«Si chiama Aka, perché dentro ci sono tutte le mie anime. È come se ogni pezzo fosse una parte della mia personalità, eccomi, sono Danno». Simone Eleuteri ha aspettato di varcare la soglia dei 50 anni per pubblicare il suo primo album solista e ci ha messo dentro tutta la generosità che lo contraddistingue, quella che lo spinge a dire sempre “sì”. E che lo ha portato, in un disco che è anche fortemente politico, a mostrare anche la sua parte più fragile. Una scelta che il suo pubblico dimostra di apprezzare tanto che, alla sua prima data romana, tutti sapevano già a memoria Colibrì, uno dei brani più in intimi. Si schernisce se lo chiamano “leggenda”, sicuramente è uno dei rapper della prima scena romana più influenti e amati. Fondatore, con Masito e Ice One, dei Colle der Fomento, ne ha attraversato tutta la storia.

Coerente a sé stesso ha fondato un’etichetta per pubblicare Aka: dieci tracce - e sette bonus track per la versione deluxe - prodotte da Dj Craim, che aveva già curato l’impianto sonoro di Adversus dei Colle. Dove spunta anche lo zampino Ice One, la voce di Eva Pevarello. E «l’arma segreta», come lo definisce Simone sorridendo: Motta. Per Danno Aka arriva dopo un’altra prima volta, quella alla 64 Bars «una sfida con me stesso e con gli altri». Su di un palco di quelli che non ama, «preferisco i locali, senza transenne e buttafuori, con la gente che ti guarda in faccia». Portando un 64 barre non “ruffiano”, come dice lui. «Ho detto a Craim: andiamo come gli alieni che siamo, usiamo il pezzo più estremo che abbiamo, senza batteria per tre quarti. Volete il rap? Ecco cos’è per me. Mi basta un basso per rappare». Il rap per Danno è anche “saccheggiare” dall’altra musica: «se dalla batteria di James Brown può nascere un beat, io prendo le parole dei cantautori. In Aka ci sono Dalla, Venditti, De André, De Gregori»

Per Aka ha scelto di affidarsi a Dj Craim, com’è lavorare con lui?

Quando era ragazzino e presentavo le gare di freestyle, lui le vinceva tutte, un talento fuori dal comune. Così con Stabber lo abbiamo scelto per il progetto Artificial Kid. È nata un’amicizia e una lunga collaborazione. Anche quando scrivo pezzi come autore per altri, basta che canticchi la melodia e lui fa la base del pezzo. Per Aka è accaduto il contrario: Craim mi ha sfidato. Mi ha mandato tantissimi beat, così ho preso quello più moderno, che andava verso la trap. È nato così Come blu, un dissing scherzoso tra noi. E poi sono arrivati esperimenti e brani come Colibrì e Carezze, prodotto da Stabber.

Danno e Dj Craim, foto di Nuri Rashid
Danno e Dj Craim, foto di Nuri Rashid
Danno e Dj Craim, foto di Nuri Rashid

Il suo modo di scrivere si è trasformato?

Lavorando a Minotauro, prodotto da Motta, mi sono reso conto che stavo cambiando qualcosa, che affrontavo la scrittura in una maniera diversa, forse più naturale. Ho giocato con le metriche, ho fatto i super incastri, dovevo riempire tutti gli spazi, usare tantissime parole. Ora apro la testa e quello che c'è lo metto sul foglio. Piano, piano ho trovato una strada.

Una delle tracce è prodotta da Ice One, un ritorno alle origini?

Io e Seby ci vogliamo bene, è un personaggio importantissimo per l'hip hop e per la mia storia artistica. Gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto fare una base campionando Tom Waits e lui è arrivato con questa base incredibile. Era uno di quei brani che avevo aperto e mai chiuso. Poi l’ho ripreso, ho completato la canzone, Tom Waits appunto, e sono felice di come è venuta, è diversa da quello che si sente di solito.

Poi c’è Motta che in Aka ha lasciato più di un segno.

