Lefay Spa Menu.

«Nel resort sul Garda», spiega Monica Mescoli, responsabile del metodo, «indirizziamo spesso gli ospiti verso il ristorante Gramen, che elimina latticini e carni e reinterpreta la cucina vegetale come esperienza di alta gastronomia e “cibo per l’anima”». Ma la scelta di rinunciare ai farmaci nasce anche da un limite pratico: «Una volta sospeso il trattamento, si riprende velocemente peso, se non si segue una dieta attenta», osserva Barbieri. «Cosa che sta comunque riducendo il numero di fan dei farmaci tra coloro che sono più informati».

A palazzo Fiuggi (Frosinone) il cibo fa parte di un percorso medico più ampio, spiega il dottor Fabrizio Di Salvio, responsabile scientifico della struttura. «I menù sono creati basandosi su evidenze e dati scientifici con attenzione all’esperienza sensoriale e al piacere. L’alimentazione non si basa esclusivamente sul conteggio calorico, ma sulla modulazione dell’infiammazione, del microbiota, sulla combinazione di micro e macronutrienti e dai differenti metodi di cottura».

Di Salvio non nega l’utilità dei farmaci, ma li considera un ponte verso il cambiamento dello stile di vita, sul modello degli Usa. La struttura offre quindi ciò che nessun farmaco sa dare: educazione nutrizionale, riequilibrio metabolico, capacità di distinguere fame reale da fame emotiva. «Essere magri non significa necessariamente essere sani», conclude Di Salvio.

Ed è qui che ritorna il discorso di Bourdieu: il nuovo corpo-status non è semplicemente il corpo magro. È quello longevo, funzionale, che ha il cortisolo sotto controllo e sa nutrirsi. È un corpo che richiede più investimento di una semplice iniezione, e che per questo conserva il proprio valore come marcatore sociale.

Se con l’Ozempic la snellezza è alla portata di tutti, la differenza sta nel raggiungerla nel modo giusto. Il gioco della distinzione, in fondo, è sempre lo stesso: chi arriva dopo al traguardo trova le regole già cambiate.

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