«È questo quello che mi piacerebbe che sentissero le persone entrando in contatto con la Comunità. Anche solo con l’atmosfera che si crea quando le relazioni tra persone non sono inquinate da discorsi di clientela. Si respira in maniera diversa» dice l’attore che ha ideato ”Pane ar pane”. Un disco e un evento pensati per sostenere i volontari. Sul palco con lui tantissimi artisti da Margherita Vicario a Giancane, da Willie Peyote a Paola Cortellesi
«Un abbraccio collettivo a una realtà straordinaria che vive solo di volontariato». Elio Germano definisce così il concerto solidale, nato con la sua spinta determinante, che giovedì 25 giugno animerà per una sera l’Auditorium di Roma. È “Pane ar pane” ed è nato per rendere visibile il lavoro e sostenere la comunità Sant’Egidio. Una realtà, che nel corso dei decenni, ha dimostrato di poter prendersi cura delle persone più fragili e di proporre percorsi di dialogo nelle aree di conflitto. Solo in Italia, dall’inizio del 2006, ha distribuito 250 mila pacchi alimentari, 320 mila pasti, 70 mila capi di abbigliamento. E, nella sola capitale è in grado di ospitare 1.200 persone.
Saliranno sul palco tantissimi artisti a partire dallo stesso Germano, insieme agli Ardecore. Con loro: Brunori Sas, Paola Cortellesi, Danno, Giancane, Noemi, Willie Peyote, Il Muro Del Canto e tanti altri.
Com’è nata l’idea di “Pane ar pane”?
È iniziato tutto con l’idea di tradurre pezzi famosi in romanesco. Di farlo filologicamente, restituendo sia il senso originale del testo e la struttura metrica delle rime, per realizzare un disco a cui hanno partecipato: Elio, Lillo, Corrado Guzzanti, Margherita Vicario, Noemi, Danno, Giancane. Il tutto orchestrato da una band capitanata dagli Ardecore con tanti altri musicisti come Nicola Manzan di Bologna Violenta, Ludovica Valori, Adriano Viterbini, Jacopo Battaglia, batterista dei primi Zu. Per l’evento se ne sono uniti tanti altri, incluse Valeria Solarino e Martina Martorano. E poi c’è We Are The World, per noi Noi semo er monno, cantata anche da altri artisti come Luca Barbarossa, Fiorello, Lundini, Levante. Ne faremo una campagna permanente per Sant’Egidio.
Con queste musiche chissà in quante direzioni abbiamo viaggiato, traducendole in romanesco le riportiamo al linguaggio nostro, quello più concreto. Così Rehab cantata da Amy Winehouse diventa Comunità, Should I Stay or Should I Go dei Clash per noi è Devo restà o me ne devo annà. È un modo per restare molto concreti, “pane ar pane”, come si dice a Roma. Esattamente come è concreto il lavoro di Sant’Egidio.
Che cosa l’ha colpita in particolare del loro lavoro?
Non inseguono sofisticazioni, non fanno propaganda, pubblicità, ma stanno sui progetti in maniera spesso silenziosa. Con questo atteggiamento riescono a essere trasversali, dal mondo cattolico alla cittadinanza attiva. Purtroppo, perché non dovrebbe essere così, il volontariato sopperisce alle lacune delle istituzioni. Sant'Egidio aiuta chiunque, senza distinzioni di sesso, religione, credo politico… Proprio come dice la nostra Costituzione. È la colla di questa città, la tiene viva, mantiene in vita le persone e lo fa con dignità.
Volontario è anche tutto il lavoro che gira intorno al disco e all’evento.
Sì, ed è stato enorme. Abbiamo fatto tutto in modo completamente gratuito, neanche la Siae prende i soldi, per fare in modo che il prezzo del biglietto sia tutto per Sant’Egidio. Ci tengo a ringraziare l’assessorato alla cultura del Comune di Roma, l'Auditorium che si è messo a disposizione. E tutte le persone, ufficio stampa, fonici, musicisti, che ci aiutano dal punto di vista organizzativo. Hanno dimostrato che la solidarietà è contagiosa. È una cosa che le persone devono sperimentare: è un meccanismo molto importante: dare il proprio contributo è motore di felicità e soddisfazione. Chi entra in contatto con il volontariato scopre che può riempire la sua vita con qualcosa di potente: contribuire alla collettività. Lavorare così ha creato dei legami forti, delle relazioni completamente diverse e mosse dal rispetto. Il volontariato, prima di aiutare chi ha bisogno, aiuta chi lo pratica. È per questo che è così diffuso anche in persone non motivate dal credo religioso.
Crede molto nella potenza del volontariato.
Siamo tutti dentro una guerra e la più evidente è quella del profitto, che sta mangiando la qualità della nostra vita. Siamo colonizzati da questo essere alieno che abbiamo inventato per organizzare la vita e che, invece, ci sta governando. Portandoci verso l’autodistruzione. Siamo tutti inseriti in questo meccanismo: cerchiamo la nostra felicità nel profitto, nella competizione. Ma è una menzogna che porta a creare isolamento, barriere, armi per difendere quello che si ha. Ma a farci stare bene è la condivisione. Il volontariato fa scoprire che potrebbero esserci altri modi di organizzare la società, senza fondarla sull’appropriazione. È questo quello che mi piacerebbe che sentissero le persone entrando in contatto con Sant’Egidio. Anche solo con l’atmosfera che si crea quando le relazioni tra persone non sono inquinate da discorsi di clientela. Si respira in maniera diversa.
Sant'Egidio lavora soprattutto i senza fissa dimora. Che Roma vede intorno a loro?
Ormai le città sono costruite solo per chi può spendere. In fondo è questa la gentrificazione: spingere nelle periferie chi non ne ha la possibilità. Creare dei ghetti, nascosti il più possibile per i senza tetto, i senza documenti, i migranti, le persone con disturbi mentali. È una questione che riguarda tutti. Essere trattati solo come consumatori è molto grave per chi vuole vivere la cittadinanza con dinamiche diverse, come quelle che hanno fatto da motore a “Pane ar pane”.
I corridoi umanitari sono punto cardine del lavoro internazionale di Sant’Egidio.
Sono una cosa meravigliosa perché le persone che scappano dalle guerre e dalle zone di conflitto, piuttosto che doversi imbarcare nel deserto, nel mare e subire torture e umiliazioni da parte dei guardiani delle frontiere, possono prendere un treno, un aereo e arrivare in sicurezza nel nostro paese. E sono anche finanziate dallo stato italiano, con tutta l’avversione che hanno le nostre istituzioni nei confronti dei migranti. Potrebbe essere un modo per far riconoscere lo status di rifugiato già nel paese di provenienza. Purtroppo sono pochissimi. Sinceramente non capisco perché non possano essere messi a sistema.
Il governo parla dei migranti riducendoli, spesso, a questioni di ordine pubblico, cosa significa ribaltare lo sguardo?
Il concetto stesso di nazioni credo appartenga a un mondo che non c’è più. Siamo un corpo unico, abitante in un pianeta unico. L'essere umano vive la stessa paura della morte, della malattia e, purtroppo, le stesse dinamiche di sfruttamento. Non solo sono persone come noi, ma spesso, fuggono da problemi che abbiamo causato noi. Pensiamo a come funziona l’agroalimentare nel nostro paese. È una parte della nostra società che non vogliamo vedere, eppure è quella che ci garantisce tutti i giorni le verdure e il parmigiano di cui andiamo così fieri.
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