L’indagatore dell’incubo, creato da Tiziano Sclavi per Sergio Bonelli Editore, è arrivato nelle edicole il 26 settembre 1986 con L’alba dei morti viventi. Vegetariano, londinese e con un assistente sosia di Groucho Marx, le sue radici si trovano in un romanzo intitolato Dellamorte Dellamore. La curatrice Barbara Baraldi: «I suoi fan sono persone molto empatiche, che hanno conosciuto la sofferenza»
La scintilla fu Dellamorte Dellamore. È un romanzo scritto da Tiziano Sclavi a inizio anni Settanta ma arrivato nelle librerie con Camunia a inizio Novanta. È la storia di un becchino che sarà poi interpretato in un film da Rupert Everett per la regia di Michele Soavi, nel 1994; mentre la femme fatale, una vedova di cui Francesco Dellamorte (il protagonista) si innamora, è interpretata da una Anna Falchi agli inizi della sua carriera cinematografica.
La loro è una storia romantica decisamente surreale, dove l’horror si mescola all’humor e dove neppure la morte riesce a separare gli innamorati. Poiché una volta defunti, questi tornano sempre in vita sotto forma di zombi. Al cimitero di Buffalora, comune italiano sperduto e inventato per l’occasione, funziona così. E lo scavafosse locale insieme al suo assistente Gnaghi (che parla solo per «Gna») sono così trascinati in un susseguirsi di tragici eventi, comicità dark e passione: una pellicola diventata cult, soprattutto tra gli appassionati di Dylan Dog, che la inquadrano come il primo (e unico) adattamento live-action dell’indagatore dell’incubo, scartando volontariamente quello del 2010 diretto da Kevin Munroe con protagonista Brandon Routh.
Ma perché? D’altronde, Francesco è un becchino, Dylan è un investigatore; uno vive in un paese dell’Oltrepò Pavese e l’altro a Londra. Unico comune denominatore è Sclavi. In realtà ha tutto senso. Dellamorte Dellamore doveva diventare un fumetto nei primi anni Ottanta, ma il suo momento non arrivò mai. Così le atmosfere e il personaggio, tratteggiato dal disegnatore bonelliano Claudio Villa, sono stati riciclati per un nuovo personaggio chiamato Dylan Dog. Il nome, aveva spiegato l’autore, era quello che metteva sempre a tutte le sue creature in cerca di un altro vero nome, quello definitivo. Una sorta di John Doe all’italiana. Per Dylan è però rimasto tale, e le sue fattezze (slanciate con zigomi pronunciatissimi e volto scavato) richiamavano proprio il volto del futuro Francesco, cioè Rupert Everett, disegnato da Villa dopo la visione al cinema di Another Country – La scelta, film di Marek Kanievska con lo stesso Everett e Colin Firth.
Il primo numero
Siamo a Londra, al numero 7 di Craven Road. Una cliente suona al campanello e al posto del solito “drin drin” sente delle urla. Brutto scherzo. «Mio marito è morto», racconta, «due volte». Così il 26 settembre del 1986 arriva nelle edicole L’alba dei morti viventi (citazione al titolo inglese di Zombi di George Romero), cioè la prima avventura dell’indagatore, alla ricerca di uno scienziato che vuole creare un’orda di non morti da tenere sotto il suo comando. Calcolatrice alla mano: quest’anno Dylan Dog spegne 40 candeline.
La sceneggiatura dell’albo d’esordio è firmata da Sclavi mentre le matite sono di Angelo Stano, e la copertina – iconica – è firmata da Villa. Una storia folgorante che ha dato il via a una serie mensile longeva e ora arrivata a quota 481 numeri, senza contare le centinaia di ristampe, gli speciali, albi bis e così via. Dopo le avventure del pistolero Tex Willer, questa è la seconda serie più venduta di Sergio Bonelli Editore, la casa delle idee con sede a Milano in via Buonarroti, al numero 38. E da ormai quarant’anni a questa parte, ogni albo dell’oldboy (come lo chiamano alcuni) è autoconclusivo e i suoi personaggi – sotto sotto – sono sempre più o meno gli stessi. Evolvono con una certa lentezza e ogni episodio è parte di una trama più ampia e, allo stesso tempo, rappresenta un mondo a parte. Come un limbo.
Il personaggio
Identikit veloce: Dylan è vegetariano, ha paura di tutto, indossa sempre jeans, camicia rossa e giacca nera con ai piedi delle Clarks. Si innamora continuamente delle sue clienti, grida spesso (e pure volentieri) «Giuda ballerino», suona il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini al clarinetto per raccogliere i pensieri e guida un maggiolone bianco targato “DYD 666”. Il suo assistente, poi, è tutto un programma: è un sosia di Groucho, quello dei fratelli Marx che hanno segnato la comicità statunitense negli anni Trenta con grandi film come Una notte all’opera, Una Notte a Casablanca e la Guerra Lampo. Baffoni, sigaro, occhiali tondi, pantaloni alla zuava e battuta pronta (talvolta pessima).
E poi c’è l’ispettore Bloch, di Scotland Yard, che sogna il giorno in cui andrà finalmente in pensione (e per un breve periodo ci andrà); insomma, quello di Dylan Dog, racchiuso nella classica impaginazione bonelliana, è uno schema che funziona. Anche se, è giusto dire, all’inizio ha impiegato un po’ di tempo prima di conquistare il cuore del pubblico, arrivando solo dieci anni dopo a vendere mezzo milione di copie.
I “dylaniati”
La curatela è stata nelle mani di Sclavi fino al 1992, quando ha scelto di passare il testimone. Fatto curioso: tutti i successivi curatori hanno il nome e cognome che comincia con la stessa lettera (come la “doppia d” dell’indagatore): Mauro Marcheselli, Giovanni Gualdoni, Roberto Recchioni e (dal 2023) Barbara Baraldi. La scrittrice, esponente italiana del genere noir e horror, al telefono con Domani si definisce una «dylaniana» sin dall’infanzia. Anzi, lei ha usato il termine «dylaniata», come se i lettori e le lettrici di Dylan Dog condividessero ferite profonde che nell’opera di Sclavi trovano finalmente sollievo. «I fan di Dylan sono persone molto empatiche, che hanno conosciuto la sofferenza, e che nelle sue storie ritrovano e affrontano alcune loro paure», dice Baraldi.
«L’indagatore è però un personaggio esigente, chiede molto a chi legge come a chi scrive. Dico sempre: Dylan Dog esige un brandello della tua anima, un pezzo del tuo cuore o una delle tue frattaglie. Nelle storie deve esserci qualcosa degli sceneggiatori», spiega. «In fondo a questo serve l’orrore: è un modo per guardare negli occhi le proprie paure; in questo caso attraverso Dylan che guarda nel buio con noi. È insieme ai suoi clienti nella sofferenza senza esserne immune. E spesso non offre finali consolatori, bensì interlocutori: pone domande senza dare soluzioni». E conclude: «Credo sia l’attitudine migliore in un mondo urlato e veloce come il nostro».
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