Lui è l'arma segreta. Tra noi è nato un amore. Veniamo da due ambienti diversi, ognuno è entusiasta di curiosare nel mondo dell'altro. Quando vado da lui e vedo tutti quegli strumenti, sogno, perché non ne so suonare nessuno, lui li fa suonare tutti. Ho un'ammirazione sconfinata che credo sia reciproca. Gli ho chiesto di aggiungere strumenti su alcuni brani, li ha suonati tutti per Il blues di Gundabad, poi Craim li ha montati e smontati. Ha capito che Svegliami parla di mio padre e ne abbiamo scritto insieme una parte. Vederlo registrare è stato bellissimo perché la sua performance portava un certo sforzo fisico per far arrivare così in alto la voce.

Il blues di Gundabad è anche una fotografia spietata della società.

Sì, è nata domandandomi: come percepisco il mondo intorno a me? Ho deciso di usare Tolkien e di condirlo dandogli un’anima tirando in mezzo Il signore degli Anelli. Sono un nerd amante dei fantasy, non ho mai capito l’utilizzo politico che se ne fa in questo paese. Come può essere il riferimento della destra? Ma lo sanno che gli hobbit a cui si rifanno sono creature pacifiche, che vivono lontano dal mondo, a piedi scalzi, fumando erba pipa?

Di Roma è sempre stato intriso il suo rap. Ma se nei primi brani c’era una dichiarazione d’amore ora «puzza di morte» in Minotauro. È cambiata la sua percezione?

Sì. Ma sono cambiato anch'io. Prima vivevo di più Roma di notte. Roma di notte è bellissima, è qualcosa che ci puoi morire per quanto è bella, per quanto la puoi sentire tua. Chiaro che scrivevo Il cielo su Roma. Crescendo mi sono trasformato in animale diurno e di giorno non puoi non vederne le brutture, le storture. L’arroganza diffusa. Il romano era arrogante, ma anche ironico e questa ironia si è un po’ persa.

Brucia Roma è uno dei brani più personali, pieno di rabbia.

Craim mi ha detto: «Hai voluto bruciare tutto per arrivare a bruciare te». È un elenco di cose che in quel momento nella mia testa volevo radere al suolo. C’è rabbia, sicuramente dolore. Alcuni brani nascono da un non stare bene, ma sempre con l’idea di cercare una “cura”, come avrebbe detto Battiato. Sono molto legato a quel suo pezzo, secondo me resta una vetta inarrivabile. Se lo senti quando non stai bene ti ricorda che c'è un essere speciale di cui dovresti prenderti cura.

L’ultima parte del disco è molto intima, mostra anche le sue fragilità. Non è la prima volta che canta di salute mentale, quanto pensa sia importante parlarne?

È un tema che mi tocca. Il mio stare o non stare bene è un continuo andare su e giù che mi porta a non avere una visione unica di quello che faccio, riempie di dubbi e paranoie. Passo dal voler sfasciare tutto al sentirmi il più bravo senza capirne il perché. Parlarne nella musica serve sicuramente. La musica cura, soprattutto se la fai, ma anche solo se la ascolti. Poi, però, bisogna anche essere realistici e capire che per certi problemi servono gli specialisti.

Aka è anche un album molto politico. Canta: «È inutile che stamo qui a fà gli Mc se poi non dimo un cazzo». Quanto è importante schierarsi ora?

Viviamo in un periodo buio, ho l'esigenza di dire qualcosa. Mi tocca quello che succede nel mondo e cerco di metterlo in rima. Non sono un militante né un attivista, ma alcune canzoni che ho scritto sono degli allarmi che, però, la gente può anche ignorare. Forse è proprio questo il problema: fregarsene. C’è una pericolosa tendenza a destra. Una destra ipocritamente turbo cristiana. Io non sono religioso, metto in discussione anche il concetto di dio. Detto questo, per me il cristianesimo è Cristo che va a lavare i piedi ai poveri e cura i lebbrosi. Come lo conciliamo con questo accanimento contro gli ultimi del mondo? Credo sia pericolosissimo anche il modo di distorcere il significato delle parole. Come si fa a dire che il 25 aprile è divisivo? Se scardini il significato, le parole perdono senso, non hai più un terreno comune su cui discutere e si passa ad altro. Lo abbiamo visto nei 70 quando i ragazzi si sparavano in strada.


