L’attrice, che sta vivendo un momento d’oro per la sua carriera, non si tira indietro quando sente il bisogno di prendere posizione: «La propaganda dei fautori del sì è stata basata, dall'inizio alla fine, su dei presupposti che sono falsi, hanno strumentalizzato tutto. Come fanno i cittadini a capire che questa riforma non toccherà nessuna delle questioni di cui si lamentano: dalla lentezza dei processi, agli stupratori rimessi in libertà?». E sulla Palestina: «L’arte ha il dovere di raccontare, ma tutti dobbiamo continuare a parlarne per non dimenticare»
«Se proprio pensate di dover votare per il sì, allora non vi scomodate». Sorride Giulia Michelini, ma il suo invito è decisamente chiaro. «C’è una frase di un giurista che, secondo me, racchiude perfettamente il senso di tutto: “Esistono al mondo Paesi in cui tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del governo, ma non sono posti dove si desidererebbe vivere”». Impegnata nella collective Artisti 7607 perché «è fondamentale per la nostra categoria fare rete, soprattutto in questo momento di difficoltà del cinema», l’attrice romana non si tira mai indietro quando si tratta di prendere posizione.
È un momento d’oro per la sua carriera da attrice, Il falsario, entrato nella top ten globale dei film non in lingua inglese più visti su Netflix, subito dopo è arrivata la serie Motorvalley. Come lo sta vivendo?
Io bene, perché sono tornata a lavorare, ma nel cinema non è tutto rosa. Ci sono tanti progetti che non stanno partendo, è un momento complicato per il nostro settore. I tagli hanno lasciato tante persone a casa, i progetti attivi sono pochi e si prevede un anno davvero difficile. Le produzioni indipendenti rischiano di sparire e quelle che riusciranno a finanziarsi, probabilmente andranno all’estero. Perché c’è una sproporzione anche su quanto tax credit è stato concesso alle produzioni di casa nostra e quanto è stato dato agli americani e alle grandi compagnie. Di prodotti italiani ne avremo sempre meno. Com’era? Prima gli italiani? Già le piattaforme portano alla massificazione, ma se spariscono le indipendenti diventa anche difficile promuovere cinema sperimentale.
I suoi genitori sono magistrati e hanno vissuto quegli anni ‘70 in cui è proprio ambientata Il falsario, in che modo le hanno parlato di quel periodo?
Loro, alla fine, sono stati costretti ad andarsene da Milano perché il clima era terrificante. Facevano parte entrambi di Magistratura democratica, mi hanno sempre detto che i giudici sono esseri umani, e come tali hanno le loro idee. Ma che, in tribunale, sei solo un magistrato il cui primo dovere è far applicare la legge.
Lei e sua sorella Paola Michelini siete apertamente schierate per il no al referendum sulla riforma della giustizia. Che idea si è fatta?
È stata una campagna volutamente confusionaria, ti stordiscono con le bugie, hanno strumentalizzato qualsiasi cosa. Perché la premier vuole solo parlare alla pancia dei cittadini, agire sullo sdegno, sulla rabbia, sull’odio. Fa pensare ai cittadini che debbano solo proteggersi da questi politici. Di base ci viene chiesto: «Vuoi essere preso in giro? Sì oppure no?».
Perché?
La propaganda dei fautori del sì è stata basata, dall'inizio alla fine, su dei presupposti che sono falsi: non è vero che con la riforma si velocizzano i tempi dei processi. E sul csm scelto con il sorteggio: la magistratura sembra essere l’unica categoria ritenuta non idonea a scegliere i propri rappresentanti. Questo referendum rivela solo la volontà di indebolire la magistratura, non ha niente a che vedere con la riforma della giustizia. Hanno trasformato la campagna referendaria in un dividi et impera che rivela tutto l’odio dell’esecutivo verso i giudici. Sembra di tornare ai tempi di Berlusconi che si diceva perseguitato dalla magistratura politicizzata. Ma poi, guardando come è andato il processo di Salvini sulla Open Arms, ma dove sono questi magistrati che agiscono in base alle loro preferenze politiche? Se il problema, poi, fosse la separazione delle carriere, quella, di fatto già esiste grazie alla riforma Cartabia. Mi sembra solo che questi politici non vogliano essere giudicati.
Cosa la preoccupa di più di questa riforma?
Sinceramente, mi spaventa molto che vogliano modificare la Costituzione e che vogliano farlo in questo modo frettoloso, autoritario, tra una bugia e l’altra. Non posso che pensare che sia una manovra sporca. E poi c’è il rischio che il pubblico ministero diventi una specie di superpoliziotto. Mi sembra che stiamo andando verso il modello americano dove l’Ice è libera di fare quello che vuole. Il governo dice alla procura di non indagare e non lo si fa, stop.
Pensa che la gente comune abbia capito qualcosa di questo referendum e di cosa c’è in ballo?
È molto difficile. Mi capita di parlare con persone che mi dicono: «Fanno bene a fare questa riforma: mi hanno appena rubato la macchina». Già è una situazione complessa, io ho capito il nodo della questione solo perché ho delle persone competenti a casa. Ma è difficile districarsi togliendo la patina di cui il governo avvolge tutto. Come fanno i cittadini a capire che questa riforma non toccherà nessuna delle questioni di cui si lamentano: dalla lentezza dei processi, agli stupratori rimessi in libertà?
Sono tanti gli artisti che si sono esposti per il no, dopo un periodo in cui l’arte in Italia è rimasta sostanzialmente in silenzio.
Sì, per fortuna, almeno nelle ultime settimane, un po’ troppo a ridosso del referendum ma va benissimo. È importante che chiunque abbia un minimo di visibilità prenda posizione. Consapevole che la sua scelta di esporsi verrà strumentalizzata.
Nel video pubblicato da sua sorella per il no ha un passaggio: «Sai chi dice sempre no? Le femministe: “No, non te lo do’ il consenso”». Si è fatta un’idea anche sulle modifiche proposte da Bongiorno al ddl sugli stupri?
Nell’ultimo corteo a cui ho partecipato c’era un cartello bellissimo: «Solo sì è sì». Quel ddl sembra fatto solo per voler screditare ancora di più la donna, la persona che ha già subito violenza. Avvilente è l’unico aggettivo che riesco a trovare.
Ha sempre mostrato di avere la Palestina nel cuore. Con gli altri fronti di guerra aperti nel mondo è sparita dall’attenzione pubblica. Che ruolo possono avere gli artisti, e il cinema, in particolare, per non farla dimenticare?
Parlarne sempre, tutti. È l’unico modo per non dimenticarci dei palestinesi chiusi in quel lembo di terra, dove ancora fanno fatica a entrare i beni di prima necessità. È importante mantenere viva la memoria, raccontare quello che è accaduto in questi ultimi anni. L’arte ha il dovere di raccontare, ma dobbiamo tutti continuare a guardare quella parte di mondo con occhio profondamente critico, portare l’attenzione su quei palestinesi che ancora resistono.
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