Due linee d'onda che si sfiorano, si fondono per un istante, poi si separano, ciascuna seguendo la propria traiettoria per ritrovarsi e allontanarsi di nuovo: così, senza che l'una faccia da specchio fedele all'altra, andrebbe ripensato il dialogo fra la biografia e l'opera di Paula Modersohn-Becker, pittrice tedesca attiva tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, morta nel 1907 a soli trentun anni pochi giorni dopo aver dato alla luce una bambina.

In vita riuscì ad esporre pochissimo, e la sua pittura, allora, non trovò ascolto. Nel 1917 la famiglia pubblicò una scelta ridotta delle sue lettere e dei suoi diari che però restituiva solo una parte della sua storia: un ritratto toccante, ma incompleto.

Un’artista complessa

Un primo nucleo importante di opere fu esposto nel 1927, a Brema, nel museo a lei dedicato, in seguito via via arricchito. Ma è solo dal secondo dopoguerra, e soprattutto dopo la grande monografica del 2016 al Musée d'Art moderne de la Ville de Paris, che la sua presenza si è affermata anche fuori dall'area tedesca, fino a farne una figura riconosciuta a livello internazionale.

Su Paula esiste una letteratura eterogenea: biografie romanzate o autofiction che spesso privilegiano la voce di chi scrive più che quella dell'artista (come nell'ultimo romanzo di Marie Darrieussecq tradotto in Italia da Crocetti Editore) e cataloghi accurati che tuttavia tendono a trattare il rapporto fra vita e opera in modo sin troppo prevedibile.

Una lettura più attenta dei diari e delle lettere – inediti in Italia – permetterebbe invece di ripristinare la complessità della sua figura e del mondo che attraversò, fatto di incontri, affetti, scoperte, sogni e delusioni, senza subordinare necessariamente un aspetto all'altro.

Il periodo a Worpswede

Una strada possibile – una precisa angolazione, più che una sintesi definitiva – è quella proposta dalla mostra che la cittadina di Worpswede, a nord di Brema, le ha dedicato dal 29 giugno 2025 al 18 gennaio 2026, in occasione del centocinquantesimo anniversario della sua nascita. Paula Modersohn-Becker e ihre Weggefährtinnen. Der unteilbare Himme l ( Paula Modersohn-Becker e le sue compagne di viaggio. Il cielo indivisibile ), questo è il titolo. Worpswede non è uno sfondo neutro. Situato nella pianura del Teufelsmoor (“palude del diavolo”), è un luogo dove la natura piatta e silenziosa si imponente con forza: distese di torba, canali rettilinei, salici contorti, cieli immensi e una luce che cambia di continuo.

A partire dalla fine dell'Ottocento, come in una sorta di Barbizon tedesca, vi si erano raccolti artisti che sognavano un rapporto rinnovato con la natura: dipingere en plein air, vivere in comunità, bagni nudi, balli al chiaro di luna, concerti e letture nella sala da musica della Barkenhoff, la villa di Heinrich Vogeler ispirata allo Jugendstil.

Case di mattoni con il tetto spiovente, atelier sparsi tra boschi e radure a perdita d'occhio – così appare ancora oggi. Paula vi arriva giovanissima, trova compagni e maestri, ma anche limiti e pressioni da cui più volte sceglierà di allontanarsi, alla ricerca di un respiro più ampio. Eppure, un Worpswede tornerà sempre.

L’esposizione

La mostra parte proprio da qui, da questa geografia biografica, accostando la sua opera a quella di altre artiste che, in modi diversi, attraversarono la colonia e il suo tempo: la scultrice Clara Westhoff, compagna di studi e di sogni parigini; Ottilie Reylaender, che scelse un'esistenza indipendente e nomade, trascorrendo diciassette anni in Messico e mantenendosi con la propria arte; e poi Käthe Kollwitz, Martha Vogeler, Marie Bock, Julie Wolfthorn.

Ne risulta una trama di percorsi femminili che si sfiorano e si contraddicono, che si sostengono e si disperdono: una rete irregolare e viva, che restituisce quanto fosse complesso, per una donna all'inizio del Novecento, conquistarsi uno spazio di libertà nella vita e nell'arte.

