Ogni volta che i suoi genitori uscivano di casa, Angela si chiudeva in cantina, si spogliava e si puntava un paio di forbici contro l’ombelico. Lo aveva fatto per la prima volta a dieci anni. Dalla finestrella in alto colava un po’ di luce: quella luce bianchissima colava nella cantina come la cera sciolta di una candela. Angela si spogliava sempre, soprattutto dentro la cantina, perché l’agosto del Cilento non si poteva affrontare con i vestiti addosso. In casa, la nudità diventava un fatto normale: tutto, nell’estate cilentana, era bacato, nudo e freddo.

Nuda e fredda come le forbici

Anche le forbici, in cantina, erano nude e fredde: se Angela se le puntava contro l’ombelico, poteva vederle meglio e capire bene come funzionavano.

Il filo di luce andava a colpire proprio la punta delle forbici, facendole tintinnare di splendore, e le forbici si facevano incandescenti, scottavano tra le mani. Quando il filo di luce si ritraeva, in cantina si faceva mezzanotte, e sembrava che anche le forbici seguissero il buio, come anguille tutte imbevute d’acqua e scure.

Angela s’era fottuta le forbici in parrocchia, quando avevano fatto il laboratorio di cucito: a lei le forbici non interessavano per tagliuzzare stoffe, ma per altro. Con le forbici, lei avrebbe rimesso tutto in ordine. Erano il suo spasso preferito, molto più di certi ninnoli che vendevano alle bancarelle: lei usciva pazza per le forbici, nelle forbici c’era il suo sogno, c’era quello che voleva fare da grande. Si metteva a tagliare i capelli alle bambole, a immaginare acconciature per loro, passava pomeriggi interi a giocare in cantina e si sentiva una regina.

Poi se ne scappava subito dentro casa, quando sentiva sua madre piangere piano, con quel suo pigolio da rondinella. Suo padre tornava sempre tardi la sera, e ogni sera teneva un odore diverso addosso: una volta sapeva di muschio bianco, una volta di fiori secchi.

Tutte gran signore

«Ma a questo punto sei arrivato, Alfrè?» ripeteva la madre a bassa voce, vicino al marito, lo ripeteva tutte le sere.

«Non so di che parli, veramente non ti so dire», e lui la fissava con i suoi occhi azzurri.

«Ti ho visto che tornavi l’altra sera, dal balcone, te le scegli bene…tutte con i capelli fatti, tutte gran signore, tutte fresche di parrucchiera, mica fesso!» e la madre provava a ridere con la bocca aperta, mentre il rimmel le colava sulla guancia come una lacrima nera. Poi sua madre si guardava le mani indurite, i capelli tutti gonfi dopo una giornata fuori: manco cinquant’anni aveva, e il Cilento se l’era mangiata tutta. Il lavoro nel suo negozio di scarpe se l’era mangiata tutta, l’aveva masticata e ne aveva sputato il nocciolo per terra. «Mica lo tengo io, il tempo di andare dalle parrucchiera!» e la mamma di Angela guardava il marito e la figlia con due occhi acquosi e tondi, come quelli di una mucca ferita nel buio della stalla.

Il sogno di Angela 

Angela voleva diventare una parrucchiera. Angela voleva fare con le forbici quello che il Padreterno aveva fatto con l’universo: Angela voleva creare montagne e città fatte di capelli, voleva ricamare l’acqua del mare con riccioli e chiome. Voleva usare le forbici sulle teste delle donne: le sue forbici avrebbero fatto tagli scalati, tagli pari, carré e caschetti, e nessuna donna avrebbe pianto mai più, per nessun infame. Avrebbe regalato una testa nuova a tutte le donne: le forbici di Angela avrebbero danzato sulle teste delle femmine del Cilento, avrebbe creato certi capolavori da far schiattare tutti di invidia. Quando Angela aprì il suo negozio da parrucchiera, sua mamma non c’era già più. Sua madre se ne era morta sentendosi brutta, con i capelli stopposi che ormai sembravano la parrucca di una bambola caduta in una pozzanghera.

La figlia glieli aveva accarezzati un’ultima volta, e aveva tagliato una ciocca di quella paglia per tenersela sempre con sé. Sua madre se n’era andata, s’era scolorita nell’aria, se n’era morta come morivano le coccinelle, le mantidi religiosi, era morta come un’orata dagli occhi opachi. Era morta perché le avevano trovato una malattia brutta che non voleva nominare, e quella malattia se l’era divorata con lo stesso ardore con cui lei si affacciava al balcone per spiare il marito.

La trasformazione delle donne

Ogni volta che Angela metteva le mani in testa a una donna, le sue forbici facevano i miracoli: tagli a punta, sfoltitura, ciuffo laterale.
Faceva specchiare le clienti a lavoro finito, e le donne che andavano da lei si trasformavano: le forbici di Angela erano pennelli, erano punte morbide di miracolo. Angela si prendeva cura delle loro teste e massaggiava il cuoio capelluto, sfregava con prodotti pieni di schiuma, le sue forbici trasformavano le donne in tanti animali diversi. Le trasformava in pavonesse compiaciute, in galline faraone, in cerve maestose pronte a prendersi il paese e il Cilento intero: lo dicevano tutte, Angela pareva nata con le forbici in mano. Quando sforbiciava i capelli delle signore, Angela pensava ai capelli di sua madre, chiudeva gli occhi e immaginava di fare il miracolo: sentiva il profumo di cuoio del vecchio negozio di scarpe di sua madre, sentiva l’odore di detersivo e matite colorate che lei si portava sempre dietro, e immaginava di strofinare ancora i suoi capelli, di accarezzarli come il pelo di una capretta, immaginava di guarire e resuscitare sua madre con un paio di forbici. Se sua madre avesse avuto i capelli belli, quante lacrime e quante jettate di veleno si sarebbe risparmiata, pensava Angela, e allora immaginava sua madre con pettinature da contessa, la immaginava con certe onde che facevano invidia al mare intero, immaginava di scalarle le ciocche attorno al viso, di incoronarla come una Madonna. Angela toccava i capelli delle altre donne e credeva di pettinare la sua mamma, di districarle i nodi. E allo stesso tempo, con quelle forbici Angela sognava di pungere tutti gli uomini del paese.

