Mentre la spinta della lotta ambientale è rallentata ovunque, rimane un ambito culturale sensibile. Diversi lavori documentaristi, italiani e no, stanno contribuendo a fare luce sulla crisi climatica
Sono passati ormai sette anni dalla primavera ambientale di Fridays For Future e non si può nascondere che, anche dopo l’ultimo sciopero per il clima e la Conferenza di Santa Marta, l’attenzione sul tema è minima. Dal 2019 la sostenibilità, qualsiasi cosa voglia dire, ha fatto breccia in molti spazi, ma una pandemia e innumerevoli guerre hanno scoraggiato la partecipazione delle persone, che comprensibilmente sono più preoccupate dalla crisi sociale che ambientale.
Le piazze svuotate, i contenuti sui social penalizzati, le presentazioni dei libri disertate. In quest’aridità c’è, forse, un’eccezione: i documentari. Per quanto l’idea di documentario non evochi immediatamente coinvolgimento e attivazione, i casi iniziano a essere tanti per ignorarli. Quattro, di cui tre italiani, sono usciti da poco.
“La rotta delle mangrovie”
La rotta delle mangrovie è una video-inchiesta di Novella Gianfranceschi e Niccolò Palla che si concentra sul legame tra crisi climatica e migrazioni in e dal Senegal, dove erosione costiera, salinizzazione dei suoli e collasso della pesca artigianale spingono intere comunità a mettersi in movimento. Più verso le città che all’estero: solo il 5 per cento punta all’Europa nel viaggio che in wolof viene definito «Barça ou Barzakh», andare a Barcellona o morire.
Realizzata tra Senegal, Belgio e Italia, l’inchiesta mostra come le politiche europee – dalla pesca industriale al Piano Mattei – dichiarino di voler affrontare le «cause profonde» delle migrazioni ma finiscano in realtà per esacerbarle, e rendano le rotte più lunghe e pericolose. I problemi si intrecciano come le radici delle mangrovie e le piroghe variopinte da emblema della pesca diventano simbolo della rotta atlantica. Il documentario, che ha vinto il Premio Riccardo Laganà Biodiversity Sustainability Animal Welfare, si può vedere gratuitamente su Raiplay.
“Raizes sem terra”
Di radici, siccità e crisi climatica nel Sud globale si occupa anche Raizes sem terra, cambiando però lingua e continente. In Brasile, ancora oggi oltre la metà della terra è in mano all’1.5 per cento più ricco, in particolare agli eredi dei colonizzatori, e rimane incolta, mentre molte famiglie vivono nella povertà estrema. Raizes sem terra, realizzato da Alessia Morat, Fabio Rotondo, Francesco Ballarini e Francesco Saretto, racconta la lotta per la terra nello Stato del Bahia, grande due volte l’Italia, dove da decenni l’Associazione Oratorio S. Domenico di Pinerolo fa da ponte tra l’Italia e la Pastoral Rurale del Brasile.
Il documentario, che racchiude immagini mozzafiato, tratta un tema contemporaneamente complesso e concreto, in cui le parole “padrone”, “prezzo”, “cittadinanza” e “dignità” sono di casa. Le prime proiezioni in Italia e in Portogallo hanno riscontrato una partecipazione travolgente.
“Il prezzo che paghiamo”
Ad attraversare l’Italia colpita dalla crisi climatica, dall’Emilia-Romagna alla Basilicata, è invece Il prezzo che paghiamo, diretto da Sara Manisera del collettivo Fada e prodotto da ReCommon e Greenpeace, che sono le due organizzazioni che insieme ad alcuni cittadini colpiti dai danni dei fenomeni atmosferici estremi hanno avviato una causa civile contro Eni. Il documentario risale alle origini della crisi attuale e denuncia che già dagli anni Settanta le grandi compagnie petrolifere e del gas – come ExxonMobil, Shell, BP e l’italiana Eni – avevano programmi di ricerca interni e sapevano quanto le loro attività avrebbero inciso sul clima globale.
Eppure hanno consapevolmente scelto di ignorare le evidenze scientifiche, anteponendo il profitto alle conseguenze per il Pianeta in generale e per il nostro paese in particolare. I danni sono a monte, ma anche a valle: la Basilicata è il più grande giacimento petrolifero su terraferma d’Europa. L’80 per cento del petrolio estratto in Italia viene dalla Val d’Agri, ma il petrolio non ha portato ricchezza nella regione più povera d’Italia. Nel 2021, Eni è stata condannata in primo grado per traffico illecito di rifiuti prodotti dal Centro Olio di Viggiano, mentre i suoi manager sono a processo per la fuoriuscita di petrolio accertata nel 2017. Il prezzo che paghiamo si può vedere gratuitamente su YouTube.
“The cost of growth”
L’estrattivismo fossile non è l’unico problematico. Nella Valle del fiume Jadar, in Serbia, i movimenti locali lottano contro la creazione di una gigantesca miniera di litio che spazzerebbe via centinaia di case e famiglie. I Sami, ultimo popolo indigeno d’Europa, si battono contro l’installazione di infrastrutture rinnovabili volute dal governo norvegese, che impediscono l’accesso alla loro terra originale e hanno già distrutto più di metà dei pascoli delle renne. The cost of growth, un documentario di Anuna De Wever e Lena Hartog distribuito in Italia da VoiceOver Foundation, sfida il sistema di crescita europeo dando voce alle comunità che ne pagano il prezzo.
I messaggi che racchiude sono che il capitalismo rimane tale anche se lo si tinge di verde, e che democrazia non significa unicamente votare, ma scegliere collettivamente cosa fare con le proprie risorse. Come Il Prezzo che paghiamo, che racconta la prima “comunità solare” nata al Sud in terra di petrolio, anche The cost of growth evidenzia alternative, e prende come esempio una storia italiana: il collettivo di fabbrica ex-GKN di Campi Bisenzio è in sciopero permanente da cinque anni, e con l’attivazione di una cooperativa sociale punta a completare il percorso di conversione dall’automotive alla produzione di pannelli solari e cargo-bike.
Queste storie indicano la traiettoria di un cambiamento desiderabile, e i documentari che le raccontano stanno innescando – anche tramite pagine social dedicate e proiezioni partecipatissime – un piccolo movimento che esce nello schermo e si ritrova in spazi e piazze. «Viviamo in un’ombra del mondo che potremmo avere», afferma in The Cost of Growth l’economista Jason Hickel. L’ultima guerra in Iran ci ricorda ancora una volta che la transizione ecologica dal basso non permette solo accessibilità e giustizia, ma anche indipendenza.
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