Un altro modo di avvicinarsi a Paula è dunque possibile, capace di accogliere le contraddizioni invece di appiattirle in un'unica direzione, riducendo la sua vita a una sequenza di episodi coerenti, quasi i prodromi di un destino di cui si conosce già, in anticipo, il finale.

È uno sguardo che si può affinare leggendo in filigrana i suoi diari e le sue lettere, lasciando emergere ciò che nelle ricostruzioni più lineari tende a scomparire. Per farlo, è forse necessario fare un passo indietro, a quando tutto prese forma.

La sue origini

Paula arriva a Worpswede nell'estate del 1897, poco più di vent'anni. Viene da una formazione borghese convenzionale: nata a Dresda nel 1876 da una famiglia protestante, educata secondo le tre K – Kinder, Küche, Kirche (bambini, cucina, Chiesa) – mandata a Londra per apprendere le arti domestiche, passata per un collegio berlinese dove, nelle ore libere, continua a esercitarsi nel disegno. Se non troverà marito, sarà maestra o istitutrice, pensa il padre.

A Worpswede qualcosa improvvisamente si accende. «Betulle, betulle, pini e vecchi salici», scrive nel diario, «terreno umido marrone, canali da riflessi neri, neri come l'asfalto, un paese magico, un paese divino».

Prende lezioni di disegno da Fritz Mackensen, ma è sempre inquieta, impaziente. «Il disegno non mi soddisfa. Sono senza fiato. Voglio andare sempre avanti, avanti. Non posso aspettare il momento in cui potrò fare qualcosa».

Ha letto il Journal intime di Maria Bashkirtseff, pittrice ucraina morta di tisi a Parigi nel 1884 a soli ventiquattro anni, un libro di culto per più di una generazione di artiste, scrittrici, poetesse. Marie sognava una vita luminosa, sulla ribalta.

«Sposarsi e avere figli! Quello è ciò che può ogni lavandaia. Cosa voglio? Ovvio: la gloria». Paula ne rimane folgorata: «Leggendolo mi sento agitata, emozionata. Lei ha percepito la propria vita in modo talmente grandioso! E io ho sciupato i miei primi vent'anni. Oppure, forse, è cresciuto in me il fondamento su cui costruire i prossimi vent'anni? I suoi pensieri passano nel mio sangue, rendendomi profondamente triste. Io dico, come lei: Se solo potessi fare qualcosa! Sono fiacca e svogliata. Vorrei produrre tutto e non faccio nulla».

Le esperienze

Nel corso di disegno Paula conosce Ottilie Reylaender e fa amicizia con Clara Westhoff, proveniente da Monaco. Paula e Clara, intanto, si guardano, si ritraggono e sognano Parigi. E ci arriveranno.

Brema, notte di Capodanno, 1899. «Alle ore una e ventidue ha inizio il grande viaggio» scrive Paula a sua madre, stringendo la penna come fosse un biglietto di treno. Intorno a lei, la confusione della vigilia: le valige, gli addii, le chiacchiere. Nella stessa stanza, la sorella canticchia arie mozartiane.

A Parigi frequenta la scuola di pittura Colarossi, aperta anche alle donne (le donne non potevano entrare all'Accademia di Belle Arti), e scopre Cezanne, Degas. Le si apre un mondo, mentre Clara lavora nell'atelier di Rodin. Quando dopo qualche mese tornano a Worpswede, la vita del villaggio riprende il suo ritmo sospeso, a tratti oppressivo. È un luogo che la attira e la respinge allo stesso tempo, che le promette spazio e insieme lo restringe. Prende in affitto uno monolocale tutto per sé. Dipinge e disegno quando può: paesaggi, la palude, donne, bambini.

L’incontro con Rilke

Nel frattempo, comincia a frequentare Otto Modersohn, uno dei fondatori della colonia, vedovo con una figlia. Otto la corteggia con discrezione, le è vicino, la ascolta: la loro relazione prende forma lentamente, quasi senza che lei se ne accorga. È in questo stesso periodo che Paula e Clara, sempre insieme, conoscono Rainer Maria Rilke, venuto a Worpswede dopo la rottura con Lou Andreas-Salomé. Rilke resta affascinato da entrambe: dalle conversazioni, dalle letture, da un'intensità che lo mette a disagio e lo attrae insieme. «Parlavano di Tolstoj», annota nel diario, «di morte, di bellezza, della capacità di morire e del desiderio di morire, dell'eternità e del perché ci sentiamo legati all'eternità».