Quando le clienti si sedevano e si affidavano a lei, Angela guardava le forbici che risplendevano sotto le luci del salone e immaginava uomini che sorridevano, uomini come rettili. Le saliva una schiuma di rabbia e guardava la punta delle forbici, la guardava e aveva paura. Poi tornava a lavorare.

Il padre non c’era mai

Quando Angela si aprì il negozio, il padre non andò all’inaugurazione. Si scordò pure del matrimonio della figlia, e fece finta di niente pure quando nacquero i nipoti.

Mastro Antonio glielo aveva detto chiaramente: «Tu le forbici non le devi usare più. Chi te le ha messe in testa ‘ste stramberie?»

In quelle forbici, Mastro Antonio vedeva l’alleanza scarognata tra madre e figlia, un’alleanza che andava oltre la morte, vedeva i capelli sfatti della moglie, il gomitolo informe della colpa, vedeva la figlia che cercava di riprendersi tutte le chiome lucide delle femmene che lui aveva amato di nascosto. Quando tanti anni dopo le avevano detto che suo padre ormai aveva fatto le unghie viola, Angela era dovuta entrare come una ladra in ospedale. «Tu qua non ci puoi entrare», le avevano una donna piazzata davanti alla stanza del padre, «ha dato ordine che non ti ti vuole vedere, fallo almeno andare dal Padreterno in pace». La donna aveva una ruga precisa in mezzo alla fronte e dei capelli belli assai, freschi di parrucchiera, con una tinta appena fatta, e dei boccoli morbidissimi. Quella donna aveva l’orologio di suo padre al polso, insieme a un braccialetto di perle. Angela voleva rubare l’ultimo sguardo di quell’uomo che le aveva abbrutito e inquinato la madre, voleva prendersi l’ultimo guizzo di azzurro annacquato degli occhi di suo padre. Tanti anni dopo, Angela provava a campare con un paio di forbici che continuavano a solleticarle lo stomaco. Si era aperto un buco che si slabbrava sempre di più, una voragine in cui entravano tutte le acque della sua paura.

Una mattina si era alzata dal letto e aveva notato un piccolo mucchio nero.

Capelli. Erano capelli. E lei li aveva persi, di nuovo. Già l’altro giorno se li era ritrovati sul cuscino, quello ricamato con un finissimo punto croce. Avrebbe tanto voluto non toccarsi il seno nella doccia, quella sera di cinque anni prima. Forse era meglio se cinque anni fa si faceva i cazzi suoi.

Per un brutto male

Il 13 febbraio 2019 si tennero i funerali di Angela.

Era morta all’ospedale di Roccadaspide (SA) con un unico desiderio, quello di non essere portata a casa. Non voleva che i figli ricordassero il corpo della madre esposto in salotto, vicino alle bomboniere del suo matrimonio e alle bottiglie di limoncello, quindi Angela era rimasta in una stanzetta dell’obitorio. Le avevano incrociato bene le mani e le avevano fatto passare un rosario di pietre azzurre tra le mani: Angela aveva una parrucca nera lucida, sembravano capelli veri, le avevano messo un velo di rossetto rosso sulle labbra e un altro velo, più impalpabile, le ricopriva tutto il corpo che ormai sembrava già essersi adattato alla casa di legno che l’avrebbe ospitata per sempre.

Attorno a Angela c’erano tante donne che piangevano in silenzio: quelle donne attorno alla bara erano state tutte spose, figlie e madri di Angela. Si erano rivolte tutte a lei e alle sue forbici, nei loro momenti belli, e ora sfioravano per l’ultima volta, le mani di Angela che le avevano rese felici. «La parrucchiera più brava del paese», dicevano tutte, a bassa voce, come se fosse una bestemmia fare i complimenti a una morta ancora calda. «Lei ce l’aveva proprio nel sangue: mi raccontava che da piccina si allenava, di nascosto, sui capelli delle bambole, e il padre manco voleva!», aggiungeva qualche altra. «E invece alla fine ha fatto bene, si è creata una vita sua», le fece eco un’altra che masticava rumorosamente una gomma. «Eh, ma che vita si è creata? Nemmeno cinquant’anni, povera Angela, proprio come la mamma», si disperò una donna piccola e secca; lei era stata una delle prime clienti di Angela, e ancora ricordava l’odore di shampoo e di lacca, le mani di Angela sulla sua testa. Un filo di luce bianchissima entrò nella stanza. Colpì il volto di Angela, una riga che le illuminò il naso che sembrava più dritto e rigido: i nasi dei morti sono tutti uguali, tutti appuntiti, tutti i morti hanno il profilo dei falchi. Da qualche parte, Angela si stava spogliando, chiudendo in cantina e puntando un paio di forbici contro l’ombelico.


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