Parla di dissenso, la preoccupa che il governo lo stia bloccando a colpi di decreti?
Questa destra governa per vendetta. Perché fino a ieri non le era mai stato concesso di farlo. Vara il decreto anti rave perché non li sopporta, chiude i negozi di cbd perché chi fuma, anche se è solo cbd, è una zecca dei centri sociali. Io non ho mai sentito questo governo parlare della cocaina che pure dilaga nelle strade. Abbiamo un problema di criminalità organizzata e la politica parla dei comunisti. È un governo che, sinceramente, mi fa un po’ paura. Posso dire una cosa da boomer? Inizia tutto con Berlusconi, per me era quello che diceva: fregatevene della cultura e fate tanti soldi, non importa come. Così siamo rimasti senza intellettuali, anche se la destra ha l’ossessione dell’egemonia culturale.

Affronta anche il tema della violenza sulle donne, canta la famiglia tradizionale: «Col marito che ammazza di botte la moglie prima del telegiornale».

La famiglia non è sempre un bene, ci sono anche persone uccise metaforicamente dai loro genitori. Ma che vuol dire avere come valore la famiglia tradizionale quando sono tutti divorziati e tradiscono? Ci rendiamo conto che Vannacci parla di un’italianità legata ai tratti somatici? Lui sembra turco, Meloni con i capelli biondi e gli occhi azzurri, sembra svedese. Il nostro paese ha avuto così tante influenze esterne, pensa all’impero romano. Duemila anni dopo siamo tornati indietro e pensiamo al colore della pelle, all’orientamento sessuale. E poi, visto che il rap è pieno di sessismo, ho voluto provocare.

Ha condiviso il video di Elio Germano per il “no” al referendum e al concerto per Primo è salito sul palco esordendo: «Andate a votare» perché?

Perché è lo strumento più popolare, è l’unica volta in cui il cittadino è interpellato in maniera diretta, con una domanda. Capisco il discorso che fa chi si astiene: i politici sono tutti mestieranti che raccontano stronzate solo per prendere voti e poi fanno interessi diversi da quelli dei cittadini. Però non sono tutti uguali. Le leggi che fanno sono diverse e questo governo le fa peggiori degli altri. Quindi sono uno di quelli che crede che votare faccia ancora la differenza. Minima, ma la fa.

Oltre l'album sta per pubblicare un altro brano, di che si tratta?

Fuzzy di Quadraro Basement (la prima etichetta del Truce Klan di Noyz Narcos, ndr) mi ha contattato per dirmi che Maskk dei Kernel Panik (crew tecno, ndr) aveva da propormi un beat electro, con una scansione simile a quella che ballavano i breaker negli 80. L’Ice aveva appena ucciso Renee Nicole Good e così è nato questo pezzo che si chiama No ghiaccio, lo presenteremo a Roma, al Forte Prenestino.

Questo sarà il 40esimo anno di occupazione per il Forte, in un momento in cui i centri sociali sono nel mirino del governo, che perderebbe l’Italia se non esistessero più?

Metà della musica che ascolto, che abbiamo fatto io e i miei amici, probabilmente non sarebbe uscita dalle nostre camerette senza i centri sociali che ci hanno permesso di esprimerci anche senza avere un background politico forte. Sicuramente ci hanno influenzato, ci hanno fatto capire da che parte era meglio stare. E poi io amo i posti di frontiera.

Si è chiesto cosa avrebbe pensato Primo ascoltando questo tuo album?
Penso che gli sarebbe piaciuto perché è uno che ben prima di me si era già spinto al largo. A un certo punto Primo ha avuto una trasformazione, è cambiata la sua voce, il modo di fare rap e da quel momento è diventato il più forte di tutti. Faceva cose complicate e sembravano facili fatte da lui. Quelli veramente bravi sono quelli che quando fanno qualcosa a te sembra facile mentre non lo è per niente.

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