Rilke, prima di partire, affida a Paula un piccolo quaderno di poesie da custodire: è l'inizio della loro corrispondenza, fatta di slanci, esitazioni, fraintendimenti, anch'essa inedita in Italia.

Ma Rilke tiene un filo aperto anche con Clara, e alla fine sposa lei. Paula, nel frattempo, accetta di sposare Otto Modersohn, ma non senza qualche tormento, che maschera con una punta di ironia. «Io non riconosco nessuna regola» scrive a Rilke. «Nessuna regola Rilke, nessuna regola Becker, ma accolgo l'uomo nella sua multiforme policromia o per lo meno cerco di farlo». Più tranchant Marie Bashkirtseff, che aveva scritto: «L'uomo? Un soprammobile a corredo di una donna autentica».

Il matrimonio

Prima del matrimonio Paula frequenta dei corsi di cucina a Berlino e scrive a Otto: «Tu, mio ​​re, bei quadri, belli e io – minestre, gnocchi e ragout». Si sposano, ma appena sei mesi dopo Paula annota: «Il matrimonio non rende felici, ora lo so. Distrugge la grande illusione della possibile esistenza di un'anima gemella. Nel matrimonio ci si sente incompresi due volte perché tutta la vita precedente si fondava sulla speranza di trovare un essere che ci avrebbe capito. E non sarebbe meglio fare a meno di questa illusione? E guardare dritto negli occhi questa grande solitaria verità?». E concludono: «Questo ho scritto nel mio libro di ricette nel lunedì in albis del 1902 seduta nella mia cucina mentre sorveglio un arrosto di vitella».

Il rapporto tra Paula e Rilke, dopo il doppio matrimonio, attraversa una fase di rottura dolorosa e poi una lenta ripresa, mai del tutto pacificata.

Per Rilke, Paula è la moglie del pittore Modersohn, così la chiama quando parla di lei con altri. Non la nomina nemmeno nel suo scritto su Worpswede (pubblicato in Italia da Adelphi in una raccolta di scritti sul paesaggio). È una percezione che la ferisce, le pesa e insieme la spinge a cercare altrove il riconoscimento che non trova.

A poco a poco si apre una frattura interiore, già latente, nella quale Paula misura la distanza tra il desiderato e il possibile. Nel 1903 ottiene il permesso da Otto di poter tornare a Parigi. Comincia a maturare l'idea di un'altra vita, un altro tempo, solo per sé. Decidere di lasciare Otto, che si dispera ma alla fine acconsente alla separazione. Di lei Otto scrive alla cognata: «Si preparava già da mesi. E il terribile inverno ha aumentato la sua depressione. Alla fine, tutto nasce dal fatto che mia moglie finora non ha avuto figli, e questo la rende nervosa e patologica». Nervosa e patologica perché non ha avuto figli? Uno sguardo maschile che misura e non coglie.

La seperazione

A Parigi Paula dipinge e disegna giorno e notte. Annota nel suo diario: «Ora ho lasciato Otto Modersohn e mi trovo tra la mia vecchia vita e la mia nuova vita. Mi chiedo come sarà la nuova. Ora tutto deve accadere». Ritrae sé stessa, si fa fotografare vestita e nuda. Disegna ancora madri con bambini, nudi entrambi, come in simbiosi. Ma a Parigi la vita è dura e fa letteralmente la fama.

Ha rotto anche con Rilke e con Clara a cui scrive: «Cara Clara Westhoff, da quel pomeriggio quando le ho riportato il denaro lei è stata molto poco generosa, mentre io, che affronto la vita molto diversamente, avevo fama. L'amore non ha forse mille risvolti? Non è come il sole che illumina tutti? Dovrebbe forse osare tutto a uno solo e niente agli altri? L'amore può essere avaro? Non è invece qualcosa di troppo tenero, grande, troppo onnicomprensivo? Io la seguo con una certa malinconia. Nelle sue parole Rilke parla con troppa forza e con troppo calore. È questo che l'amore ci chiede? Diventare in tutto simile all'altro da noi? No, mille volte no. Di voi due così poco, ma sembra che lei Clara abbia rinunciato a molto del suo vecchio modo di essere, e si sia distesa al suolo come un mantello sul quale ora incede il suo re. Io vorrei per lei, per il mondo, per l'arte e anche per me, che lei tornasse ad indossare il suo mantello dorato».

La resa

Nei primi mesi del 1906 Paula, ancora a Parigi, sopraffatta dalla stanchezza e dalle insistenze della famiglia, di Otto e di Rilke, firma la sua “resa”, così la chiama.

Accetta di tornare a casa. Il 25 maggio si mette davanti a uno specchio, indossa una lunga collana di ambra e si ritrae seminuda e manifestamente incinta. E scrive: «Questo l'ho dipinto a trent'anni nel giorno del mio sesto anniversario di matrimonio». Nessun altro, solo Klimt nel famoso quadro Speranza, aveva osato rappresentare una donna gravida completamente nuda.

Ma c'è un particolare: in quel momento Paula non è incinta. Cosa vuol dire? Non esiste un'interpretazione definitiva di questa scelta. Desiderio, sfida, presentimento? In ogni caso, qualche mese dopo è davvero in attesa.

La gravidanza è faticosa, ma Paula non rinuncia a pensare a ciò che la muove davvero, a quell'altro possibile sé. Il 21 ottobre 1907 scrive a Clara, con cui è rimasta in contatto. «Cara Clara, in questi giorni non faccio altro che pensare a Cézanne. È stato uno dei tre o quattro artisti che mi hanno veramente influenzata, come una tempesta. Ricordi ciò che abbiamo visto da Vollard nel 1900? Per favore, vieni subito, lunedì se puoi. E se non fosse assolutamente necessario che io sia qui, in questo momento, nulla potrebbe tenermi lontana da Parigi».

Il 2 novembre 1907 dà alla luce una bambina. Travaglio difficile, il medico le ordina di restare a letto.

Una ventina di giorni dopo tutto è pronto nella casa gialla a Worspede. Paula si può finalmente alzare. Candele e fiori decorano la casa. Sorretta dal marito e dal fratello si siede su una poltrona in sala e si guarda intorno: «Sembra Natale, come sono felice». All'improvviso i piedi si immobilizzano, embolia polmonare, un paio di rantoli. Paula sussurra «Che peccato» (Schade in tedesco) e muore.

La morte più antica del mondo per una donna: morire di parto. Rilke le dedica il Requiem per un'amica, che non colma tuttavia la pienezza di una vita.

Nel suo studio vengono ritrovati oltre settecento quadri mai esposti e un migliaio di disegni. A Parigi, quando aveva lasciato Otto, aveva scritto: «Non so nemmeno come dovrei firmare il mio nome. Non sono più Modersohn e non sono più Paula Becker. Io sono Io, e spero di diventare sempre più Io». Non ne ha avuto il tempo.

Il testo dell'intervento tenuto a Bologna il 2 ottobre 2025 al Festival Eccentriche. Storie di donne fuori dal comune , a cura di Sara De Simone e Fiorenza Menni.

Immagini:

Paula Modersohn-Becker, Autoritratto 1906

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Paula_Moderson-Becker_-_Selbstbildnis_am_6_Hochzeitstag_-_1906.jpeg

Paula Modersohn-Becker. Studio per nudo con collanda d'ambra, Parigi, 1906, Louisiana Museum of Modern Art

https://www.artsy.net/artwork/paula-modersohn-becker-photo-study-for-nude-with-amber-necklace-paris

Paula Modersohn-Becker, Ritratto di Clara Rilke-Westhoff, 1905. Hamburger Kunsthalle

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Clara_Rilke-Westhoff.jpg

Paula Modershon-Becker, Madre con bambino, Berma, Museo Paula Modershon-Becker

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Paula_Modersohn-Becker_028.jpg


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